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Il nuovo link di webgol è www.webgol.it sabato, agosto 30, 2003 Viaggi a stelle e strisce. Due ultime toccate e fughe, quelle degli altri (altri viaggi altrui: qua, da scialarsi tra villaggi vacanza, greci srotolati e snapshot albionici) e un ricordo, targati usa. Una nazione che è impossibile viaggiare, o che si viaggia sempre due volte, una volta sulla strada, l'altra, di riflesso di sponda di contrappunto, nei ricordi e nell'immaginario. Uno. Gli autografi in trasferta valgono doppio e un bus driver che non conosce Gaucci, due divertenti spezzoni sportivi della trasferta americana di Fuoridalcoro (Carlo Annese). Due. «è che descrivere gli stati uniti senza dirvi cose che già sapete dai film o dalla tv non è facile.» Robba ci riesce, assai bene: del caldo sud pare di sentirne l'afrore (e delle patatine formato maxi) e la luce, accecante, che quasi costringe a non vedere, o vedere più acutamente, strizzando gli occhi. Tre. Fulci (padre) e Stallone (figlio) tra ricordi filiali di Lady Stardust e drive-in pieni di zombie made in Italy, nella convinzione che la voce dei 'reietti' sarebbe invece arrivata lontano. Lontano. Fin sui blog. Al ritorno dalle vacanze. di Salto del Canale (per webgol) I preparativi per le vacanze? Come un biglietto del Superenalotto e gli inconfessabili desideri che si nascondono dietro una fantasiosa ed improbabile sestina di numeri. Poi, il ritorno, con la memoria ancora immersa in quel vivere più o meno intenso, impegnati a sfruttare ogni singolo minuto prima della propria data di scadenza, liberi dai lacci della routine quotidiana e catturati da tanti riti di sapore infantile, tra giochi d’acqua, ozio, sport, balli, nuovi amori o sentieri di montagna. Ed in fondo ha ragione William Shakespeare: “se tutto l’anno fosse fatto di allegre vacanze, divertirsi sarebbe più noioso del lavorare.” Lui, il piccolo Leonard, che ancora non sa cosa significhi “vacanza”, ci guarda, sorride ed infine regala un sonnacchioso, meraviglioso ma non meravigliato sbadiglio. Uno sbadiglio più che mai contagioso, al ritorno dalle vacanze, comunque e dovunque le si siano trascorse.Salto del Canale giovedì, agosto 28, 2003 Bove Futurista. ![]() Ecco il mio Bove Futurista, lanciatosi con intrepida velocità verso gli sferraglianti pascoli erbosi. Sei foto e un pensiero ruminante - masticato, non detto - di essere volatile, rapidissimo e leggero, e mescolarsi nelle cose come velocissimo colore. Picasso si starà rivoltando nella tomba, anche lui aveva trattato il delicato tema della trasformazione bovina in un famoso esperimento grafico (prima di me e della Simmenthal, che trasforma i bovini in scatolette, e mica lo sa che sta facendo arte). DELAYED 2 - città invisibili di Proserpina (per webgol) ![]() Succede che dimentico i volti della gente che conosco da anni, ma mi resta in mente, fisso, uno sguardo più sincero di un passante o un viaggiatore, trovato in una stazione - una delle tante stazioni in cui lascio le mie impronte digitali sulle macchinette automatiche - (o un aeroporto affollato di gente diversa e sconosciuta), che porta con se la sensazione che la vita non è così male come la descrivono, è un viaggio continuo o un passeggiare, un andare costante, un transito nelle sale d'aspetto, tutte uguali e tutte diverse, un po' amare. Vi sono delle città che sono come puttane, con le cosce accoglienti e sempre aperte, per te, che sei viaggiatore e ti trovi a passare per caso su per le sue curve e ti chiedi se vale la pena ripartire o restare lì, ad amare quelle curve e quelle cosce, per una notte o per un'ora, o forse per una vita intera, nascondendoti tra le sue vesti, impazzendo di gelosia. La scopi una volta e lei si ricorderà sempre di te, non ha tempo né età, mefistofelica, bella, con i colori e le voci, la piccola antica carezza che ti sfiora. Sei lì e ti guarda, una Città Invisibile, e ti dice che ti ama, che il prezzo da pagare non è così caro, che lei non ti chiude le gambe sulla schiena, puoi decidere di alzarti e voltarti per andare via. Alzarti e voltarti. Non la scoperai mai in un letto vero, questa città puttana, che ti scopre nei cessi della sua stazione e pensare al tuo futuro, o in un angolo sotto un portico la notte di un capodanno da dimenticare. C'avessi il tempo d'amarla davvero, una Città Invisibile, le farei inarcare la schiena nelle mattine invernali, o di notte la sveglierei per dirle che l'amo, l'amo di questa folle corsa del mio andare e tornare, incostante, e sempre eternamente in bilico tra questo pezzo di cuore, qualche parola ed un sorso del solito gin. Proserpina mercoledì, agosto 27, 2003 DELAYED - città invisibili di Proserpina (per webgol) - Pronto? - Sto partendo. - Dove vai? - Vengo da te - E dove? - Lì dove sei tu - Io non ho casa, nè un letto, nè tanto meno un'identità - Lo so - Come farai a raggiungermi... - Cosa importa ora avere un'identità e un indirizzo a cui spedire in un pacco regalo queste parole e questa voglia che ho di te, ti raggiungo, vengo da te, prendo il prossimo aereo, sono già in aeroporto, mi hanno detto di aspettare, che al prossimo volo disponibile mi chiameranno - Allora ti aspetto click - Signorina? - Dice a me? - Sì, l'unico posto libero al momento è su un volo per Banjul, doveva partire alle 12.25, ma è stato rimandato alle 22.00 qualcuno ha quindi disdetto... - Lo prendo. boarding Proserpina domenica, agosto 24, 2003 Il viaggio (o almeno un pezzo ameno). Il viaggio. Coraggio! Ci vuole coraggio ad andare via. Il viaggio. Il viaggio è un miraggio Rimane distante e sempre devia Il viaggio è viaggiare Per terra e per mare Il viaggio è viaggiare Il viaggio è andar via... Una macchina sconosciuta. La terza marcia non entra bene e gratta sempre un po’, infastidendomi. L’aria è satura del fumo di due sigarette leggere. E in questa nebbia i silenzi si vedono come fasci di luce. La strada scorre piatta ed assolata: desolata. Compaiono e svaniscono, molto prima di qualsiasi giudizio, case e persone, e colline lontane che chissà come sono davvero. È uno di quei pomeriggi d’estate in cui i rumori evaporano nell’aria calda e tutto resta come sospeso, in attesa. Non ci conosciamo da tanto ma perché anche tra noi tutto sembra evaporare? ... L’autostrada è un pensiero fatto bitume. Un lungo pensiero srotolato ed asfaltato. E correndo in automatico, in automatico vanno i miei pensieri, ed i suoi. Guardo il contachilometri, fisso sui 130, e cerco di concentrarmi sugli infimi spostamenti della lancetta e sull’orologio che è accanto. "Lo sai che andando a 130 all’ora facciamo un km ogni 30 secondi?" dico. "Ah" è la risposta. E la mia domanda cade nel vuoto rotola per terra finisce tra le ruote della macchina e scompare nello specchietto retrovisore, come un animaletto investito. "Tra un po’ dovremo uscire" - dice - "tra un po’ arriveremo." Arriveremo? Ma arriveremo dove? - penso io. ... Lo vedi che succede a chiedere un passaggio destinazione OVUNQUE... giovedì, agosto 21, 2003 Death Valley di Gaia Capecchi (per webgol) ![]() Ecco. Un anno fa. Caldo. Death Valley. "Che dici, facciamo la 190?" "No, no, facciamo l'altra, che sarà mai." L’altra era una strada come ti aspetti che sia una strada nel deserto. Cioè il nulla per chilometri, ma un nulla solido e visibile, a tratti spaventoso. Poi lo sai che insomma non accadrà niente e lì nel mezzo alla Valle della morte prima o poi qualcheduno passerà e anche se dovesse calare la notte e la macchina ti si dovesse fermare e tu rimanere lì, alla fine non succederebbe poi - magari - questo granché. Però insomma. Sarà forse il silenzio compatto e quell’impasto di sabbia e sassi e terra e rocce. Sarà la lentezza con cui ti viene di percorrerla. Sarà la spia dell’acqua che vedi salire chilometro dopo chilometro. Saranno tutte queste cose insieme e il fatto che da più di un’ora non incroci nessuno. Ma la Valle della morte ti mette a disagio. T’accorgi pure che l’ultima fotografia scattata era quella con il cartello che indicava il bivio - e dopo non ti è venuto in mente neppure una volta di scendere giù dalla macchina e metterti a fare quelle foto tipiche con te che ridi, capelli al vento in mezzo alla strada vuota e niente intorno. Hai pensato senza pensarlo con coscienza che scendendo giù qualcosa potesse, chissà come, risucchiarti all’istante o pietrificarti - sasso fra i sassi. Quando hai intravisto nella luce ingannevole e pastosa del deserto il profilo dello Stovepipe Wells Village ti sei sentita sollevata, sei scesa, e ti sei fatta scattare una foto. Camminavi di spalle, con pantaloni bianchi e il cappello a righe arancioni, verso la costruzione di legno. La foto è venuta sfuocata. Fra le due foto - il cartello e la sfocatura - solo quello che ricordi tu: e non sei nemmeno certa di ricordare bene, troppo tesa ad assorbire tutto nell’allora. Gaia Capecchi lunedì, agosto 18, 2003 I pizzicotti degli altri. Toccate e fughe (un tema narrativo, lento, calmo e ronfante come un gatto che all’ombra riposa, tra passati che tornano, e ritorni che passano) continua dall’inizio del mese. Viaggi estivi, pizzicotti sul sedere di altre città, culture, persone, tra schiaffi rimediati e baci rubati, voglia di nuovo e profumo (desiderio) di casa: di rinnovare la conosciuta noia con sconosciuti rimpianti. È così anche in giro? Più o meno. Alcune delle toccate e fughe raccolte qua e la, i primi racconti viaggianti di questa estate, le primizie (quelle che ho letto io, ovvio): altre, presto, di certo, seguiranno (facciamo che me le segnalate?). Uno. Il villaggio vacanze delle cronache marziane e maldiviane di Giallodivino (cinque esilaranti puntate: I, II, III, IV, IV): pare che abbiano già acquistato i diritti per farci una fiction, ambientato parte nel villaggio, parte nel solarium d'ascarico, molto conteso il ruolo del BARONE e dell'ahò-lei. Due. Proserpina, dalla francofona terra di sputacchiosi mangiabaguette, tra cose belle e il fascino della straniera, letture impegnate e risatine berlusconiane. Tre. Elis di Storie ha scattato cinque belle istantanee, snapshot, della perfida albione (I, II, III, IV, V). Quattro. Carnefresca e i suoi viaggi stanziali, tra mangiate di ferragosto, il bikini a canottiera che sta meglio, srotolamenti greci, e giubilo cantato da fine vacanza (capolavoro) (Ma vogliamo esagerare, quindi: le costellazioni del mare in un piccolo pacchetto fotografico, su photowebgol, e un nuovo header anti-dieta, reportage-verità dalle cucine ferragostane) venerdì, agosto 15, 2003 Etologia dell'optional tricotico. "La musica e la poesia hanno un vantaggio sulla pittura: il lirismo" (das Lyrische). E nel "lirismo", continua Hegel, "la musica può spingersi ancora più in là della poesia, perché é in grado di cogliere i moti più segreti del mondo interiore, inaccessibili alla parola. Esiste perciò un'arte, in questo caso la musica, che é più lirica della stessa poesia lirica." Così scrive quel furbone di Milan Kundera sull'ultimo numero di Adelphiana. Che devo dire? Sono totalmente devastato dal fattore mullet, perchè sono cresciuto accanto a loro, sono cresciuto vedendoli crescere intorno a me e non sapevo che appartenessero ad una categoria conoscitiva. Sono basito, rattrappito, colpito al cuore e nei capelli (sarò presto calvo, ma mi rassicuro, quel tipo di calvizie nobile, diciamo uno stempiato voluttuoso, e rimando ancora a Woody Allen e al suo Annie Hall). Sono nato e cresciuto (fino a 6 anni) in un paese chiamato Staefa (Canton Zurigo) per poi maturare fino ai 19 in Ticino, tra svizzeri tedeschi in ferie e residenti, e i mullet devastavano l'orizzonte delle partitelle a Hockey su pista. Come se non bastasse, e tornando al nostro Kundera, e alla musica, i mullet sfoderavano straordinarie doti di corteggiatori sopratutto in era Spandau Ballet: diciamo un mullet da lungomare innaffiato di melassa. La musica alle volte assomiglia ad un taglio sbagliato e profuma di lacca per capelli: mai avuto un amico che un pomeriggio di prove con i Frozen Feet arriva con i capelli alla Nick Kershaw? giovedì, agosto 14, 2003 Un mullet tira l'altro. Poche cose come il tipo di capigliatura (Guido Vitiello ne parla qui, proponendo l’esame della stessa come unico modo sensato di stabilire che tipo di uomo sia un uomo, altro che Q.I.) assurgono a fattore distintivo di un’epoca: molto più degli abiti (che, prima o poi, ritornano, sotto forma di costosissimo vintage), molto più dell’architettura o delle canzoni (che ritornano anche loro, copiate). Ma la capigliatura no, quella non mente. Guardate questa famiglia nell’arco di 20 anni (l’avevamo già segnalata ma merita). La capigliatura è la concretizzazione visibile (la si “indossa”, la si porta addosso) di una serie di mediazioni socioculturali complicatissime e trasversali in equilibrio tra accettabilità, riconoscibilità e devianza sociale: il sentimento di una stagione, spesso irripetibile, tradotto in capelli (non lo dite ai parrucchieri). Con una forte valenza identitaria, tanto da diventar, spesso, sineddoche, una parte per il tutto: pensare a “i capelloni” degli anni ’60, gli skin head, o i rasta. Poi ci sono i mullet. Che sono tutt’altra cosa. Il mio primo mullet lo intravidi più di una dozzina di anni fa. Ad Hampstead, ridente località britannica nota per aver dato i natali ad A.A. Milne, creatore di Winnie The Pooh (da cui, credo, l'italico gruppo - tra l'altro mullet anch'essi: tutto torna) tra torpidi approcci alle ragazzine svedesi e caramelle gommose trafugate con destrezza negli store. Me lo fece notare un mio amico inglese, con lo stessa accortezza che si userebbe nell’indicare l’ultimo esemplare vivente di upupa imperiale: voce bassa e movimenti controllati, altrimenti scappa via. Un esemplare meraviglioso, nel suo genere. Sopra capelli a spazzola, corti, normali, e poi, sotto, lunghi, giù fin sulle spalle. Sopra corti, sotto lunghi. Facile. Un virus tricotico trasversale ai generi (sostanzialmente unisex), all’età (viste intere famiglie mullet, bimbo massimo treenne compreso: un’esperienza da far tremare i polsi, che non consiglio a nessuno), alle classi sociali, dalle origini ancora oscure alla scienza positivista (perché? PERCHE’?). Quell’estate la passammo cercando mullet in mezzo alla gente. Tanto tempo dopo scoprii, per caso, di non essere il solo affascinato da questi strani esseri a capigliatura dissonante. Come si legge su uno dei tanti siti a loro dedicati (il più famoso è mulletsgalore e merita un’attenta consultazione) dire che i mullet sono semplice capigliatura è rimanere alla superficie del fenomeno: the mullet is a way of life, it is a state of mind, it is every person who wears it. Io vi avverto, fate attenzione con i mullet: provocano dipendenza. martedì, agosto 12, 2003 Everybody wants Steve McQueen. Torniamo indietro a quell'anno, si quello delle gite in carretto con tettuccio giallo per maschietti a caccia di dischi, invece che di ragazze. Inverno 1984-1985, stesso gruppetto di ragazzi giovani, quarta media (quindi prima liceo in Italia, noi eravamo in Ticino, Collegio Papio; ne parliamo un'altra volta), esce il secondo album dei Prefab Sprout, intitolato Steve McQueen. Allora la voglia di unire le esperienze, come dire, una tensione che allargava l'individualismo alla condivisione (eh eh eh!) non spopolava: si praticava parecchio il gruppo, la congrega di ascolto, di vita e di avventure, in piccolo, certo, ma sempre raccolte tra poche persone. Io tu, lui e l'altro. Al massimo una lei. La ragazza di lui. Al massimo. Con l'uscita di questo meraviglioso ed immortale disco succede che Andrea, uno dei quattro o cinque, l'unico che alla fine i dischi li comprava veramente, perchè poteva permetterselo, prima di far ascoltare agli altri membri della congrega, passa inconsapevolmente l'oggetto del desiderio a tale Elisabetta. Ora dobbiamo capire che all'epoca chi portava una quarta era davvero qualcosa di speciale. E forse davvero meritava un ascolto preventivo. Quello che accadeva dopo alla fine non erano fatti nostri: in fondo si preferiva gli Smiths alle passeggiate sul lungomare di Riccione in primavera, insomma ci meritavamo una certa ignoranza sul dopo che ti ho prestato il disco dei Prefab... Il guaio è che noi veniamo a sapere dello strappo estetico: ma come, prima lei, dopo noi? Non sia mai. Rappresaglia. Tremenda vendetta. Si parte solo in tre, sempre i soliti un po' sfigati, si parte dicevo per Riva Trigoso, a pochi chilometri da Sestri Levante. Viaggio in treno, scompartimento di seconda, aprile 1985, vacanze di Pasqua. Contro vendetta. In tre da una parte, a guardare, e sopratutto ad ascoltare un lui e due lei seduti di fronte, parlando di avventure da letto, in tre: sempre lui con le lei. Forse era il caso di arrendersi all'evidenza. L'ascolto monacale faceva male. Steve McQueen continua ad avere l'odore di quello scompartimento, e così anche Swoon, il primo album dei Prefab, trovato in un negozio di Sestri. Era l'odore, sofferto, dei solchi. lunedì, agosto 11, 2003 Qui dove il mare luccica (...e tira foooorte l'header...) E' in onda (è il caso di dirlo) una serie di quattro header marini e luccicanti. (alza la testa o guarda anche gli altri: uno, due, tre e quattro) Riflessi brillanti come i diamanti, o le lucciole. Che non sono per sempre come i primi, o mai più come le seconde, ma immersi, appunto riflessi, in un velocissimo ora, in una sorta di miracolo piantato nel mezzo delle normalissime cose. Il sole che c'è. il mare che c'è. Il caldo che fa. La gente che nuota. Io che rompo le scatole fotografando. Tutto normale. Tutto torna. O scappa più veloce. sabato, agosto 09, 2003 Donna Moderna ama Uomo Ragno. Rubrica delle lettere di Donna Moderna (a proposito segnalo un conflitto, come chiamarlo, toponomastico-editoriale: la rubrica in cui "Ogni settimana Irene Pivetti commenta per voi un fatto di attualità" si chiama "Piccola posta"; chi glielo dice a Sofri - o alla Pivetti? O gliel'hanno già detto, e si sono messi d'accordo tipo franchising?). Indecisa 72 chiede consiglio: chi scegliere tra un ragazzo che "fino a poco tempo fa ero sicura di amare" e un altro ragazzo "che mi piace molto" e con il quale "ci stuzzichiamo parecchio". La risposta ha un che di inquietante, e merita di essere integralmente riportata. "Per casi di incerta attrazione come questo c'è un test infallibile: la prova delle mille braccia. Quando lui, il tuo fidanzato storico, ti abbraccia, cerca di immaginare, e di contare, quante braccia ti senti addosso. Sono tante, tantissime, quasi mille? Se si, tienilo. Se no prova con l'altro. Vale il ragazzo del quale ti senti addosso più braccia. Praticamente il ritratto dell'Uomo Ragno. Per noi bimani prevedo tempi duri. giovedì, agosto 07, 2003 Preferisco il rumore dei solchi. Giugno 1986. Riccione, gita scolastica delle quarte medie. Piove, come avrebbe sempre fatto da li alla quarta liceo, con l'ultima attesissima gita a Barcellona. Pomeriggio libero: due le scelte. Gita in carrozzella coperta, due posti sotto tendalini alternativamente rossi o blu. Per riconoscersi. Oppure passeggiata sul lungo mare saltando la risacca. Alternativa romantica, ma la carrozzella nascondeva una minaccia pesante: la competizione tra maschi per la ragazza più carina. Opzione stancante, e persa in partenza. Si va a cercare dischi, già allora occupazione preferita da me e altri due amici, con i quali condividevo il sogno dei Frozen Feet, formazione underground di rock alternativo a tutto: scuola, amiche, letture, genitori. Si sa che è uscito l'ultimo degli Smiths. Lo aspettiamo da qualche mese, letta la recensione su Rockstar (propongo a questo punto un giochino estivo: liberiamo la memoria e recuperiamo i vecchi titoli delle riviste specializzate della nostra giovinezza). Rientriamo con due album appogiati nel cestino del carretto con la cappotta gialla (niente ragazza, niente carrello rosso/blu! era stata la sentenza dell'omino delle biciclette): The Queen is Dead, degli Smiths, e una scommessa, The Drum is Everything, di Carmel. Ma il ricordo più tenero, e quì mi sbilancio, è la sensazione di smarrimento una volta rientrati nella camera: non c'è il giradischi! Riuscimmo a fare un giro dei negozi e dei bar della zona alla ricerca disperata di un impianto dove poter ascoltare il disco degli Smiths. Finimmo con il guardare i solchi in controluce e a leggere i testi delle canzoni. Ma niente musica per una settimana. Solo il silenzio dei solchi. Quello fu il primo ascolto di The Queen is Dead. mercoledì, agosto 06, 2003 La curiosità è come il postino: bussa sempre due volte. Messaggio in segreteria, questa mattina. Ehilà, sono io! (era e.b.: il tono di voce non prometteva nulla di buono) segnalazione ve-ra, vera!, credimi (e invece temo il trappolone: le precedenti segnalazioni di lettura a curiosità indotta e serendipity, del genere compra il Frankfurter Allgemeine, mi rendono piuttosto diffidente) compra l’Avvenire di stamattina e vai a pagina, allora, pagina 25! Diavolo d’un e.b., penso io. Questa è una variante malefica. Se segnala anche la pagina, mi dico, sarà cosa vera. O l’ennesimo trucco. Decido di resistere. Poi ci ripenso. Il punto è che dove mi trovo adesso non è esattamente una metropoli. L’unica copia dell’Avvenire, da quello che mi dice l'edicolante che distribuisce tutti i giornali in città, è riservata al vescovo. E mi guarda come per chiedere: tu sei un vescovo? Evidentemente no, rispondo con lo sguardo, posso comprarlo lo stesso il giornale? Si, mi concede, questa volta parlando, il vescovo è in vacanza. Bene. Torno a casa, con sotto braccio la copia del vescovo. Vado subito a pagina 25. Trovo una inchiesta sul fitness (col fitness c’è più spirito), e la presentazione sulla mostra di Hogart ad Ascoli Piceno. Maledetto. Questa volta mi ha proprio fregato. Ma oramai ci sono: do un’occhiata a tutto il giornale, che mi costa? Tra l’anniversario della morte di Papa Montini, e una inchiesta su Bagnoli, questa volta non trovo davvero niente. Finché, a pagina 26, il riflesso di Gianni, un bel pezzo di Tullio Avoledo (si, quello dell’elenco telefonico) con la musica degli Smiths come filo conduttore. Gli Smiths, di cui mi sono innamorato proprio in un viaggio agostano, breve e intenso, di parecchi anni fa. Su L'Avvenire. Sulla copia del vescovo in vacanza. In una pagina sbagliata. Secondo me, la tecnica, funziona. martedì, agosto 05, 2003 Photowebgol. Nasce photowebgol. La scusa sono i bellissimi scatti della nostra Michaela su Berlino (qui). Per non ingombrare troppo webgol con i nostri scatti. E magari, per contrappuntarlo: da lontano. Un blog che è, nelle nostre perverse idee, una complanare, una strada che viaggia sullo stesso piano, che spesso va nella stessa direzione e porta negli stessi luoghi: ma non sempre. E sempre a proposito di fotografia (blogfotografia), segnalo, per i pochi che ancora non l'abbiano visto, il terzo numero di photoblogger.org: da rifarsi gli occhi. a berlino che giorno è. se fosse un film non potrebbe che essere tetsuo, dove in un paesaggio espressionista la carne si fonde col metallo. città di contaminazioni spinte, cuore mitteleuropeo innestato di acciaio e vetro. questa è (anche) berlino: dietro ogni angolo contraddizioni in atto. i giardini curati di charlottenburg, le gloriose case occupate coperte di graffiti di kreuzberg e le architetture di design che si esibiscono in ardite prospettive (visto su photoblogger). fianco a fianco convivono le sbrecciate pietre brune in odore di prussia, sopravvissute al reich, e le facciate a specchio. dalla cupola del reichstag un panorama in continuo divenire, rappresentazione perfetta dell’ansia di cambiamento che si respira in questa città, che dal dopoguerra continua a cambare fisionomia. troppo carichi di storia e ormai orfani anche del muro i berlinesi hanno scoperto l’est e affollano club e locali nati nei grigi palazzi dell’ex ddr. e mentre vanno in cerca di un appartamento a prenzlauer berg, pensano con un pizzico di rimpianto alle perdute certezze socialiste, sospesi tra un passato in vendita e un futuro in costruzione. lunedì, agosto 04, 2003 Toccate e fughe. Proviamo a cambiare un po’. Il tema, ovviamente. Sempre vacanze: d'altronde è agosto. Ma vacanze vacanti. Libere, affrancate dalla routine, dal conosciuto, dallo scontato. Vacanze che sono viaggi, spesso brevi, spesso all’estero, spesso vicino, in Europa, spesso avventurosi (o quasi), spesso in compagnia. Oscillanti tra la voglia di nuovo e il profumo di casa. Spesso una toccata e fuga. Un pizzicotto sul sedere ad altri paesi, culture, città, persone. Quindi schiaffi o sorrisi. O racconti. Iniziamo con un viaggio a Berlino appena concluso (da cui anche il nuovo header), poi magari peschiamo un po’ in giro, o dai ricordi. Ma se qualcuno vuole mandarci contributi freschi (testi ma anche foto), siamo a sua disposizione. Una piccola prova estiva. Andamento lento, e ritmo regolare: come una passeggiata senza meta. Finite le calure. Non quelle atmosferiche (e se per questo nemmeno apatiche e/o sensuali) ma quelle che hanno sottolineato i post della settimana appena passata. Da segnal-azioni accalorate ai calori di Ezio Mauro (attenzione, provocano miraggi), dalla ricetta di spaghetti (nero di seppia, bottarga e pessimismo) ad un enigmatico cartello (“Chi lavora non pecchà”), chissà se apatico o sensuale, da una tecnica (quasi) infallibile per far leggere i quotidiani alle buste sorpresa con i fumetti dentro. La prossima volta mettiamo (almeno) un ventilatore. Randomdipity. Dunque inconsapevolmente, da piccolini, e immagino che questo appartenga sopratutto a quelli della mia generazione, quindi diciamo classe 70-71 (ma forse prima e forse anche dopo) capitava che, sopratutto d'estate, andando verso il bagno lungo uno dei litorali italiani, da una parte o dall'altra della penisola, si incappasse, o meglio fosse un genitore, o più verosimilmente un nonno, a farci incappare, in una di quelle meravigliose buste a sorpresa che animavano le edicole di quegli anni: buste che potevano contenere, nell'ordine, naturalmente uno o più fumetti, magari un po' sorpassati, qualcosa della Marvel, qualcosa di italiano, ma niente Crepax, di cui dovremmo parlare uno di questi giorni; poi si poteva trovare un gadget tipo un cappellino colorato o una trombetta dissonante; magari una bustina di figurine spaiate e fuori valutazione, tipo campionato mondiale di 4 anni prima; insomma, c'era da impazzire di felicità, salvo poi entrare in un tunnel di dipendenza da sorpresa. A guidare la nostra manina dentro la busta era un principio che potremmo ricondurre alla sintesi tra serendipity (eravamo ancora poco consapevoli per poter applicare il principio nella sua completezza) e la ricerca random, che avrebbe solo qualche anno dopo fatto la felicità dei lettori cd. Tutto questo mi è tornato in mente casualmente - ma fino a che punto non so - sentendo un profumo estivo una mattina presto, di calma e silenzio, nei pressi di un'edicola non lontano da casa. sabato, agosto 02, 2003 La curiosità fa l’uomo lettore. Pare che in Italia si legga meno che nel resto d’Europa. Probabile. E dire che, per migliorare sensibilmente la situazione, basterebbe adottare su larga scala una tecnica di antica, comprovata efficacia e di semplice applicazione. La curiosità. E’ stato e.b. ad iniziare, una settimana fa: un sms, dal testo scarno e misterioso. Compra il Manifesto e cerca! L’sms mi coglie in spiaggia, semi-addormentato, sulla sdraio, un libraccio sugli occhi (ah, l’odore della carta!). Non mi sarei mosso, pensavo, per nulla al mondo. E invece quel messaggio mi infregola, m’intestardisco su e giù per un lungomare deserto finché non trovo il giornale. Lo leggo tutto, febbrilmente. Tutto. Dalla prima all’ultima parola. Più o meno a metà della ricerca, trovo un articolo sulla serendipity, è uno dei miei interessi: sarà quello? Possibile. Ma non mi fido e vado avanti: magari è qualcos’altro. Scovo un articolo (già segnalato) in cui Marco D’Eramo spiega perché i parchi sono trapianti di natura, un po’ come la testa di Pippo Baudo è un trapianto di capelli (metafora mia, D’Eramo non c’entra). Molto bello: intanto, però, il Manifesto (Alias compreso) me lo sono letto tutto. Una lettura indotta, in bilico tra burla, buone intenzioni e serendipity applicata. Perchè quando cerchi qualcosa, mentre la cerchi, spesso t’imbatti in qualcos’altro, che non sapevi di stare cercando. Ma non è solo fortuna, perchè devi stare attento e con gli occhi aperti: Pasteur, che era uno che di scoperte felici se ne intendeva, diceva che il caso favorisce la mente preparata. Già. Il giorno dopo, riflettendo su quanto accaduto, ho un’idea. Mi capita raramente, quindi decido di provarne subito l’efficacia su un altro mio amico. Al malcapitato mando, in tarda mattinata (come se avessi appena finito di compulsare la mazzetta dei quotidiani) una e-mail avara di dettagli (avevo imparato la lezione). “Compra L’Osservatore Romano di oggi e cerca!”. Incuriosito, il mio amico compra, legge, trova qualcosa. Infatti, il giorno dopo, risponde. “Bell’articolo, grazie, mi serviva. Ma come mai leggi L’Osservatore?”. Infatti non lo leggo. E ho dovuto resistere alla curiosità di riflesso di sapere quale articolo, secondo lui, gli avessi consigliato di cercare. Non è finita qui. Questa mattina ricevo un sms. È di e.b., maledetto. Leggo. “Frankfurter Allgemeine di oggi e cerca!” Eh no, eh! Adesso si esagera, penso. Peccato, però: non so il tedesco. Altrimenti, nonostante l’evidente trappolone, l’avrei comprato (e qualcosa avrei trovato). Niente da dire: contro la disaffezione alla lettura, una tecnica micidiale. WWW.WEBGOL.IT vai >> |
foto di a.s. Monografie
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Sociologia, comunicazione, giornalismo. Leggere a fuoco lento. Un weblog collettivo e trasformista, un esperimento giornalistico. Ogni mese cambia il tema che fa da bussola, la foto che fa da header (più spesso), i post (forse). Webgol è un tentativo di piegare lo strumento blog ad un approfondimento tematico. Senza spezzarlo. O quantomeno non del tutto. Vuoi sapere tutto (o quasi) sui blog? ![]() di cosa scriviamo ora
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