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martedì, settembre 30, 2003

 
Bertolucci, dreamer
Parte uno: Rossellini Redux
di Enrico Bianda

Bernado BertolucciIl rapporto di fedeltà stilistica, amicizia e rispetto tra Bernardo Bertolucci e la generazione della Hollywood anni ‘70 inizia in modo squilibrato: il regista italiano a 21 anni ha già girato un grande film, La commare secca, Scorsese e Coppola lo guardano un po’ con invidia e un po’ già con rispetto. Sarà lo stesso Martin Scorsese a confessare che durante una proiezione del film Dopo la rivoluzione al Lincoln Center di New York, vide passare quello che per lui era il giovane regista italiano che aveva già fatto tutto.
Ad unire queste personalità, cui vanno aggiunte probabilmente anche quelle di Spielberg, Lucas e Cimino, un amore indistruttibile e insostituibile per il cinema di Roberto Rossellini. E sarà proprio grazie a questi registi, attraverso l’opera di riscoperta critica, quasi celebrativa dei Cahiers du cinéma, che Rossellini tornerà ad essere il maestro, dopo essere stato sostanzialmente dimenticato nel corso di tutti gli anni ‘50. Rossellini andata e ritorno, il titolo, ipotetico, immaginifico, di un film collettivo girato dal terzetto Bertolucci-Scorsese-Coppola.
Proprio di quest’ultimo Bertolucci serba i ricordi migliori, più intimi, segnati da un’amicizia che dura ancora oggi, ma che proprio negli anni ‘70 si saldava attorno ad alcuni film amati (il Samuel Fuller dei primi anni ‘50) e altri da fare…
“C’è una cena, io sono con Claire, con Coppola e con Eleonore Coppola, in un ristorante italiano a Mod’ Street, a New York, io sono li, con lo stomaco in tanti pezzettini, perché il film, Novecento, è in quel momento in cui in America la Paramount non lo vuole, dice che ci sono troppe bandiere rosse! Insomma io cerco di fare un compromesso, cerco di fare una copia che sia più corta delle 5 ore e un quarto che sono uscite in Italia e più lunga delle 3 ore e un quarto che Grimaldi, il produttore, aveva tagliato lui. Quindi una via di mezzo, sulle 4 ore, 4 ore e un quarto. In sintesi è un periodo molto doloroso per me. Ma tornando a quella sera: Francis il giorno dopo parte per le Filippine, per Manila perché deve fare Apocalypse Now, va via prima perché si deve alzare presto la mattina. Io ricorderò sempre lui che va verso la porta, si gira e dice: 'Apocalypse sarà un minuto più lungo di Novecento!'”
(e.b., originariamente su Rosso Fiorentino - segue...)









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Buonanotte ai sognatori.
The Dreamers di Bernardo BertolucciThe Dreamers (scheda e sito ufficiale), di Bernardo Bertolucci, è stato presentato fuori concorso alla 60° mostra del cinema di Venezia. Il film, che uscirà nelle sale il dieci ottobre, ha fatto registrare pareri discordi, che si sono posizionati piuttosto pigramente all'interno di una curva gaussiana classica, tra gli estremi del sontuoso capolavoro e dell'emerita schifezza.
Un film costruito e comunicato per far parlare di se': il maggio francese, il ritorno nella Parigi di Ultimo Tango, triangoli amorosi e ricordi, il mitico sessantotto. Mitico o mitologico. Leonardo, con qualche ottima ragione, ha, per esempio, sostenuto che il ’68 ci ha strasfracellato i coglioni: è seguito dibattito. Ma anche perchè è un film di un grande regista, geniale, disarmante, forse antipatico. In attesa di vedere il film nelle sale, un pezzo in tre parti (Rossellini Redux, Notizie dai fronti, Cinema del presente) di Enrico Bianda che ricostruisce la carriera ed il pensiero del regista parmense attraverso le suggestioni di The Dreamers.
Continua domani e dopodomani, segue una chiacchierata con la stampa svoltasi a Fiesole il 7 luglio, in occasione della consegna del Premio Fiesole e di una retrospettiva a lui dedicata (qui un mp3 con uno stralcio di intervista).
The Dreamers: buonanotte ai sognatori?





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domenica, settembre 28, 2003

 
Ieri, notte bianca, Roma, silent party.
fellini e masina Il primo Silent Party in Italia: una festa dove non si ascolta musica. Non si beve alcool ma solo acqua naturale. L'importanza dell'evento meritava maggiore puntualità, e invece siamo arrivati tardi. La porta era chiusa. Ho bussato forte. Grida di dolore da dentro, forse non era il caso. Se fossimo riusciti ad entrare, però, era tutto programmato, e sapevamo nei minimi dettagli cosa fare. Avevamo alcune opzioni.
a) dopo dieci minuti di assorto silenzio, alzarsi ed esclamare ad alta voce: "beh, e ora che si fa?";
b) dopo una mezz'ora di serena fruizione silenziosa e acqua gassata, declamare un "io mi sarei anche rotto, e voi?", ruttando come Tomas Milian;
c) andare in giro a chiedere a bassa voce a tutti "scusa hai d'accendere?";
d) prendere il white master a fragorosi schiaffoni;
e) leggere le riviste per comprendere meglio il silenzio, quindi chiedere: "qualcuno mi passa l'ultimo numero di Novella 2000?";
f) riflettere 5 minuti sulla propria collocazione geo-emotiva, quindi andare al bar e chiedere una birra;
g) provare le suonerie polifoniche sul cellulare e chiedere il parere dei compagni di sofà;
h) a metà dell'evento, salire su un tavolo e gridare "non ci credo che nessuno qui si sta rompendo le palle".

Purtroppo, però, non ci hanno fatto entrare, appunto e la mostra fotografica sulla Roma di Fellini al Vittoriano ci è sembrata un'orrenda caciara.

Comunicato stampa, evento, Notte Bianca: Silent Party - Musica del Silenzio
Il primo Silent Party in Italia: una festa dove non si ascolta musica. Non si beve alcool ma solo acqua naturale. E' vietatissimo parlare pena l'uscita dalla festa. Da mezzanotte all'una c'è la fase preparatoria al silenzio vero e proprio con i suoni naturali e le indicazioni del "White Master", il regista del silenzio che dirigerà il party. [...]Al piano di sopra continueranno lievissimi suoni naturali (acqua che scorre, vento, pioggia…) e si potrà stare in piedi. Al piano di sotto silenzio assoluto di suoni e pochissima luce…per terra divani, cuscini, tappeti per far silenzio sdraiati. Disseminate nel party riviste e libri di tutti i tipi (per comprendere meglio il silenzio) e video muti e film che proiettano il caos dell’etere. Ma anche le opere d'arte esposte nella galleria che ottengono così una fruizione silenziosa. Il tutto per creare un paradosso sensoriale che deriva da una aspettativa delusa (il silenzio in una situazione che solitamente richiede la parola) e che può portare ad una concentrazione rara sugli sguardi, sulle posture del corpo, sui suoni dei movimenti lenti delle persone, sul pensiero di sè, sulla propria collocazione geo/emotiva, sull'acustica retratta della propria phonè che viene interiormente ascoltata. [...] Mondrian Suite - spazio d'Arti via degli Zingari, 49.

(per leggere il testo completo: qui oppure il programma .doc della Notte Bianca, pag 38)

[update] C'è chi è entrato:
- Piumebruciate: Tanta gente va via mormorando "che cazzata", mentre noi stoicamente restiamo ad ascoltare il silenzio rotto ad un certo punto dalla sigla di Forza Italia: è il cellulare di un tizio che dopo aver fatto suonare tutto l'inno esclama "scusate, è il cavaliere!" e va a rispondere fuori... >>
- Terradimezzo: Anche se il Silent Party è stata una delusione assoluta (cosa che ho dovuto ammettere dopo una prima fase di negazione, con grande avvilimento), ho comunque avuto l'esperienza che volevo, ho comunque avuto il mio segno, ho avuto il silenzio che volevo, non quello artificialmente creato in modo goffo e pacchiano, ma un silenzio di stupore, di rassegnazione, e di attesa, un silenzio incredibilmente reale >>

Difficile dire meglio la differenza tra due differenti silenzi, e difficile che possano prodursi occorrenze tanto eclatanti. Ed eclatante è la differenza, appunto, tra il silenzio artefatto, costruito, enfatico del silent party, e quello reale, denso, penetrante del black out.






















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venerdì, settembre 26, 2003

 
Bozze di sceneggiature al femminile.
Carnefresca e Arkangel, ovvero le-cose-da-non-fare-per-nessuna-ragione-al-mondo, ovvero cosa succede quando si ottura il water e ti arrivano gli idraulici in casa, o quando, alle 3 a.m., chiedi al farmacista notturno le zigulì al mirtillo, ovvero due scritture formidabili, divertenti, femminili, cinematografiche. Date loro un film da scrivere, please.


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giovedì, settembre 25, 2003

 
Scorsese chiede a Berlusconi di fare un film.
La trama? Berlusconi parla a Wall Street: Gags of New York.
Antonella Fulci dixit (è stato proposto anche un musical, un melting pot ballerino: Tangs of New York). Gli altri titoli "modificati" (cambiare, aggiungere, eliminare una lettera dal titolo originale), li trovate tutti qua. La lista rimane aperta.



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mercoledì, settembre 24, 2003

 
Bellocchio all around.
Bellocchio radiofonico.
Speciale radiofonico su Buongiorno Notte, a cura di Palumbo e Bianda, ascoltabile dal sito di Controradio (necessita real player: qui la prima parte e qui la seconda parte ). Interviste a Marco Bellocchio, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzca, spezzoni e musiche del film. Un film così, in radio, mette i brividi. Sia detto per inciso: qui si difende il film. La non aderenza alla verità storica restituisce una verità più profonda.

Bellocchio blog.
Non si può certo dire che sia stato un film passato senza lasciar traccia. O che non si lascia commentare, tra aspettative politiche e riflessioni artistiche. Anche sui blog. Qua le recensioni "serie", da Google e di seguito una lista, certamente incompleta, dei post dedicati a Buongiorno Notte. Per semplicità di consultazione li divido, quando il giudizio mi pare evidente, in giudizio positivo e giudizio negativo, (e dubbiosi o neutrali).

Giudizio positivo: Zitti al cinema, GialloDiVino, Pick Pocket, Minima Moralia, Robba, Seconda Visione, Il nido del cuculo (9 sett.), Barsauro, Gepsblog, Tentativi di fuga, Ibrab, StanleyKetchel, Aleph, Miic, Fuori dal coro...
Negativo: Brodo Primordiale, Tribook, Braind (8 sett.), Diciassette Pollici...
Dubbiosi o neutrali: Gokachu, Mappamondo, Sergio Maistrello, Wittgenstein (15 e 9 sett), Quattro e un quarto, Leonardo ...










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martedì, settembre 23, 2003

 
Alla fine di ogni scena, invece di dire stop, dicevo grazie.
Pupi Avati, durante le riprese di La mazurca del barone della santa e del fico fiorone lo diceva ad Ugo Tognazzi, che credette in un copione originariamente destinato a Paolo Villaggio. (da Il Messaggero)


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lunedì, settembre 22, 2003

 
Il cinema è un campo di battaglia
Lontano dalle mistificazioni di massa, le visioni della guerra da insegnare sono poche. Piccola guida all’incontro con quattro film di guerra contro la guerra.
di Enrico Bianda


1. La guerra come gioco: Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick (1957)
Kirk Douglas in Orizzonti di GloriaFrancia, 1916, prima guerra mondiale. Al colonnello Dax (Kirk Douglas) viene ordinata dai suoi superiori, la conquista del "Formicaio", l'avamposto chiave della difesa tedesca schierato davanti alla trincea del suo reggimento. La missione è quasi impossibile, i suoi uomini sono pochi, in pessime condizioni, ed il numero delle vittime stimate è estremamente elevato. Il puro assurdo. Stanley Kubrick con il suo primo film di guerra, abbracciando il genere come avrebbe fatto anche in seguito, affronta la guerra consapevole del suo fascino, della sua assurda bellezza. Una guerra senza nemico, combattuta all'interno di un solo esercito in una sola nazione. I soldati si ritrovano davanti a nemici che avevano i loro medesimi volti, così il nemico, di cui tanto si parla ("pronto ad uccidere altri tedeschi?") e per il quale ci si prodiga mirando a sconfiggerlo, non appare una sola volta in tutto il film, in una "guerra che pare astratta" Quello che conta, per Kubrick, non è solo l’antimilitarismo del racconto, dove non ci sono eroismi possibili, ma solo la paura, e la rassegnazione di una morte da percentuale, ma conta anche il meccanismo della guerra, il gioco, da svelare nella sua assurda fascinazione che può solo produrre morte.

2. L’infinita violenza: Il grande Uno rosso di Sam Fuller (1980)
Forse non è un caso se nella vita di Sam Fuller una delle ultime azioni cinematografiche sia stata l’apparizione nel film di Wim Wenders The End of Violence. Sam Fuller dirige Il grande uno rosso raccontando l’odissea - umana e niente più - di un gruppo di militari statunitensi durante la guerra di liberazione d’Europa nel 1944-1945. Dal Nord Africa fino ai campi di concentramento nazisti in Germania passando per le pianure piovose del Belgio. In guerra non esistono eroi, ci sono solo sopravvissuti, diceva Fuller. La sua guerra è una guerra che non riposa sui cadaveri, ma racconta la vita, o meglio la sopravvivenza con il taglio del reporter. Nel Grande Uno Rosso, la Prima Divisione della Fanteria Americana, Sam Fuller c’era stato davvero, come reporter, documentando tutti i fronti della guerra. E nel suo film, autobiografia di una sconfitta umana, Fuller porta lo spettatore nella dimensione fisica della battaglia, come mai nessuno prima di lui probabilmente aveva fatto, e ancora una volta non è un caso che Spielberg per il suo Ryan volle proprio Fuller come consulente… Ultimo atto di una vita di cinema controcorrente.

3. Fate l’amore, non la guerra: Kippur di Amos Gitai (2000)
Dedicato a Samuel Fuller, Kippur dell’israeliano Gitai mostra una guerra (quella del 1973) priva di retorica e antispettacolare, fatta di caos, confusione, corpi che affondano nel fango, rumore delle bombe, degli elicotteri, dei carri armati che girano a vuoto; il nemico, l’altro, non si vede mai: gli arabi e gli israeliani sembrano incapaci di guardarsi negli occhi e parlarsi. L’eccitazione iniziale dei giovani protagonisti si trasforma presto in angoscia, in incubi, in perdita della ragione di fronte all’assurdità della guerra e in silenzio. L’episodio è incorniciato da una parentesi d’amore, di corpi che si stringono, si lasciano e poi si ritrovano alla fine del film, tra colori quasi liquidi, in cui prevalgono i toni della guerra - verde, grigio, rosso sangue - come in una specie di sogno pop, con il sax di Jan Garbarek che si trasforma in una sirena lancinante, in piena atmosfera anni 70.

4. Buttate la bomba, sterminateli tutti: Apocalipse now di Francis Ford Coppola (1979, ried. 2001)
Francis Ford Coppola, Apocalypse NowInsegnano ai ragazzi a sparare sulla gente ma non gli lasciano scrivere fuck sugli aeroplani”: immoralità e ipocrisia della guerra. Apocalipse now è sicuramente un film sul conflitto in Vietnam e contro la logica di morte, ma i confini tra bene e male sono incerti e spesso indistinguibili e il tono non è quello realistico delle opere classiche del genere, ma quello ipnotico e delirante di un viaggio nel cuore di tenebra del sogno americano. L’opera di Coppola è anche qualcosa di più, racconta di una nazione, di un popolo, di una generazione, quella cresciuta e diventata adulta negli Usa negli anni 60, della sua energia vitale, energia che crea e che distrugge. Un film sul potere che di questa energia si nutre, fino a cannibalizzare i suoi stessi figli. Apocalipse now ha un andamento lento, interrotto da numerose e sublimi/atroci scene madri. Un risalire dantesco lungo un fiume, narrato in prima persona da Sheen/Willard alla ricerca di Brando/Kurz, dentro una giungla diventata labirinto mortale, ma soprattutto dentro un abisso interno sempre più profondo.
(e.b. - Rosso Fiorentino, n°3)
















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sabato, settembre 20, 2003

 
Dio è morto, Marx è morto...
...la critica musicale è quasi stecchita ("...quando un giornalista a milano ha chiesto a iggy pop: "scusi, ma visto che lei fa rock, perché non si cambia il cognome e decide di chiamarsi iggy rock?", una spettacolare Daniela Amenta), e neanche quella cinematografica si sente molto bene ("la critica cinematografica è un'arte più difficile della poesia. Basta contare: i critici bravi sono meno dei poeti bravi", Pauline Kael citata da Mariarosa Mancuso - ma già Oscar Wilde era della stessa idea). Una critica prece.


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Gli header(art) di webgol
stanno tutti qui, da Aprile ad oggi. Dategli un'occhiata.


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venerdì, settembre 19, 2003

 
A che serve l'intervallo.
Un tic dirimente. L'intervallo tra il primo e il secondo tempo. In molti cinema lo hanno ormai abolito, resiste in qualche sala, ricordo di interminabili fruizioni artistiche, dalle tragedie greche che duravano intere giornate alle opere teatrali ottocentesche in cinque corposi atti. In quei casi l'intervallo era misura di sopravvivenza, e spesso occasione di mondanità. Ormai un film che dura più di due ore e mezzo è considerato morbosamente lungo, una sorta di tentato omicidio lucidamente organizzato. La tendenza è verso la definizione di un nuovo linguaggio cinematografico, una sorta di "cinema breve". Mario Verdone azzarda un cinema Internet: il linguaggio "internauta" - in cui la brevità è legge, e una fruizione troppo lunga ingenera impazienza e stanchezza - influenza il linguaggio filmico.
E l'intervallo? Persa la funzione di mera sopravvivenza, non può nemmeno essere, per brevità, un momento minimo di socializzazione. I più, ormai, aspettano pazienti, cercando di non lasciarsi sfuggire le scie mnemoniche (quanto assomigliano ai sogni!) dell'ultimo fotogramma. Rimane l'omino dei popcorn e delle bomboniere, sempre più curvo e sempre più vecchio (non ci deve essere molto ricambio generazionale). Ma, pare, il 62% degli spettatori non acquista nulla durante l’intervallo (certo, dico io, li si spenna all'ingresso con i pop-corn giganti - ma li croccano con lamine d'oro?).
E poi: proiettare pubblicità non puoi o, giustamente, ti sbranano. Insomma a che serve? Come scrive Marquant in un bel post sull'argomento: "Magari a qualcuno l'intervallo piace, perché serve a tirare un po' il fiato. Ma è un film, dio santo, mica una partita di pallone."




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giovedì, settembre 18, 2003

 
Cinericordi romani (due di due)
XXX
XXX di Rob Cohen con Vine Diesel e Asia ArgentoAnche solo per un titolo così, che profuma di pagine di porno scadente, per cui s'avvampa bimbini e che si raccoglie nelle solatie strade, tra i lerci rovi, meritava la visione. Come anche la presenza di Asia Argento, una donna per cui diventerei Gengis Khan, per visitarne e predarne il nome e il cognome. Nomen omen d'altronde, vietati i reclami. Scelgo una multisala attrezzata di dolby surround ultima versione, quella che se l'attore pesta per sbaglio una formica si sente il rantolo del cadaverino da sotto il sedile. Non mi frena nemmeno la presenza di un losco figuro dal nome di una benzina che campeggia sul manifesto, questo per dire quanto la voce di una donna che pare comporre le parole attraverso il fumo di una sigaretta, e anche quando non fuma, possa influenzarmi.
Mi aspetto la fila sganasciata di sedicenni con pollice zufolante da troppo joypad (o altre onanistiche attività) e invece trovo la sala deserta. C'è solo un giovine dall'aria scarmigliata, seduto con aria circospetta, sprofondato nel bel mezzo del velluto rouge come una pallina da tennis in un campo di ravanelli. Dietro di me il bigliettaio fa spuntare la capoccella inghirlandata e lumeggia la platea. Indi forte di buona memoria, di un ammirevole senso di attaccamento al dovere e del fatto che, in fondo, fino a quel momento, solo io avevo pagato il biglietto, intima al giovinastro di sradicarsi dalla poltrona e muovere le gambine smunte fuori dalla sala, che il film si vede una volta sola.
Buon segno, mi dico, il film una idiozia assoluta non deve essere. Certo era un giovinastro nullafacente, ma una idiozia assoluta non deve essere, mi ripeto fino a convincermi. E’ incredibile come ci voglia poco.
Pubblicità. Cesso, andata e ritorno. Ho il dolby sorround tutto per me, sono il padrone della sala, mi pianto in mezzo alla fila centrale come un albero secolare. Il film? bum! zac! vroom! sguish!, i braccioli che alla fine hanno la forma delle dita, e manco una tetta, che quella anche le veline.
Roma, un giorno imprecisato di novembre anno duemiladue, e quando sono uscito era già buio.







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mercoledì, settembre 17, 2003

 
Cinericordi romani (uno di due)
La Mandrakata in periferia
Ovvero: cicabum-cicabum-cicabum
Febbre da Cavallo, Steno, 1976Venerdì primo novembre, anno duemiladue, giorno festivo, Roma.
Piove: saltata la scampagnata progettata per il lungo ponte, i cinema vengono presi d'assalto da famigliole in crisi da eccesso di tempo libero. Mamma, papà, figlioletti schiodati a fatica dalla playstation. Scelgo un cinema periferico, uno dei pochi rimasti a non essere afflitti dal virus dei multi-cinema, piccole sale infrequentabili da ipermetropi. Questo è evidentemente un vecchio teatro riadattato, 1000 posti, enorme, spesso vuoto, un audio che è sempre buona accortezza supportare da orecchie terze ("che ha detto?", "non ho capito nemmeno io", "chiedi un po' alla signora avanti"), poltrone nelle quali ho visto soccombere diversi artritici.
Faccio la fila, era da Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno che non si vedeva una fila in quel cinema. Il film inizia con 10 minuti in ritardo, il tempo di smaltire la coda. Il film, al primo giorno di programmazione, è Febbre da Cavallo - La Mandrakata, regia di Carlo Vanzina, remake dell’omonimo film del padre Steno, girato nel 1976, e che ha registrato una sorta di successo ritardato, sotterraneo, dagli anni '90 in poi, e specialmente tra i giovani (giovani?) capitolini. Protagonista, allora come ora, è Mandrake, ovvero Gigi Proietti.
Uno sguardo panoramico sulla platea mi permette di distinguere senza alcuna difficoltà i veri aficionados dalla gleba del tempo libero. Hanno gli occhi luccicanti, e il pensiero perso a compitare mentalmente le battute più memorabili dell'originale. Ad uno di loro squilla il cellulare e la musichetta è cicabum-cicabum-cicabum, e a molti spuntano sorrisi sinceri, della stessa qualità dei lucciconi spontanei.
Prima del film passa uno degli ultimi esemplari di una categoria professionale in via di estinzione, l'omino dei popcorn, ormai sostituiti quasi dappertutto da macchine roteanti all'entrata. Quello che mi trovo davanti agli occhi è un perfetto esemplare della specie, da rinchiudere vivo in un museo, dietro una teca, per le scolaresche in gita, e quindi imbalsamato, a memoria delle generazioni future. Andamento ingobbito dal peso delle bomboniere e dei gelati, giacchetta rossa, lisa, vecchio di una vechiezza incomputabile, dalla faccia frastagliata, dello stesso colore della tappezzeria, nella quale ormai si mimetizza, come un camaleonte, pronto a sbucare fuori durante l’intervallo. Si chiudono le luci. Inizia il film.
La paura di tutti, percepibile, è che il remake sia troppo diverso dall’originale, e che gli autori, per non essere divertenti tout court (colpa cinematograficamente inespiabile), abbiano devastato lo spirito caciarone, senza pretese ma spassoso dell'originale. Per fortuna non è così: ancora prima dei titoli di testa, cicabum-cicabum-cicabum, e a stento mezza sala si frena dall'applaudire. Sembra un film degli anni '70, ed è questo il suo impagabile pregio (non ne ha molti altri, ma va bene così). In più fa ridere. Alcuni argomentano sia colpa del cicabum, chè si sorride come si suppone sbavassero i cani di Pavlov: alla prima nota, per riflesso condizionato. Io non lo dico ma lo penso: finalmente.









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La lobby delle scatolette è più forte di Hollywood.
Il correttore automatico di word corregge cinefilo con cinofilo.
Più dei film potè il cane.



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martedì, settembre 16, 2003

 
La città ritrovata
Un passato ricco di riferimenti, un cinema politico molto legato alla dimensione urbana. Poi la scomparsa della città come spazio del conflitto sociale e politico. Oggi il cinema italiano guarda alla città con uno sguardo nuovo, trasformando la dimensione urbana in spazio narrativo. (>>>)
di Enrico Bianda
Velocità Massima di Daniele VicariRossellini, Pasolini, Fellini a Roma. Visconti a Milano. Rosi, Martone e Lattuada a Napoli. Amelio e Calopresti a Torino. E altre città raccontate dal cinema italiano negli anni, dal neorealismo alla fine degli anni sessanta. La città rivestiva un ruolo centrale nel racconto della trasformazione sociale del paese tra conflitto e sviluppo incontrollato. La città della violenza, della povertà, protagonista dei sogni di un paese che cambiava. La dimensione urbana segno della modernità che stentava a trovare una sua dimensione.
Poi il silenzio: il cinema sembrava essersi trasferito in città senza una memoria, che vivevano nelle case dei protagonisti, negli appartamenti tre-stanze-ed-una-cucina-abitabile-con-il-tavolo-di-formica. Una possibile interpretazione di questa scomparsa della città come soggetto attivo del cinema italiano, potremmo cercarla nella violenza che dai centri urbani sembra emergere negli anni del conflitto sociale, dalla fine dei sessanta alla metà degli ottanta, dal post ’68 agli antagonismi del ’77, passando per la tappa cruciale degli anni di piombo. Dei rumori della città si sentivano solo i riverberi tra le mura, nelle parole, nei gesti. Ma il respiro della città non pulsava nelle storie. Le strade non innervavano le narrazioni del cinema italiano, se non sporadicamente, nei nomi di Sergio Citti o Maurizio Nichetti con Ratataplan. La dimensione urbana perdeva la sua centralità con la crescita del conflitto sociale, il cinema d’autore italiano si allontanava dai luoghi dello scontro, tenendoli in controluce, come una memoria lontana, un'aura che permeava le vicende ma non le accoglieva (I pugni in tasca, di Marco Bellocchio).
Restano alcune città ad animare il panorama urbano del cinema, ma non riescono in quei 15-20 anni a ritrovare la vivacità e la forza pervasiva che le aveva caratterizzate nei decenni precedenti. Tra queste città resistono Roma, Roma Set Mundi, il cinema di un secolo intero aveva guardato di volta in volta alla capitale come musa ispiratrice o come centro produttivo principe, come patria di un glorioso passato o come metropoli con le sue stravaganze mondane e con le sue sacche di povertà ed emarginazione. Roma, in tale veste multiforme, ricca e sfuggente, manteneva comunque saldo il suo posto nell’immaginazione cinematografica, a cui sapeva sempre dispensare l’energia dei suoi luoghi e della sua storia.
Palermo si traduce nella luce accecante del suo sole macchiata dalla denuncia (non incisiva, non continua, quasi latitante) e dal sangue versato della mafia, e lo fa soprattutto con Rosi, Dimenticare Palermo e con altri film come Pizza Connection. Restano tracce su Milano, Napoli e poco altro, ma sempre sfuggenti.
Gli anni ’90 riportano la città al centro della riflessione cinematografica, l’Italia si racconta di nuovo attraverso le sue città, una rinascita importante che vede la dimensione urbana ritrovare una sua centralità narrativa, nella Roma di Daniele Vicari ad esempio, Velocità massima, dove si racconta e si mostra una Roma che è quella di una periferia estrema, un'Ostia livida o calcificata come le ossa di uno scheletro sotto al sole, è un paesaggio che somiglia molto alla storia che ospita, in cui animali sconosciuti e misteriosi, figli di operai del passato o di nessuno, privi di futuro o di sogni o di pensione, esibiscono con quieta rabbia il diritto ad aspettarsi qualcosa dal mondo e dalla vita. Roma torna naturalmente con Nanni Moretti, Caro diario è anche la storia d’amore di un autore con la sua città, scavata, scossa, accarezzata.
E Roma proprio oggi, attraverso le ultime propaggini cinematografiche che ancora riverberano nelle sale, ha ritrovato una forte dignità estetica come tessuto narrativo, borghese e in crisi, che non si riconosce ma sia affeziona, che si racconta indolente e calorosa, dall’alto, lontana e quasi minacciosa nel Calopresti di La felicità non costa niente, e ancora nottambula, sempre borghese, luminosa, vista da dentro, intimamente, nel Ricordati di me di Gabriele Muccino.
(e.b. - Rosso Fiorentino, n°4, Maggio 2003 - anche qui)










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lunedì, settembre 15, 2003

 
Cinetitoli, again.
Le regole sono semplici: stravolgere i titoli dei film sostituendo, aggiungendo o eliminando una lettera, ed inventare una trama plausibile che si adatti al nuovo titolo. Abbiamo iniziato a giocarci in questo post, e in questa pagina, per facilitare la consultazione, sono raccolti i contributi di blogger (tanti e bravi). Unica regola nuova, per evitare sovrapposizioni o "già letti", è prendere in considerazione solo film usciti dopo il 2000. Secoda manche, quindi. Inizio sempre io?
Recita da cani: L’imbalsamattore
Ubriacone: My name is tannino
Le arroganti minacce di una bottiglia usata: Prova a rendermi
Eredità elleniche: Il mio grosso grasso patrimonio greco
Lezione di deontologia entomologica all'interno di un armadio: Il mestiere delle tarmi
e due "inglesi"
Fa una ragnatela in una lattina, come un paguro: Spider Can
L'addetto ai lucidi: Slider Man

[Update]
Sull'aumento delle bollette Enel: Segreto di Tatò, Un misterioso serial killer uccide i dentisti a colpi di morsi: My name is Canino, Il film biografico del cantante Nek: Io non ho Laura, Un menestrello di regime canta i lazzi e frizzi degli oppositori al benevolo regime del duce: Oltre il confino. (Salto del canale)
Il remake cinematografico di una porta nel cielo, libro di baggio: Manilla Sky (Primabase)
'Finisce il tempo' in vacanza: Il parto di Panama, Gli uomini migliori sono sempre impegnati: Il fusto degli altri, Esibizioni all'aperto: Dancer in the park. (Giuly)
Melting pot ballerino: Tangs of New York (Mianonnaincarriola - da tob)
Il serial killer si dà alla moda: Confezioni di una mente pericolosa (Sergio Maistrello)

















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domenica, settembre 14, 2003

 
Cine-archeologia.
Il poster rinvenuto di ProfanazioneLa Profanazione, regia di Tiziano Longo, Italia 1974, interpreti principali: Jean Sorel e Antonella Simonetti. Conoscete? La trama racconta di qualcosa in più della simpatia che lega tacitamente il dottor Massimo Banti, chirurgo in un ospedale, e una delle sue monache infermiere suor Angela. Sopraffatta dalla tentazione, costei, una sera gli cede. A prima lettura non un film da Oscar. Si sa per certo che il film, almeno a Firenze, andò nelle sale, forse proprio 20 anni fa. Il poster (qui per vederne una foto) è infatti rispuntato casualmente pochi giorni fa dallo strappo di manifesti cinematografici in Piazza della Repubblica. La prova è nella pubblicità del Bacardi. Il risultato inaspettato e non voluto è, però, al livello del migliore Mimmo Rotella. Se qualcuno l'ha visto, il film, si faccia avanti, che non diciamo niente a nessuno.


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venerdì, settembre 12, 2003

 
Che fine ha fatto Augusta Terzi, uccisa da un innocente.
Volontè in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri"Io ti ammazzerei con le mie mani", a parlare è il capo della squadra omicidi di un'Italia livida e surreale, ammuffita, raccontata in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, dall'iconografia poliziottesca straniante, se confrontata alle fiction in divisa degli ultimi anni. Augusta Terzi, la bella amante che non porta lingerie, così risponde: "Bel coraggio, sei tu che conduci le indagini".
Augusta Terzi, interpretata da una scintillante Florinda Bolkan, nel film fa la vittima. Il ruolo è quello classico della vittima: far compiere l'inevitabile. Di lei non si è mai parlato molto. E non è certo l'amore il tema di questo film. Eppure.
Eppure Augusta non fa resistenza passiva, non è la bella di turno spezzettata inerme dal maniaco di turno, lei lo dice chiaro a Gian Maria Volontè, il poliziotto, un personaggio che non ha nome "Tu puoi commettere qualunque delitto", e glielo dice ridendo, in tono di sfida, senza abbassare lo sguardo. "Augusta, non mi spingere all'illegalità. E' così facile nella mia condizione". Chissà chi è davvero Augusta Terzi. Una che svela il futuro. "Tu per essere preso, un delitto, lo devi firmare nome e cognome, sennò, a te chi ci pensa?". Che lo indovina e lo invera. E come tutte le indovine ha tragico destino, uccisa da ciò che preconizza. Chissà se lo ama, Augusta, quel bambino fascistoide che la fotografa in pose da scientifica. Chissà se lo capisce. Poco prima di essere uccisa, è lei che chiede "Stavolta come mi ammazzerai?". "Ti taglierò la gola", si sente rispondere. Augusta è profezia che si autoavvera. Chissà chi è davvero Augusta Terzi, uccisa da un innocente. Quindi, mai uccisa.
"Confesso la mia innocenza".
Un film spaventoso.






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mercoledì, settembre 10, 2003

 
L’epica quotidiana
La 25° ora: come tradurre in epica un’esistenza mediocre
Riflessioni in forma di guida sul mito nel cinema americano
di Enrico Bianda
La 25° ora di Spike LeeLo sguardo corre virato in blu elettrico sulle rovine dolenti di Ground Zero. Si sofferma su quanto resta in piedi della struttura in cemento armato delle Twin Towers. Totem megalitico su di una collina degli stivali post nucleare. E’ una sequenza di un film magnifico di Spike Lee, La 25° ora, primo film a fare i conti veramente con quanto resta dell’invincibile America, rovinata tra i fumi tossici all’amianto e le fiamme dell’attacco fantascientifico alle torri gemelle. Spike Lee guarda e ci lascia guardare attraverso il vetro di un appartamento downtown di Wall Street quello che resta tra le macerie. E lo fa con un’indulgenza che sorprende: quasi una celebrazione inaspettata da parte di un regista antagonista.
Ma proprio in questo suo indulgere eloquente sulle rovine dell’ex Impero americano ci fa capire che lui lavora sulla natura stessa del mito americano: ci guida alle radici, all’origine del processo di produzione culturale del mito, strumento fondante della cultura americana, collante indebolito della natura stessa del melting pot americano. Li, tra quelle macerie, si svela il meccanismo che tiene unita l’America: trasformare tutto quello che accade in mito, leggere attraverso lo specchio deformante dell’epica tutto quello che accade all’uomo americano.
L’epica è l’ancora di salvezza di una nazione in crisi di identità dal suo nascere. E attraverso l’epica rilegge e aggiorna svelandole le miserie di una società in crisi di astinenza da eroi. Ecco che allora anche un pusher egoista, arricchitosi spacciando eroina tra i locali e le strade di Manhattan può diventare eroe anche solo per un giorno. Alle spalle un’esistenza di cui forse non andare troppo fieri, pochi amici, falliti a loro modo, tra nevrosi e complessi, e una donna di cui non si fida: davanti a se la prospettiva del carcere, sette anni e la paura di non farcela.
Lo scontro tra quotidianità ed eroismo è al centro di molta della produzione culturale americana della seconda metà del 900, mossa com’era dalla consapevolezza che parte del mito della frontiera su cui si era costruito il paese lasciava dietro a se una scia di sangue con un’intera cultura spazzata via dall’epica della conquista e del West. Nel cinema, in modo più o meno consapevole, più o meno critico, lo troviamo a partire dalla grande tradizione del cinema di Capra (La vita è meravigliosa). Ma è nel genere e nelle sue declinazioni anche storicizzate, che l’epica trova una sua dimensione fondante: il riflesso dell’epica americana vive allora nei noir e nei western, trovando nella fantascienza (soprattutto negli anni 60 e 70) una fase intermedia quanto alla consapevolezza: erano gli anni della rincorsa alla conquista dello spazio, e alla frontiera verso ovest si sostituiva l’altra grande frontiera eroica, quella dello spazio profondo da conquistare opponendosi all’altro grande conquistatore, il nemico d’oltre cortina.
L’epica quotidiana trova una sua eloquente declinazione in alcuni lavori più contemporanei: Altman che traduce per il grande schermo Raymond Chandler e Raymond Carter, nei rispettivi Il lungo addio e America oggi (meglio la versione originale, più rispettosa soprattutto dell’origine letteraria del film, Short Cuts). Qui il quotidiano si traduce in forza epica di sopravvivenza contro una metropoli snaturata e dilagante, oppressiva e disumanizzante, la città di quarzo di Mike Davies, che guardiamo dall’alto idealmente – lynchanamente diremmo – con lo sguardo dinoccolato dell’investigatore Marlowe che con Altman ha il corpo postmoderno (eroico perché debole e corrotto) di Elliott Gould. Los Angeles è, naturalmente con New York, la più grande espressione dell’epica quotidiana negli sguardi eversivi di grandi registi come Peckimpah (L’ultimo Buscadero), Aldrich (I ragazzi del coro) e Siegel (Il caso Skorpio), registi che hanno guarda caso innervato il lavoro e l’estetica di un maestro d’oggi, Michael Mann, che con The Heat disegna un’epica secondaria e potente, quella dello scontro tra un poliziotto (Al Pacino) e un ladro professionista (De Niro) inequivocabilmente indistinguibili, e che giunge alla perfetta definizione della quotidianità dell’epica con Insider.
(da "Rosso Fiorentino" n° 5, Giugno 2003 - articolo leggibile anche qui)










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martedì, settembre 09, 2003

 
Sale cinematografiche.
A margine di un post sui tic partecipativi o meno dei cinespetattori, due bei ricordi sulle sale cinematografiche, com'erano, un po' di tempo fa.
Maria scrive di incitamenti ad entrare (buttadentro ante-litteram?) e "vari tempi" senza chiasso: "...vorrei descrivere una sala cinematografica di un paesino della Calabria di 50 anni fa quando io piccolina con i miei genitori andavo quasi ogni settimana a vedere un film. Era una sala bellina su due piani con un dislivello di due scalini, in basso i bambini e sopra gli adulti, durante la proiezione non c'era chiasso, mi ricordo un silenzio assoluto. La cosa che ricordo è che non c'era un orario preciso: si incominciava quando la sala era quasi piena e anzi noi bimbi andavamo fuori per incitare la gente a camminare più veloce e non fermarsi a parlare. Un'altra cosa che ricordo è che spesso se ne andava la corrente elettrica ed era difficile che tornasse per cui ce ne andavamo per poi tornare un altro giorno e la stessa cosa succedeva quando, molto spesso, si spezzava la pellicola e per aggiustarla ci voleva molto tempo, quindi a volte si vedeva a vari tempi, non avevamo fretta, si doveva passare la serata.[...]"
Antonella Fulci, invece, di titoli fraintesi e caciare giapponesi: "Credo che fosse il 1979 o giù di lì. Andai al cinema Quirinale (prima visione con obbligo di puzza sotto il naso) a vedere 'Ecco l'impero dei sensi' di Oshima (regista che in altri casi adoro) in compagnia del moroso di turno. Il film, in lingua originale (Jap) iniziava già a provocarmi la palpebra pesante quando dietro di me presero posto 4 coatti che, probabilmente fuorviati dal titolo, credevano che fosse un porno. E cominciò lo spettacolo vero delle babbione impupate che trasalivano e dei 4 che dopo un paio di 'aridatece i sordi' capitolarono e iniziarono a godersi il film a suon di commenti. Tanto che metà del secondo tempo, mentre in sala echeggiava 'A giapponé, attacca le mutanne ar chiodo!!!!!!', la sala si svuotò di babbione e similcritici. Noi residuati ci guardammo l'un l'altro e iniziammo una gara di battute e rutto libero, e la noia di poco prima si trasformò in una zingarata memorabile. Caciara creativa...su rieducational channel..."
Grazie mille ad entrambe.





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lunedì, settembre 08, 2003

 
Il cinegioco dei titoli.
Il gioco, ancorché sdoganato da un bel libro scritto da gente dotta e degnissima (Sfiga all’Ok Corral di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, ospiti d’onore, Umberto Eco, Paul Auster, Roberto Benigni e altri) fa comunque parte del bagaglio standard di molti giochi adolescenti, spesso dettati dalla noia, e tra banchi di scuola.
Il meccanismo è semplice: stravolgere i titoli dei film (ma anche dei libri, o delle canzoni). Con alcune regole: si sostituisce o aggiunge o elimina una lettera, e si inventa una definizione, una trama plausibile. Molti, negli anni, ci hanno giocato, anche pubblicamente (io stesso): anche se è difficile essere del tutto originali, e sempre incerta rimane l'attribuzione. Meglio provarci con quelli recenti.

Speciale festival del Cinema di Venezia
“Nick, dormito bene?”: Buongiorno, Nolte
Ci vogliono per andare da una parte all’altra di Roma: 21 trams
Ha preso 3 al compito d’inglese: last in translation
Urge acquistarla, o il gattino la farà sul divano: La prima lettiera
Non si vuole sposare più nessuno: Last Wife in the Universe
ma credo la migliore sia
Le televisioni di Berlusconi: Sei reti di stato

[update] Quelli dei commenti:
Morte di un insegnante in una scuola toscana: L'era di religione (carnefresca)
Pescivendolo desolato: Non ho tonno e In viaggio con l'ottuagenaria: La nonna porta (Fringe)
O mangi questa oppure salti dalla finestra: La minestra di fronte e Sorpresa di chi toglie i calzini dopo aver giocato 3 ore a calcetto: Callo! (Salto del canale)
La tragica storia di un rallysta che non è mai riuscito a concludere una Parigi-Dakar: La Maledizione della Prima Duna e Il '68 visto attraverso gli occhi di tre pasticcieri: The Creamers (Bassoatesino)


















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sabato, settembre 06, 2003

 
Silenzio, siamo al cinema.
Mi raccontano che c’erano una volta le vecchie sale. In parte parrocchiali ma anche no. Quelle in cui si poteva far di tutto: commentare ad alta voce, mangiare, fischiare durante le scene un po’ spinte, urlare incitamenti ai protagonisti, sghignazzare ad improbabili dialoghi, suggerire svolte filmiche. La nuvola di fumo, una nuvolaglia densa come smog, come nebbia, pare non mancasse mai, e rumori vari, di dubbia provenienza, e sedie di legno, scomode e scricchiolanti. Un caos. Mi raccontano che andare al cinema fosse un divertimento non solo per lo spettacolo sullo schermo ma anche per quello che accadeva nella sala. Credo che molti dei film del padre di questa blogger fossero visti così. Un caos così diverso dalle sale di oggi, dove vigono chiesastico silenzio, riverente attenzione, e lussuose poltroncine di velluto.
Silenzio o caos, quindi? C’è chi (come Gaia) pretende il primo, e chi, come chi mi ha raccontato, rimpiange il secondo.
Ho una proposta: e se qualche furbo gestore di multisala pensasse ad una sala apposita dove sia possibile commentare ad alta voce, fumare, urlare incitamenti, fare la ola? D’altronde anche nei ristoranti c’è la sala riservata ai fumatori: sarebbe una sala riservata ai commentatori (e se non una sala, un giorno della settimana, l’ultima proiezione, insomma qualcosa).




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venerdì, settembre 05, 2003

 
La legge del fotoamatore sfortunato.
Senza SordinaE’ quella, da me più volte, e tristemente, sperimentata, secondo la quale la possibilità che ci sia un qualcosa di fotografabile è inversamente proporzionale alla vicinanza fisica di un qualsivoglia apparecchio atto a fotografare.
Ne scrivo su Glob, la bella rivista blog e culturofila di Excite (per Proserpina, uno dei salotti della rete: io spero solo di non aver rotto i ninnoli o sporcato il tappeto).
A proposito di fotografia, una tromba senza sordina, su photowebgol: 6 foto jazz e liquefatte, scattate a quattro mani.
Ah, dimenticavo: su Photoblogger, è on line il 4, come sempre bellissimo, numero.





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giovedì, settembre 04, 2003

 
Cineblog.
A prima vista sono di meno di quelli che scrivono, quasi esclusivamente, per esempio, di musica. Forse perchè, come scrive uno dei cineblog, ci vuole coraggio a scrivere di cinema. O forse perchè la musica è moglie bella e gelosa, vuole l'esclusiva tra le passioni, non accetta tradimenti o cedimenti. Il cinema, invece, nato popolare, come celia, come scherzo buffone, tale, in fondo, rimane: si lascia avvicinare da chiunque, toccare parlare, invischiato nella trama delle cose che accadono come una mosca in una ragnatela. Senza scampo, in mezzo alle cose. Ho fatto, ho mangiato, ho visto un film, ho dormito. Vallo a dire di una canzonetta.
Il cinema è arte mediana puttana villana, il suo posto è in mezzo alle cose, e alle persone. Anche se vedi da solo un film, sei in mezzo ad una moltitudine. E quindi, il cinema, sta in mezzo ai post. Ecco perchè blog che scrivono esclusivamente di cinema non son poi così tanti. Eppure eccezionali. Una incompleta lista (aperta, altri?): Zittialcinema (e Estatevizitti, versione vacanziera), Bassoatesino, Gokachu, Il cinema invisibile, Il cinema secondo me, Pickpocket, Il nido del cuculo, Billblog, Festen, Seconda Visione, Emanuela Zini, Minimamoralia, Desordre, IlDeserto, Sblog, Ile de France, Circe coi trampoli, Buio in sala.
Ce n'è da buttare Ciak nel cestino (se non l'avete già fatto).




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mercoledì, settembre 03, 2003

 
Preferisco il rumore del cinema
Appunti per una fono-patologia filmica
di Enrico Bianda
Marathon di Amir NaderiShhhhhnnnn. Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare, recita una poesia di Dino Campana, che poi è finita delicatamente a fare da titolo ad un film di Mimmo Calopresti. Abituati come siamo al Digital Sound o al Dolby Surround di qualche anno fa, che ancora oggi abita i salotti di qualche patito, non percepiamo se non malamente il suono sporco, analogico, della presa diretta con microfoni d’annata… Come faceva il protagonista del film di Wim Wenders in Lisbon Story: raccoglieva schegge di suoni, frammenti di vita sonora in una città straniera, perché il suono ha una sua personalità, e identità. Il DS appiattisce le identità filmiche trasformando tutto in una melassa magmatica a-sensoriale, laddove proprio il rumore vorrebbe fondersi con le immagini alterando la dimensione claustrofobia e rassicurante al contempo della sala cinematografica. Wsshhh, shuuuuwwnn. Preferisco il rumore del cinema.
Amir Naderi, in un fulgore parossistico da autoproduzione, disegna con Marathon un panorama sonoro di New York, passando dai vagoni della metropolitana che scende verso Downtown, ai treni urbani abitati da viaggiatori lavoratori che si fondono in un sottofondo sonoro che sale dalle viscere della Grande mela. Perdono la loro individualità, si trasformano in voci per un coro urbano filtrati da una macchina futurista che produce rumori, suoni indistinti.
Il suono analogico in questo come in altri casi dona la vita al paesaggio, strappandolo – per problemi anche di carattere economico – all’uniformizzazione digitale che spalma surround intorno e attraverso gli spettatori in sala.
Il suono è vita, sorprende, dissacra e disturba. Rifulge in un distillato di inquietudine percettiva. Così accade che in un film un po’ sbrigativo ad un certo punto si laceri il silenzio con un rumore di fondo che crea inquietudine. E’ The Mothman Prophecies diretto da Mark Pellington tratto da un libro di John A. Keel del 1975: vicenda a metà strada tra thriller e fantasy horror alla Stephen King. Il protagonista – un Richard Gere appena fuori ruolo – incontra l’uomo falena attraverso comunicazioni disturbate che passano per i cavi del telefono. E’ un rumore di fondo, che richiama i paesaggi sonori delle trasmissioni in bassa frequenza che abitano lo spazio sopra di noi: anni fa una rubrica del gruppo di Fuori orario su Rai3, epoca Guglielmi, ri-trasmetteva materiale in libera circolazione: si intitolava E-veline, e raccoglieva quanto passava nei canali informativi che trasmettevano, e che trasmettono via satellite. Il rumore dominava le immagini, dava un senso disarticolato di straniamento alle immagini tanto da far loro perdere di senso. E restavano le sequenze scioccanti di non-vedibile, tra uccisioni e disastri che non passavano nelle ore della visione rassicurante.
Suono disarmonico e immagini non accondiscendenti, per una drammaturgia del rumore che si contrappone al suono pervasivo, quando non invasivo, del dolby surround: abituiamoci, Murdoch e Sky ce lo porta in casa il rassicurante plasma acustico.








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Silenzio "in primo piano". Da difetto strutturale a contenitore originario e universale, il "silenzio filmico" riveste un ruolo di fondamentale importanza, spesso da valorizzare.

postato da Giuly | 10:29 | feed rss! | + - | commenti (4)


martedì, settembre 02, 2003

 
Sesso Matto.
Sesso MattoA cercarlo su internet, facilmente ci si confonde, tra siti a luci rosse e pop-up che pubblicizzano programmi contro i pop-up (una strategia che ha del geniale: entrata libera, uscita a pagamento). L'invincibile spirito dei tempi, più letterali che semantici, dominati da google: oggi, un titolo così, non potrebbe mai essere.
Il film di Dino Risi (da cui il nostro header) non è certo un capolavoro eppure meriterebbe più considerazione, e non solo per una Laura Antonelli variamente discinta, e un Giancarlo Giannini variamente virtuoso. Il film è ad episodi (perchè non ne fanno più, chi me lo spiega?), le musiche di Armando Trovajoli, un maestro, la traduzione della versione inglese, per una volta, migliore, da film giocoso qual è: how funny can sex be. Guardate il poster, ha quote di questo genere "Giannini is the new Chaplin". Urca.
Nove piccoli racconti, l'ironia e un vago retrogusto di macchietta, un sapore da pastarelle della domenica, comprate dopo la messa e fresche di passeggiata. Quelle ripiene di peccato, e di una ambivalente, incerta, liceità.
Da salvare una ritrosa Paola Borbone insediata da un occhialuto gerontofilo, uno spettacolare Alberto Lionello nei panni di Gilda, un travestito di origini pugliesi, e Giannini che, rincitrullito da una Antonelli in combutta con il marito, si lava le mani con un pacchetto di sigarette. Il fumo uccide e nemmeno deterge.





postato da antoniosofi | 23:35 | feed rss! | + - | commenti (7)


 
Mentire, raggirare, rubare, sparire.
A causa di una serie di tic nervosi e di fobie che lo portano ad avere attacchi di panico imbarazzanti e "controproducenti" per la sua attività criminale, pare non essere molto semplice la vita dell'esperto di truffe Roy. Ma a Nicolas Cage, come a Ridley Scott gli stessi tic portano fortuna, e per il pubblico sembrano irresistibili.


postato da Giuly | 16:18 | feed rss! | + - | commenti (2)


lunedì, settembre 01, 2003

 
Cinematic.
Già, è il prossimo tema. Sottotitolo: il cinema ha dei tic, il cinema è i tic che ha.
Patologie del cinema, di chi lo fa e di chi lo guarda: rumori e silenzi, (a)sincronicità (fuori-sincrono ghezziani, e fuori-post biandeschi, diremmo), mostre e mostrine settembrine, visioni recensite e recensioni viste, appunti sensati e insensati. Patologie che sono desideri, follie, sogni, bramosie, ma anche terribili crudeli illusioni, come ben sa Giancarlo Giannini nell'header d'apertura (altri ne seguiranno: ma qualcuno riconosce il film?).
Cinematic forse anche come quei macchinari che talvolta usano le mamme per fare i dolci, per far prima e meglio, in cui si infilano tutti gli ingredienti, e quella impasta tritura mescola amalgama cuoce crocca la ricetta. (Il cinema, in più, prepara e serve a tavola)
Iniziamo con un eccezionale (permettetecelo) pezzo di Enrico Bianda sulle fono-patologie filmiche (on line nei prossimi giorni), infettato dal dolby surround, nel rimpianto di microfoni d’antan che si fondevano dolcemente con le immagini: preferisco il rumore del cinema. Poi si vedrà.





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(s)toccate le fughe.
Finisce il lungo lento mese narrativo e vacanziero di webgol, toccate e fughe. Di seguito ciò che fu, a futura memoria: un viaggio a Berlino, con un bel reportage fotografico, la nascita di photowebgol, la curiosità come tecnica di lettura (povero vescovo e bravo Avoledo), e.b. preferisce il rumore dei solchi di un vecchio disco degli Smiths, d'altronde se Donna Moderna ama Uomo Ragno c'è poco da fare, un gita scolastica anno scolastico '84-'85 e la domanda delle domande: quanto vale il primo ascolto di un disco nuovo?, elogio dei meravigliosi mullet, esseri a capigliatura dissonante, e di chi ci è vissuto insieme, i pizzicotti degli altri (Giallodivino, Proserpina, Carnefresca), un passaggio destinazione ovunque, la Death Valley di Gaia, le città invisibili di Proserpina (I e II), il Bove Futurista (foto), sbadigli e rientri di Salto del canale, e altri pizzicotti sul sedere (americano) (fuoridalcoro, robba, antonella fulci). Credo che basti (e avanzi). Let's go on.


postato da g.o.l. | 17:07 | feed rss! | + - | commenti

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Sociologia, comunicazione, giornalismo. Leggere a fuoco lento.

Un weblog collettivo e trasformista, un esperimento giornalistico. Ogni mese cambia il tema che fa da bussola, la foto che fa da header (più spesso), i post (forse).

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