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Il nuovo link di webgol è www.webgol.it sabato, maggio 31, 2003 Potere della fotografia. Quello di raccontare, senza parole. forse in modo ancor più suggestivo ed esaustivo la realtà. Come fa Giorgio Ramenghi, che attraverso personaggi e situazioni ci racconta la Bologna degli anni '60.
venerdì, maggio 30, 2003 Slightly out of focus. Leggermente fuori fuoco, questo è il titolo della autobiografia di Robert Capa, fotografo di guerra, di cui abbiamo già parlato. Di lui sono famose le foto dello sbarco in Normandia, in cui scattava tremando dalla paura. E' che se la finalità è davvero documentare, tutto ciò che non si fotografa è perduto. Scegliere cosa fotografare funziona come una sorta di memoria selettiva anticipante. Ma se la finalità è davvero documentare (il potere di segnalare l'esistente, appunto), tutto ciò che si fotografa rimane. Di tutto ciò che fu l'assalto in Normandia, noi, oggi, quanto possiamo visualizzarne, se non attraverso le poche immagini sfocate di Capa? Lo sbarco in Normandia, dal punto di vista visivo, è lo sguardo di Capa. Le foto che rimangono orientano una po(i)etica iconica, segni visivi che costruiscono sistemi durevoli d'immaginari comuni. In "Salvate il soldato Ryan", per esempio, le inquadrature sono ricostruzioni-citazioni degli scatti sul campo del fotografo nato a Budapest nel 1913. Queste foto così famose, però, sono leggermente fuori fuoco. Magari la gamba tremava, la paura era tanta, la tecnica e la perfezione lasciava il passo alla emotività. E invece no: quelle foto non sono sfocate per mano malferma. Furono bruciate successivamente, per un banale errore dell'addetto allo sviluppo in camera oscura. Se ne salvarono solo pochissime, e tutte sfocate. Slightly out of focus, diceva, senza velleità ironiche, la primissima didascalia delle foto pubblicate: e Capa lo riprese, come una specie di motto. Vivere leggermente fuori fuoco, immerso nelle cose, e amandole, senza aver modo di definirle meglio, e senza forse volerlo: come un bacio da vicino. giovedì, maggio 29, 2003 Pratiche diffuse Photo-blog, mi domando, quale declinazione per questo universo di segnali di appartenenza e di discussione. Quando la narrazione gioca un ruolo centrale nella costruzione delle identità, quando scrivere e ri-scrivere racchiude un forte senso di appartenenza. E allora la foto-grafia, il racconto (narrazione) attraverso le immagini gioca un duplice ruolo: documentare, e quindi narrare in una delle sue forme (iper)condivise; rafforzare l'identità. Scorrendo le pagine del blog fotografico, incontrando necessità visuali (orfico-scopiche), scopro e svelo una pratica diffusa che dilata il potere di segnalare l'esistente. Tutti fotografi? Quanto fotografi? Democratizzazione del gesto elitario della fotografia? Chi non usa il digitale è restato in una dimensione elitaria della fotografia, dapprima insidiato, e poi superato e quasi surclassato dai digitalizer dello scatto.
Photo-blog. Cos'è un photo-blog? Semplicemente, è un blog che contiene soprattutto foto scattate dal blogger. Una convergenza di semplicità e condivisione: a ben vedere, un matrimonio innovativo tra un luogo-piattaforma in cui è semplice pubblicare (ossia condividere con un pubblico, piccolo o grande che sia) e un formato digitale che taglia di netto alcuni classici ostacoli analogici alla diffusione della fotografia come uso e consuetudine sociale (e narrativa). L'effetto è spesso meraviglioso, quando funziona. Una sorta di vertigine condivisa, poter vedere una cosa che un'altra persona ha visto quel giorno, magari solo da pochi minuti, e condividere effettivamente il suo sguardo. L'ovvia domanda è: che razza di fotografia è mai questa? Come dobbiamo considerare una fotografia che si fa narrazione, pre-testo narrativo, una fotografia che si fa pura quotidiana comunicazione (anche al di là delle esistenti barriere linguistiche)? Quando vedere è un po' come leggere? Una fotografia, quella blog, che va al di là delle classiche categorie di pensiero sulla fotografia, sul suo valore, sulla sua funzione, che svicola le fruste dicotomie (arte o tecnica, rispecchiamento o interpretazione) che poco aggiungono a panorami modificati da fenomeni sociali e tecnologie di semplicità e condivisione, appunto: una fotografia al di là del bene e del male. Ovvero: al di là dell'arte, e del giornalismo. E vicina ad entrambi. Ecco la mia lista personale (photoblog.org è una directory da cui iniziare), un po' italocentrica e assolutamente incompleta (non si può vedere e conoscere tutto) ma ampiamente aggiornabile: Buba, Uomonero, Pproserpina, Indizipersonali, (Photo)bloggingsil, Iononticonosco, Exposur3, Slower, Buffoonery, Food4eyes, Azzurra, Catviewpoint, Poldosoft, Thyra, Bicorde, Vogliaditerra, 4banalitaten, Iociprovo, (photo)mu, Stefo, Bellacci, Porcamiseria, Tangoargentino, Folkitalia... mercoledì, maggio 28, 2003 Indistinte Le fotografie di Pierre Bourdieu restano magicamente indistinte dalla forza del suo sguardo sociologico sulla realtà. Mutuando un termine dal suo glossario analitico (la distinzione), Bourdieu con Imagesd'Algérie, ci racconta il suo primo viaggio nella società, alla ricerca e alla scoperta dei fondamenti della sua analisi. Magnifiche le fotografie, che svelano un percorso cognitivo che avrebbe segnato la storia della sociologia europea.
lunedì, maggio 26, 2003 La guerra fotografata. Robert Capa [1, 2, 3], universalmente il più grande fotografo di guerra, sperava di poter stampare, finita la guerra, un biglietto da visita con su scritto: "Robert Capa, fotografo di guerra, disoccupato". Purtroppo così non è andata. Capa muore il 25 maggio 1954 a Thai-Binh (Indocina) per lo scoppio di una mina. Ma dove nasce la necessità, per un fotografo, di esporsi a situazioni di estremo pericolo? Roberto Koch, direttore di Contrasto, segnala la necessità di questa documentazione: se non la si fotografa, una guerra, è ancora peggio che se la si fotografa troppo. Possibilmente (e purtroppo non sempre è così) con lo spirito della vecchia Magnum che Cartier-Bresson definiva "un gruppo di avventurieri mosso da un'etica", un ossimoro con la pellicola, alcuni direbbero. Ma non può essere altro che una fotografia concerned, la fotografia che si specchia nella morte e diventa monito e ricordo. Una fotografia che si avvicina. Ancora Capa: "Se le tue foto non sono venute bene, vuol dire che non sei andato abbastanza vicino". Con l'obiettivo, con il cuore, con la testa.
Figli del digitale. Che rapporto esiste tra fotografia e realtà nell'era di Photoshop e delle macchine digitali (e della conseguente facilità di manipolazione)? Se lo chiede anche Caterina Falomo su Critica, intervento non recentissimo, ma comunque interessante. Sarà anche vero che le immagini parlano da sole, ma non è detto che raccontino sempre la verità.
L'occhio del viaggiatore. E' empatico e distaccato, scivola sulle cose e penetra, fissa, sorprende e si chiude, come un otturatore, come un battito di ciglia. L'occhio del viaggiatore è, per tutta la settimana, Roberto Koch, 48 anni, fotografo romano, fondatore dell'agenzia fotogiornalistica Contrasto e autore di memorabili reportage. In una serie di interviste alla Rtsi, ascoltabili in streaming (ore 9.00, 10.00 e 22.30), Koch riflette sulla fotografia e sul mestiere del fotografo: ogni giorno un tema diverso (oggi fotografia e guerra, quindi il paesaggio, il viaggio, l'arte e il mondo dell'editoria - date un'occhiata alla "butterflink" nella colonna a destra), e un ospite diverso (tra gli altri, Goffredo Fofi, Gianni Barbacetto...). A cura di Enrico Bianda. Ovviamente, da non perdere (chettelodicoaffà?).
domenica, maggio 25, 2003 Fotografare... è trattenere il respiro diceva Cartier-Bresson nello sforzo di catturare la realtà.
Click. Scattata! La foto. E il nuovo tema della settimana.
Eres una palabra en un indice. Finisce la settimana dedicata al libro, e mi piace farlo con una frase di Borges, dedicata agli autori cosiddetti minori (cfr. bell’articolo di Fruttero). Eres una palabra en un indice, sei una parola in un indice, di te sappiamo solo oscuro amico/ che udisti l'usignolo una sera. Solo una parola in un indice, solo un usignolo. Brrr. Fossi uno scrittore rabbrividirei al tristo destino, in cui le sudate carte, semplicemente, evaporano (senza lasciar traccia - neanche aloni per la gioia dei fustini). Forse si dovrebbe aggiornare, però. Eres una palabra en un blog. Come a dire: ancora peggio, parole presto dimenticate nelle polverose e inesplorate cantine degli archivi. Nel nostro, nella settimana che è alle spalle, ci siamo subito arresi sul comma (ma vedremo di mantenere le promesse), abbiamo promosso, inascoltati, Floriana del GF a testimonial per la Fiera del libro di Torino, ma poi, informati dal sommo Baricco che, in realtà, è scemo chi legge, ci siamo occupati di diritti dei lettori (di libri e di blog, ovviamente), di libri dimenticati e di blog-letteratura. Due ciliegine per chiudere, ma prima poesia a manovella, il libro più brutto e quello più deludente. Eres una palabra en un blog. La ciliegina sulla torta. Anzi sui libri. L'iniziativa culturale dell'anno, senza ombra di dubbio. "Ma cosa mi dici moai" vado subito a chiederlo in libreria: non si mai. Sorry, moai. [già che ci sono, segnalo anche, come seconda ciliegina, chè le ciliegine non bastano mai, le interviste letterarie di Proserpina: Benni, come nome, basta?] sabato, maggio 24, 2003 Che delusione! Il libro più brutto che abbiate mai letto? domandava James su questo blog. La sua nomination ("La coscienza di Zeno" di Italo Svevo), ha aperto forti dissidi interni (eheheh) in webgol, che richiede il recounting delle schede come in Florida e tavole rotonde sul tema con annessi dibattiti di morettiana memoria (il dibattito no). Girando un po' da Contaminazioni e Clutcher, che scrivono sullo stesso inquietante interrogativo, mi è venuto in mente che forse il "libro più brutto" è un concetto troppo tranchant. Se un libro è davvero brutto, ovviamente, lo si chiude e addio. E, invece: il libro che che ha più deluso le tue aspettative?
La poesia è morta? Dove sono finiti i poeti, dove sono andate a finire quelle parole dense che fanno vibrare qualcosa, perché sono proprio quelle che volevo leggere, quando si rincorrono sulla pagina azzurre e indimenticabili? Sarà che non riesco ad abbandonare l'ascolto di Vinicio Capossela e allora penso che i poeti non hanno perso la voce, ma si sono rifugiati nella musica...
giovedì, maggio 22, 2003 Mannheimer, questo dilettante - Ve li ricordate i libri-game? No? Vi rinfresco. Sono stati quel fenomeno editoriale, mooolto in linea con gli anni '80 tutti, che si traduceva nella possibilità, per il lettore, di superare il vincolo sequenziale delle pagine per dare, a storia e personaggi, un'impronta, ed un finale, più simile ai suoi gusti. A me li davano da leggere a scuola, sperando che la parola "game" facesse suonare in me la sveglia della lettura, dato che non "ardevo" esattamente per Verga e Pratolini. Ora, quello che voglio sapere è quale è il libro più brutto che abbiate mai letto. Comincio io. L'ampiezza della scelta mi fa tremare le gambe per l'emozione, ma, come ci diceva il buon Mike (non so se lo faccia ancora), "la prima risposta è quella che conta". E sia. And the Oscar goes to.....Italo "....zzz....." Svevo, per la sua interpretazione delle turbe di Zeno Cosini ne "La coscienza di Zeno".
Blog-letteratura. Le cose nuove, da sempre, necessitano tassonomie. Un vecchio problema culturale dell’homo sapiens, non certo da risolvere in questa sede. Il terzo giorno Dio o chi per lui creò i blog. Già, ma blog e basta (come format, essenzialmente, in cui le cose nuove stanno in alto – come lo spiegherei a mia madre)? Ci mancherebbe, troppo complicato poi gestire una complessità sfaccettata. Quindi da una parte il giornalismo, dall’altra la fuffa. Ma perché limitarsi alla semplice, ormai classica e scontata, dicotomia giornalismo vs fuffa (diarismo autobiografico)? Le tassonomie necessitano sempre cose nuove. Pare anche a me, come a Marsilio Black, che vada considerata un’altra categoria: i blog narrativi o blog-letteratura. Quelli che, cito MB, “fanno letteratura, o qualcosa che le somiglia molto, sfruttando le peculiari caratteristiche del mezzo utilizzato. Blog, cioè, che raccontano storie e mettono in scena personaggi, e che in generale usano la scrittura non con finalità meramente comunicative, bensì espressive.” Nicola di Giallo diVino scrive un post sull’argomento (e sulla scarsa curiosità di chi scrive pezzi sui blog), che sottoscrivo parola per parola. Suggerimento di blog-letteratura compreso. Aggiungo, poichè è difficile resistere alla tentazione di far liste, altre due mie blog-passioni: Carnefresca e Noncicapisco. Opinioni personali, ovviamente. Ma cito GdV “volete leggere delle storie, vedere uno/una che scrive in un modo che può definirsi stile? Andate, giusto un salto, fateci una passeggiatina. Poi ne riparliamo.” Appunto.
mercoledì, maggio 21, 2003 I libri dimenticati. Uhm, non me li ricordo. Era una battuta. Avrei potuto finire così. Ma avete provato tra questa lista di e-book? Forse ci sono. Sempre che riusciate a ricordarveli, i vostri libri dimenticati. Io ne ho trovato uno bellissimo, dimenticatissimo e quasi introvabile: i taccuini futuristi di Boccioni. E sempre che siate tra i pochi eletti che riescono a fare altro con gli e-book - a parte scaricarne una infinità (serve questo) e archiviarli con anacastica perizia. Leggerli, cioè. Ma mi pare davvero chiedere troppo.
domenica, maggio 18, 2003 Sempre meglio che lavorare A pensarla come si legge qui sotto ci si potrebbe rallegrare del fatto che in Italia si legge ancora così poco. Eppure anche le malinconiche vittime della paura di vivere hanno i loro diritti, lo sa bene Daniel Pennac, che in Come un romanzo ne ha elencati dieci. Del resto, un buon libro è insostituibile, specialmente quello sotto la gamba del tavolo. [update] Nullafacenti della blogosfera, non disperate. Qualcuno pensa anche a voi (thanks marco) venerdì, maggio 16, 2003 Scemo chi legge. Certo, opinione personale, è facile criticare, il tema è trito e ritrito peggio della cipolla prima di finire in padella, chi siamo noi per: eppure la copertina de Il Venerdì di Repubblica in edicola oggi e dedicata alla scrittura è francamente bruttina. Un libro bianco, aperto su pagine bianche, immerso in uno sfondo bianco: idea non proprio entusiasmante (apprezzabile la coerenza cromatica). Baricco, all'interno, ha una teoria sui lettori. Per esempio. "Leggere è sempre la rivalsa di qualcuno che dalla vita è stato offeso, ferito. Mi sembra un intelligentissimo modo di perdere, leggere libri. Una specie di rinuncia a combattere sul campo". Se leggo perdo? Accipicchia. E si sa anche con quale risultato? Vado avanti. "[...] ho sempre pensato che se la gente avesse una vita intensa e luminosa, non avrebbe il tempo di leggere. Non c'è niente nei libri che la vita non possa insegnare e, in generale, è sempre meglio imparare dalla vita. La maggior parte parte delle persone riceve poco e trova nei libri un sostitutivo." Scemo chi legge, insomma. Strano modo di promuovere una scuola di scrittura creativa, e di considerare i propri lettori. Forse una nuova moda snob: sputare nel piatto in cui si mangia. Ci vediamo: esco ad avere una vita intensa e luminosa.
giovedì, maggio 15, 2003 Floriana del Grande Libello. Un divertente articolo sulla Fiera del libro di Torino (che apre oggi, auguri) a firma Stefania Miretti. La fiera del libro come la casa del Grande Fratello. La staffetta tra i due eventi? Ci pensa Floriana, la vincitrice, la cui prima improcrastinabile urgenza una volta uscita è stata, come d'altronde (mi pare) andasse dicendo da mesi (mi sbaglio?), quella di leggersi un bel libro: "Mo vojo farme na cultura: noi siamo i libri che abbiamo letto." Giusto, speriamo solo non per forza tutti tutti. C'è ancora tempo per farne la testimonial ufficiale?
mercoledì, maggio 14, 2003 Sangue e libri Incuriosita dalla dedica del guviblog, ho chiesto alla zietta gugol lumi sulla storia di questo Johann Georg Tinius. Chissà cosa ne avrebbe tirato fuori Hitchcock, o meglio ancora Jacques Tourneur...
Sul comma ci arrendiamo. Piace il nuovo photo/header? L'immagine della pagina aperta che sta qui sopra, insomma (qui se leggi in differita tra un mese per esempio, sempre in ritardo eh?). La scelta del libro è stata assolutamente casuale, il primo che è capitato tra le mani (ma forse, trattando di libri, la casualità c'entra poco: di solito). Qualche parola indicativa si legge: magari lo riconoscete. Facciamo però che, al di là del quiz (che tanto niente si vince), se vi piace l'idea di far diventare il vostro libro preferito il photo/header di questo blog, segnalatelo: poi estrarremo a sorte o in qualche altro modo. Con la gentile accortezza che sia in commercio: se pure non ne siamo in possesso, basterà blitz furtivo in libreria armati di macchina fotografica, come bibliofile spie. Accettiamo anche l'indicazione di una pagina specifica: sul paragrafo, o comma, però, ci arrendiamo.
Stop smiling... start reading. Urge serietà: tra il più breve post sensato mai postato (alla hugo) e lo spirito dei videogame, tra generatori di frasi casuali e di problemi stronzi, tra una risata parboiled e i referrers à la pieroangelà (ovvero un po’ di divulgazione) manca quasi il fiato. Se poi ci si aggiunge un arrotino che aggiusta cucine a gasse, una famiglia che invecchia nelle foto, e Giordano Bruno che da consigli di seduzione (il filosofo non il calciatore), è chiaro: serietà urge. Libri quindi, questa settimana e forse più. Immagini, parole. Il pretesto è la fiera del libro, ma è il libro in sé ad essere sempre e comunque un pretesto. Eppure un’ultima risata scappa, e spesso lo fa alla vista dei libri. Il punto che non sa se scappare nel senso di venir fuori oppure di fuggir via lontano. Credo dipenda.
martedì, maggio 13, 2003 Incontri roventi. No, non è per ricordare quanto già detto sui referrers (anche se sarebbe interessante sapere se il numero dei visitatori subirà un'impennata) ma per segnalare un insospettabile dispensatore di consigli di seduzione. Un'alternativa alla sterminata marea di imbecillità dei Come si fa (a farlo/a impazzire a letto, a perdere 10 kg in 5 giorni, a diventare milionari in 7 minuti, a farsi ascoltare dal fruttivendolo, a far diventare vegetariano il gatto, etc, etc.)
lunedì, maggio 12, 2003 Come passa il tempo. Non tutti temono lo scorrere degli anni. C'è chi si diverte, come questa famiglia argentina, a veder passare il tempo. Ogni anno, il 17 giugno, per festeggiare si fanno una foto tessera. Poi magari se le guardano in sequenza e cantano As time goes by... (thanks edo)
domenica, maggio 11, 2003 Dapprosciutto. Sulla bellezza macha dell'arrotino, questo urlante abitatore delle mattine italiane, ne parlavamo anche da Blogocauda, un po' di tempo fa. Qui disponibile la registrazione originale, utile sia per aggiustare le cucine a gasse che, volendo, per organizzare un bel karaoke tra amici. Da tanto non ridevo così. (thanks simone e ziofringuello)
venerdì, maggio 09, 2003 Terapia della risata. Crescendo la voglia di ridere diminuisce, pare, ma visti i benefici che provoca bisognerebbe fare in modo che ciò non accadesse.
giovedì, maggio 08, 2003 Il riso abbonda nella bocca dei referrers. Cosa sono i referrers? Più difficile da spiegarsi che da capirsi; ma vediamo di tener fede all’anima divulgativa di questo blog. I referrers sono le tracce che lasciano i link all’interno del sito al quale rimandano. In altre parole, la provenienza delle connessioni. Esempio? Esempio. Se qualcuno clicca qui (www.wittgenstein.it), anzi meglio se vi cliccano una trentina di persone, Mr. Sofri, nel caso in cui fosse in possesso di un counter (un programmino che traccia le visite che vengono fatte al sito, alcuni sono shinystat e svagostat), vedrebbe ivi scritto: * http://webgol.splinder.it = 30. Ossia: 30 accessi al suo sito sono arrivati da Webgol. Questo può voler dire due cose: o che c’è qualcuno (sarebbe il nostro caso) che si sta divertendo a cliccare trenta volte su un link in un post (o su quelli fissi in colonna) per far accorrere il “cliccato” malcapitato (una sorta di strategia “al-lupo-al-lupo!”), o, più semplicemente, è indizio del fatto che c’è un post in quel sito che linka Sofri, e da cui accedono visitatori. Fin qui ci siamo? Bene. Visto che un link (lo dicevamo anche noi, tra altri divertenti modi di pensarlo) è in parte come una porta aperta, la presenza di un referrer è, in altre parole, il segnale che qualcuno è entrato da lì, suonando il campanello o di straforo (a questo proposito assolutamente imperdibile è l’esilarante film in flash a firma Carnefresca, titolo: “Gugol salvaci tu!”... up-to-date: anche 2° episodio). Addormentati? Svegliatevi ancora per un po’ che viene la parte divertente. Talvolta accade che l’accesso al vostro sito non sia tramite un link diretto (come il caso di un link in colonna, o in un post), ma perché qualcuno ha cercato qualcosa all’interno di un motore di ricerca e voi siete nella lista dei siti che, secondo il motore di ricerca, “soddisfano” la query, le parole o la frase cercate. Ri-esempio? Ri-esempio. Se tra un po’ qualcuno cercasse “al-lupo-al-lupo!” su di un motore di ricerca, perché interessato alla favola di cappuccetto rosso o alla canzone di Dalla, tra gli altri siti, troverà anche Webgol. Se incautamente cliccherà, il referrer che troverò io sul mio counter sarà: www.google.com chiave: “al-lupo-al-lupo”. Il che può far ridere o meno (io ammetto di aver scritto del lupo solo nella speranza di intercettare un accesso di questo tipo: prima o poi, sono paziente). Chiaramente questo è un esempio purgato. Contando che molte delle query sui motori di ricerca sono, ehm, un po’ osè, capirete cosa può anche capitare. Di tutto. Ma in realtà è un piacere strano, quello dei referrers intendo, che ha vagamente a che fare con la percezione della propria immagine, e con la voglia di “abitare” lo sguardo altrui che si posa su di noi. Altri esempi di referrers? Ne hanno scritto molti (tutti?), ecco alcuni che ho trovato in una veloce ricerca (se qualcun altro vuole segnalare la sua lista o i suoi post che ne parlano è benvenuto): la pagina fissa di gnueconomy, altri random 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 ma la lista completa di chi ne ha scritto sarebbe davvero infinita. Quelli di Webgol dite? *Canzone fiki fiki, *vacanza in chiatta (emulo di woodehouse? ndr) e *mara venier fakes (sic). Possiamo fare meglio. mercoledì, maggio 07, 2003 Casomai non ne aveste già di vostri (e stronzi peggio). Generatore di problemi. Stronzi, obviously. Ovvero del genere che vien da ridere a leggerli degli altri. (Thanks Phibbi)
martedì, maggio 06, 2003 Parole, parole, parole. Quando non trovi le parole giuste puoi ricorrere a PolyGen, generatore di frasi casuali, di senso compiuto però. Ti servono dialoghi per un film d'azione? Titoli in stile hollywoodiano? Oroscopi? Ridere degli stereotipi fa sempre bene.
Parboiled era finito. Seguendo le indicazioni di Contaminazioni sulla poetica di Pirandello, ci si ritrova di fronte ad una interessante distinzione tra comico e umoristico, qui ben spiegata: il comico è la risata di panza (una donna mal truccata è l'esempio classico, un uomo che cade – qualcosa tipo le idiot images di Gnueconomy), un superficiale avvertimento del contrario, al contrario l’umoristico genera “il sentimento del contrario, il non saper più da qual parte tenere, la perplessità, lo stato irresoluto della coscienza”, è affine alla riflessione e alla narrazione, e spesso sconfina nel drammatico. Un riso semplice ma banale vs un riso riflessivo ma amaro. Parboiled era finito? lunedì, maggio 05, 2003 Mondi Possibili. Sono stato re e sono stato suddito; sono stato padre, madre e figlio; sono stato nano e sono stato gigante; ho combattuto gli alieni e sono stato invasore; sono stato in paradisi lontani e in inferni vicini; sono stato amato e sono stato odiato; ho mangiato e sono stato mangiato; sono stato guardia e sono stato ladro; sono stato preda e sono stato inseguitore; sono stato una folla e sono stato un solitario; sono stato allievo e sono stato maestro; sono stato schiavo e sono stato tiranno; sono stato una creatura mitologica e sono stato il frutto di un'equazione logica; sono stato un eroe e sono stato un vigliacco; sono stato un animale e sono stato un vegetale; sono stato invincibile e sono stato sconfitto. Sono stato un dio. E sono stato un diavolo. E sono stato un povero diavolo. Sono stato quasi in ogni tempo e luogo. E sono sempre tornato. E naturalmente sono stato laddove tutto è cominciato. Cercherò sempre di rimanere fedele a me stesso, provando, per qualche momento, ad essere tutt'altro.
Giochiamo a fare la guerra? E' stata una delle parole più pronunciate durante la guerra, embedded, al seguito, integrato, mischiato, fuso... Giornalisti accreditati al seguito delle forze armate alleate (?), in molti a giocare - a loro rischio e pericolo, va detto - a fare la guerra insieme agli eserciti. Gli altri, quelli che non hanno una struttura alle spalle capace di garantire (sic) oggettività e copertura assicurativa, liberi (non poi tanto...) di seguire la guerra con occhi meno accondiscendenti. Ne parla Diario 16/VIII in un bel articolo di Elena Cosentino.
domenica, maggio 04, 2003 Il più breve post sensato mai postato.
Panta rei, appunto. Tutto scorre, anche questa settimana monografica sull’acqua. Nell'acqua le storie galleggiano come ricordi (come cinque storie di fiumi europei), nuotano come pesci (che non hanno passaporto), scivolano come barche (come foto di chiatte), si raccontano, come parole tra le onde (o una sorta di manoscritti in bottiglia). Tra gli ospiti della nostra settimana galleggiante, il commissario Alighieri e il sommo Montalbano (una buona forchetta - thanks Giallodivino), e la strana coppia Bonnie da Vinci e Clyde Machiavelli: pare abbiano apprezzato la gita turbinosa tra un po’ (un popò) di Po (rigorosamente senza ampolle), la franca Sava, e un Danubio magico e pacioso.
sabato, maggio 03, 2003 Rapida acqua Scorrono più lenti, meno lenti, anche i racconti. Jedlowski scrive che in ogni evento raccontato si può riconoscere un aspetto che riguarda i fatti narrati, la storia, un altro la forma narrativa, il racconto, e un terzo che riguarda la relazione che il narratore stabilisce con i suoi destinatari, la narrazione. Il mondo è pieno di storie, imprigionate nelle pagine di un libro. Liberare le storie, lasciarle libere di correre, diffondersi, parlare a tanti, questo è quello che si propone il bookcrossing. Leggi un libro, poi lo liberi da qualche parte, in attesa di un altro lettore, e lasci dietro di te una mappa, perché qualcun altro possa trovare il tesoro e così via, libro dopo libro. Si scambiano storie, ma si creano anche relazioni.
venerdì, maggio 02, 2003 Il passaporto dei pesci. “Il Danubio è una grande ecumene”, ha detto nell’intervista di ieri Paolo Rumiz, nume tutelare degli amanti dei fiumi e dei Balcani (per non dire degli amanti dei fiumi balcanici che ne hanno l’immaginetta votiva sulla scrivania - o sulla bicicletta). Scrive lo stesso giornalista di Repubblica nella tappa numero 5 del suo (e altanesco) “Tre uomini in bici”: “Il Danubio va, lento, regolare; uno ci si tuffa da una chiatta arrugginita, nuota controcorrente e pare fermo, col fiume che gli scorre sotto come un tappeto mobile.” Se era arrugginita, poteva ben essere la stessa della foto qui, che forse proprio sulla sua ruggine galleggiava, e per miracolo. Sul Danubio sta Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia. Assediata per mesi nel 1991, lasciata sola, distrutta, con le rondini “ad abitare uno per uno i buchi nei muri fatti dai kalashnikov. Una rondine per ogni bossolo, che rivincita della vita!”. Vukovar era Danubio, un gran crogiuolo di genti della grande società aperta danubiana, che aveva cultura dell’acqua, che è scambio, disincanto, e movimento, e che è poco sensibile ai richiami dei tribalismi che fecero forte una guerra assurda. E forse anche per quello, dice Rumiz, fu distrutta. Ora, a Vukovar, il Danubio è pacioso e spento, navigabile ma non navigato: da qualche parte lì in mezzo, passa il confine, e dall’altra parte è Serbia. Alcuni pescano, perchè almeno i pesci non hanno passaporti.
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foto di a.s. Monografie
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Sociologia, comunicazione, giornalismo. Leggere a fuoco lento. Un weblog collettivo e trasformista, un esperimento giornalistico. Ogni mese cambia il tema che fa da bussola, la foto che fa da header (più spesso), i post (forse). Webgol è un tentativo di piegare lo strumento blog ad un approfondimento tematico. Senza spezzarlo. O quantomeno non del tutto. Vuoi sapere tutto (o quasi) sui blog? ![]() di cosa scriviamo ora
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