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venerdì, ottobre 31, 2003

 
Mensa sana in corpore sano.
Ore 11:30. Fame.
La sveglia è suonata alle quattro del mattino. Non è suonata. E’ direttamente penetrata nei gangli vitali scuotendoli ferocemente.
Ma è andata, insomma ci si fa anche questa volta, poi forse è l’ultima mattina. Comunque alle 11:30 la fame si attorciglia e sconquassa le viscere. Decido che forse è giunto il momento di scendere in mensa. Lavoro in un’azienda pubblica in Svizzera, la quale è, diciamo, normodotata: la mensa c’è, si disegna serenamente lungo i bordi di un giardino sempre fiorito. E’ luminosa e poco affollata. Strano, mi dico da qualche anno.
Scendo, apro la porta di vetro che mi separa dal mondo dei vivi. Grande salone, deserto, inquietante il giusto, silenzioso se non pensiamo al gracchìo di una radio a transistor che viene dalle cucine. L’odore è quello, immagino, di una mensa qualsiasi, dove si mischiano sughi fatti con il dado e le polverine, puree di patate gialle latte-andato-a-male e caffè raffermo. E fumo. (Ah. Sul caffè ci torno).
Sala deserta. Solo quattro figuri che in fondo, allineati all’ultimo tavolo sembrano mangiare a gesti lentissimi.
Entro, mi fermo e mi guardano da sotto le tazzine o i bicchieri. Fermi. Silenti. Mi guardano. Sono loro i padroni della mensa. Eppure, penso, la mensa è aperta.
Ma mi guardano, non dicono nulla e hanno smesso di mangiare. Solo la radio a transistor dalla cucina continua a gracchiare. Intanto nella mensa è sceso un clima da duello al sole. Loro guardano me, e io guardo loro. Vorrei sfidarli. Urlare “Un caffè, per favore”. Ma mi trattengo. Mi scuso ed esco. Resto con la fame. C’è una morale in tutto questo.
Nessuno in questi giorni ha parlato delle mense. Esistono e rappresentano degli interregni alimentari, dove si annullano le regole di ogni dieta, dove anche ingrassare è difficile, ma è anche difficile non soffrire di terribili gastriti, laceranti rigonfiamenti addominali postprandiali.
Nella mia mensa, i rumori sono attutiti, e anche il colpo secco – stack stack - che accompagna ogni svuotatura della porzione di caffè per la macchina sembra affievolirsi nella noia del barista. Lui fa stump, leggero, rilassato, in modo che poi a fine giornata il tuo caffè sarà anche quello di tutti gli altri.
Loro, gli appaltatori del servizio mensa, di qualsiasi mensa, abitano una dimensione alternativa, ne sono sicuro, non si nutrono mangiando, ma guardandoci mangiare, succhiano la nostra vitalità servendoci “piccata al marsala con carote lesse e purea di patate” con la stessa nonchalance con cui poi spolpano il cranio di quello che entrando alle 11:30 ha chiesto titubante il suo caffè.











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Intermezzo / 3 - Mangiare
- Non mangio mai ostriche. Il cibo mi piace morto. Non malato, né ferito. Morto. (Woody Allen)
- Stasera la tavola è imbandita con ogni ben di Dio. Frutta, cacciagione, vino. Ma non mi piace mangiare così. Da solo. Vorrei la presenza di qualcuno... renderebbe tutto più buono. L'ideale sarebbe un'orfanella che guarda da dietro i vetri, mentre cade la neve... (Romano Bertola)
- Amare al buio, dormire al sole, mangiare in silenzio: tre sciocchezze. (Ugo Ojetti)
- Amare significa pochi dolci. (Maurizio Sangalli)
- Ci divertimmo moltissimo in Spagna quell'anno, viaggiando e scrivendo. Hemingway mi portò a pescare i tonni e io ne presi quattro scatolette. (Woody Allen)

(continua e finisce prossima volta... altri intermezzi: saper cucinare, diete - ringraziate sempre la splendida Mitì)








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mercoledì, ottobre 29, 2003

 
Cioccolato
di Gaia Capecchi
Ti comincia a martellare nel cervello. Prima con un piccolo colpetto, lieve, quasi impercettibile. Poi, più forte. Colpisce, ribatte, insiste; nello stesso punto. Il pensiero comincia a essere totalizzante. Ha invaso ogni snodo della tua materia cerebrale e non c’è nient’altro, intorno. Senti qualcosa anche all’altezza del petto, che preme. Una specie d’affanno lesto e incontrollabile; vorace. Allora frughi ovunque, sposti, visioni, allunghi braccia in ogni anfratto della cucina. Finchè lo vedi: eccolo. Allora furtivamente lo prendi. Ti fermi un attimo e guardi: lo scarti, quasi sempre con furia. Non ne hai ancora scoperto un lembo che già ne senti l’odore, e la salivazione aumenta. Lo avvicini alla bocca e le narici si dilatano, con indecenza. Poi lo addenti, in morsi medio piccoli, e ti devi trattenere perché vorresti riempirtene la bocca in modo osceno, ma poi sai anche che finirebbe subito e tu vuoi invece quella specie di tortura della media-lentezza. Lo lasci così a liquefarsi in bocca, lasci che t’impasti la lingua e i denti, che diventi un tutt’uno con la saliva e i respiri; lui si scioglie si scioglie si scioglie ancora; e scivola giù, giù lungo la gola, lento, liquido ma pastoso, inesorabile nel graffiarti un po’ ma anche così dolce da morirne, quasi; ti sembra anche di aver chiuso gli occhi per un istante, ma sì, sì che li hai chiusi, certo: il fuori ti disturba; infatti per un istante ne hai perso il senso - spaesata ma calda, al sicuro, superbamente drogata. Poi riapri gli occhi, senti che è appena arrivato nello stomaco ma già ne hai bisogno; allora, con le mani decise e con gli occhi che vagano per la stanza come a controllare l’inopportuno arrivo di qualcuno, ne stacchi un altro pezzo: compi lo stesso, lentaffannoso ed esasperante rituale. Non importa quanto ancora ce n’è: tu devi finirlo. Non esistono alternative. Non c’è scampo. Continui a staccare e ingoiare. Te ne imbratti le mani, ti guardi le dita appiccicose, non pensi a nulla mentre ti fissi i polpastrelli. Alla fine, dopo un corto sospiro, ti lecchi le dita; una ad una.
L’ultimo piacere che ti resta.
(Gaia Capecchi)





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Il cioccolato fa bene al cuore?
Toblerone (della Suchard - vedi foto)La risposta è si, e potremmo chiuderla qui. Il cioccolato fa bene al cuore: fidatevi e addentate il toblerone. E invece no. Qualcosa in più va detta.
Una prima cosa è che una barretta di cioccolato contiene tanti polifenoli quanti un bicchiere di vino rosso.
Un'altra scusa scippata di mano agli ubriaconi. Non ne ho mai sentiti al bar giustificarsi chiedendo un quartino di polifenoli, ma non si sa mai.
I polifenoli del cioccolato si chiamano flavonoidi. Si tratta di composti presenti anche nella frutta, nelle verdure, nel tè e nel vino rosso. I flavonoidi maggiormente rappresentati nel cioccolato sono le catechine e epicatechine flavan-3 insieme a degli oligomeri conosciuti come procianidine. Questa frase l'ho scritta solo per le procianidine, che devono essere cosette proprio simpatiche. Questi flavonoidi (banalizzo) hanno proprietà antiossidanti, contrastano i radicali liberi e il colesterolo, inibiscono la aggregazione piastrinica, nel tempo libero spazzano pure per terra. In pratica aiutano l'organismo a difendersi da rischi cardiovascolari.
Più del vino. E, come il vino, non vale se vi strafogate.
(grazie a FS per le informazioni mediche)







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martedì, ottobre 28, 2003

 
Giro di ronda (around the frigidaire).
C'è un delizioso nuovo trick di Amazon (altri lo spiegano meglio). In due parole: è possibile ricercare parole chiave all'interno dei libri. Giallodivino intravede una opportunità di vendetta: sarei curioso di sapere in quanti romanzi compare la parola strutto, giusto per fare un dispetto a Sirchia.
Comida prepara tartufi al cioccolato. Pare occorra sistemarli negli appositi pirottini. Io, che non ho idea di cosa siano, li mangerei direttamente.
Waitress si divide tra papiri poco sensuali e esperimenti di Artusi erotici.
Da Zu c'è pasta al tonno come torta di compleanno, da Cibitalia hamburger nei biberon (con sospetto di leggenda urbana).
Fuoriluogo e una dieta, due inviti a cena di seguito, e la quiete che manca: nella quiete della propria dieta ci si accoccola fra le pieghe di un minestrone senza grassi, ci si distende fra le foglie dell’insalata novella.
In Trattorieblog sono andati in un posto dove entrare a mangiare non è facile, in quanto il proprietario apre quando vuole e chiude ancora prima (ci andrei anche io, le premesse sono buone, dio salvi i ristoratori burberi), questo mentre Michele Marziani pare aver problemi ad aggiornare il blog, e speriamo li risolva al più presto, e Lulu prepara salvia fritta. Categoria snack. Salvia fritta? Snack? Patatine fritte non usa più?
Maccheronica (la guida palatale, inservibile ma preziosa, a cura di Camilllo Langone - oggi sul Foglio) riporta una frase di Totò: Erano persone che non sapevano fare niente, tranne che mangiare. Mangiavano da professionisti.
Appunto. Mi dirigo verso il frigorifero. Il dovere mi chiama.









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Beh, andate e moltiplicate gli ip!
The GNU Weblog Awards 2004
Mister Gnu, come al solito, ha talento insuperato per l'evento ludico, la sana caciara, e le nascoste profondità. Gnu Weblogs Award 2004 prevede una serie di categorie (dal miglior post, al miglior blog, alla migliore idea comune, ecc. ecc.), e delle nomination di blog da votare.
Webgol ci sta, in qualche categoria, ed è un piacere vero. Se vi va, dategli un votarello (nessun piatto di pasta in cambio, però: al massimo - e ancora per pochi giorni - qualche ricetta), altrimenti c'è davvero l'imbarazzo della scelta.




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domenica, ottobre 26, 2003

 
Intermezzo / 2 - Diete
- Dieta Valium per dimagrire. Agisce non perchè ti calmi veramente l'appetito, ma perchè la maggior parte del cibo ti cade per terra... (George Miller)
-
Mia moglie è andata da un celebre dietologo; in due mesi ha perso 300.000 lire. (Boris Makaresco)
-
A proposito di diete, un mio amico ha perso più di 60 Kg la settimana scorsa: sua moglie l'ha lasciato. (Leopold Fetchner)
- Era così grasso che per mettersi la sciarpa usava il boomerang. (Boris Makaresko)
- Gli obesi vivono di meno; però mangiano di più. (Stanislaw Lec)

(continua... - intermezzo / 1 qui - per il tutto ringraziate sempre la splendida Mitì)








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sabato, ottobre 25, 2003

 
La dieta mediterranea non abita più qui.
Il concetto di dieta mediterranea viene coniato negli anni ’50 in seguito ai risultati di uno studio svolto sulla popolazione dell’Europa meridionale (e in particolare, Creta). Lo studio dimostrava che, a dispetto di un elevato apporto di grassi, quelle popolazioni avevano una bassissima incidenza di patologie cardiovascolari, di certi tipi di cancro e una maggiore aspettativa di vita rispetto ad altre zone d’Europa. Le principali caratteristiche di questa dieta, riassunte nella piramide alimentare, sono: abbondanza di cibo vegetale (frutta, verdura, cereali, noci e legumi); olio di oliva come la principale fonte di grassi; pesce e pollo consumati in modeste quantità; basso consumo di carne rossa; moderato consumo di vino, normalmente con i pasti.

Ora. Lasciamo perdere i risultati dei commenti a questo post che se li leggesse un dietologo cambierebbe mestiere, irrimediabilmente sfiduciato, e andiamo per punti. Può essere utile un elenco modello test, per misurare la aderenza al regime di dieta mediterranea, italico vanto.

- Tutti i giorni 4-5 porzioni di frutta e verdura? (forse non è chiaro: 4 o 5 porzioni, non mentite o vado a intervistare il vostro 'fruttarolo' che di certo piange miseria)
- Olio d’oliva (a crudo) come principale fonte di grassi? (ovvero, non so cosa sia il burro, e non valgono le patatine untuose del McDonalds)
- Pane e pasta tutti i giorni? (porzioni umane)
- Carne una volta a settimana? (ahahahahahah)
- Pesce due o tre volte a settimana? (anche il tonno in scatola, per esempio - così mi dicono ma non chiedetemi il perché)
-
Dolci una volta a settimana? (ahahahahahah)
- Un bicchiere di vino o di birra durante i pasti? (è inutile sbronzarsi e poi giustificarsi adducendo il sacro rispetto delle tradizioni mediterranee: fuori pasto non serve a nulla)

E' lampante che per molti di noi questo regime alimentare è una chimera del lunedì, o da inizio ferie: buoni propositi che evaporano dopo pochi giorni.
La realtà di una alimentazione urbanizzata e moderna è fatta di molta (molta) più carne, e molta (molta) meno frutta e verdura. Dolci non ne parliamo.
La classica dieta mediterranea è, paradossalmente in quanto figlia di un passato povero, ormai percepita come troppo costosa, in termini di soldi, tempo e attenzione, e di certo meno attraente di un regime a base eminentemente carnivora.
Certo, rimangono la pasta, l'olio d'oliva e il vino: per fortuna.
E il tonno. Anche in scatola. Sigh.
(grazie a F.S. per la consulenza medica)



















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Il digiuno in nome di Dio
Il Ramadan che inizia, per Ettore Romagnoli: «Visto e vissuto da un occidentale laico in trasferta, Ramadan è un fuso orario, uno stressato Natale lungo un mese, una circostanza densa di significati sinceri e altrettanta propaganda.»


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venerdì, ottobre 24, 2003

 
Edibili udibili: le ricette di webgol
Filetti Crazy Monk

Thelonious MonkChe cosa diavolo mangiava Thelonious Monk?
Una domanda che occorre porsi prima di descrivere questi Filetti Crazy Monk, che devono molto alla musica del pianista fool.
Una corte che si rispetti, un dramma shakespeariano: il fool è Monk.
Entra nella sala della corte, veste una buffa tunica con in testa un lungo e rigido copricapo. Si siede a tavola, insieme agli altri commensali e ordina gelato alla nocciola. Gelato alla nocciola in un dramma shakespeariano? Gelato alla nocciola in un dramma shakespeariano. Monk il fool vuole un gelato alla nocciola, andando contro la storia, il menù previsto dal Re, la sua stessa vita. Come secondo, riso con salsiccia soffritta majorchina e filetti di baccalà.

Parte udibile
Qualsiasi cosa incisa da Thelonious Monk.

Parte edibile
Per 4 persone quattro filetti di manzo, tagliati abbastanza alti. Due mele gialle, scalogni, un bicchiere di brandy, zafferano, panna da montare e scorza di limone. Sale e pepe.

Preparare la salsa alle mele, soffriggere in olio di oliva gli scalogni (la metà in quantità rispetto alle mele). Aggiungere le mele tagliate a tocchettini. Lasciare indorare e bagnare con un bicchiere di brandy. Lasciare evaporare. Fare cuocere fino a quando le mele non si sono completamente ammorbidite. Allungare con la panna da montare liquida. Alla fine condire con una bustina di zafferano e con un po' di scorza di limone. Nel frattempo si sono preparati i filetti alla griglia. Al sangue e ben salati e pepati. Servire i filetti ricoperti dalla salsa. Di contorno è ideale del riso rosso tailandese.















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Intermezzo / 1 - Saper cucinare
- Una ragazza che sa cucinare trovera' sempre un uomo che sa mangiare. (Arsenio Hall)
- Linda: "Ma tu ti cuoci solo cibi surgelati?". Allen: "Cuocerli? E chi li cuoce? Io neanche li scongelo. Li succhio come se fossero ghiaccioli!". (Woody Allen)
- Se il brodo fosse stato caldo come il vino, il vino vecchio come il pollo, il pollo grasso come la cuoca, la cuoca pulita come le mie tasche, sarebbe stata una cena impagabile. (Jean Porta)
- I piatti che mi prepara mia moglie si sciolgono in bocca. Mi piacerebbe che imparasse a scongelarli, prima. (Jack Klugman)
- I baci non durano. Saper cucinare sì. (George Meredith)
- Mia moglie fa cose splendide cogli avanzi. Li butta via. (Herb Shriner)

(continua... ho preparato altre tre puntate, ma dovete ringraziate la splendida Mitì)









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giovedì, ottobre 23, 2003

 
Racconti Magnoni
La Svizzera e bambi in salsa operaia
di Nicola 'Giallodivino'

Ristorante Cooperativo, Zurigo - foto di Nicola Z.Zurigo è una città bruttina, metà Heidi, metà Praga 9.
Insomma tetti di ardesia, campanili a guglia e casermoni grigi da periferia realsocialista, il tutto nordicamente senza persiane. Grazioso tram stile viennese, predicatori in piazza davanti ai grandi magazzini Globus che tuonano contro gli omosessuali.
Ho visto un sacco di ristoranti, pizzerie, kebabisti e cinesi. Ma penso che questo locale sarebbe piaciuto a Manuel Vasquez.
E' un posto che ha fatto infrangere un tabù rigidissimo che mi vieta di entrare in ristoranti italiani fuori dai confini patri. Al massimo - osservando rigido la norma - mi avvicino e osservo da fuori le istantanee dei ragù bolognaise, dell'agnello arrosto, come accadde in Grecia. No, fatela anche voi l'eccezione. La doppia porta è giustificata dal freddo che regala, già a ottobre, tre gradi, quando a Roma ce ne sono ventiquattro.
Il locale ha una storia da raccontare.
Di fronte ci sono le sedi di due sindacati, a cinquecento metri il palazzo della borsa di Zurigo. Una delle "case" del capitalismo globale, roba di titoli e futures, certo non è Francoforte, non è Wall Street, ma da queste parti i denari sanno cosa siano. E soprattutto sanno metterli al riparo sotto mattoni lussuosi e segreti.
Varcate la porta doppia, e sulla sinistra scoprirete con stupore un bel ritratto di un barbuto dell'altro secolo: Carlo Marx. Se vagate ancora con lo sguardo, vi si parerà di fronte un altro ritratto, anzi una foto in bianco e nero, di Giacomo Matteotti. Last but not least un busto di Dante Alighieri. Il luogo bizzarro, ma denso di ricordi. La memoria degli uomini passati di qui ha impregnato le pareti di puzza di nazionali senza filtro, alfa e ammezzati toscani.

Si chiama Ristorante Cooperativo, il posto che sarebbe piaciuto a Manuel Vasquez. L'abbreviazione è secca: il Cooperativo.
Se decidete di entrare, mangerete, pizzicando da un menu, ipertradizionale che pesca a mani basse da classici piatti della gastronomia nostrana, con l'ambizione di ricreare "un'idea platonica" di cucina italiana. Così almeno spiega Matteo, lo chef, pizzetto biondo, torinese, una vita trascorsa a metà tra agenzie di pubblicità prima, e San Cristobal de las Casas, poi. E oggi infatti spignatta ragu, risotti e tagliatelle ai porcini, coniglio in umido, verdure ripassate; io ho mangiato fettuccine al capriolo (ribattezzato dal sottoscritto Bambi in salsa operaia) e un tiramisù (era una serata di bassa, mi sono tenuto). Bevuto Montepulciano d'Abruzzo. A dire la verità conta poco quello che pappate.

Il Cooperativo era una sorta di ostello per gli emigranti italiani che sbarcavano in Svizzera a partire dagli inizi del novecento.
La prima pietra la posero giusto un secolo fa, meno un anno. Era il 1905. Una foto mostra tavolacci lunghi, sigarette, facce italiane che adesso indossano gli albanesi, ciglia unite sopra il naso, capelli lunghi, denti ingialliti, mani nodose da spaccatori di pietra. Venivano qui, dopo che sfangavano la giornata a tirare giù pezzi di montagna per costruire il San Gottardo. Bevevano (ma non era obbligatorio), fumavano, mangiavano a prezzi politici (ancora oggi i prezzi sono sensibilmente più bassi rispetto alla media di Zurigo) e parlavano di politica.
«Era casa loro», spiega Matteo. Scopri pure, dopo un po' di chiacchiere, che l'italiano era un sorta di esperanto degli immigrati. Parlato da spagnoli, greci e portoghesi come lingua franca. La spiegazione più banale: i nostri, erano una sorta di "aristocrazia dell'immigrazione", più vicini, più antichi. E i bergamaschi, ma potevano anche essere i bresciani, facevano i capomastri nei cantieri, il tedesco era lontano da ogni desiderio d'apprendimento. Insomma nessuno mai nei cantieri avrebbe parlato tedesco, e due parole d'italiano, o qualcosa di prossimo, erano necessarie. Certo poi viene in mente Albertone che dice a Gassman nella "Grande guerra", aò parlece te co' questi che so' alpini bergamaschi, so' paesani tui. Gli alpini bergamaschi erano gli austriaci, e allora si capisce tutto.

I due ritratti, messi uno accanto all'altro, secondo me, raccontano di storia patria e di storia della sinistra italiana, quanto un volumone di Spriano. In nessuna sezione del vecchio Partito Comunista Italiano avresti mai visto una foto di Matteotti, forse qualche eccezione in Emilia, al massimo in qualche "casa del popolo" particolarmente illuminata della Toscana. E comunque mai - ipotizzo - avresti visto un ritratto di Marx in una sede del Partito socialdemocratico, quello di Nicolazzi e Longo, per intenderci. Nello sgabuzzino di una sezione del Pci, a Roma, una volta scoprii due ritratti di Breznev. La foto non si poteva più mostrare in società, ma se andavi a scartabellare nella biblioteca, rintracciavi l'opera omnia del vecchio Leonida, dono di un compagno passato a miglior vita. In Svizzera, c'era una sezione del Partito comunista italiano e anche di quello socialista, oggi, immagino siano sopravvissuti solo i Diesse. I socialisti zurighesi ci trascorrono la serata delle elezioni, a bisbocciare per i loro progressi e a preoccuparsi per la vittoria di Blocher e dell'Svp. Ma a pranzo e cena - di giorni qualsiasi - ci trovi un po' di tutto.
«Il 40% della clientela arriva qui spinto da ragioni politiche e ideali - racconta Matteo - ma c'è anche un 40% di capitalisti». E traduco io, di gente normale che magari lavora in banca, alla borsa, insomma in una qualunque azienda. Lo stabile venduto al comune di Zurigo, era di proprietà un tempo della Federazione socialista italiana in Svizzera e alle pareti oltre ai ritrattoni illustri, fanno bella mostra di sé una lunga serie di olii di un simil Guttuso svizzero. Un po' più pecionesco, meno ricco suppongo e eleveticamente naif. Soggetti: sindacalisti, Di Vittorio compreso, giovani, lavoratori, bandiere, falci e martelli, tute bianche, immigrati e spaccasassi. La teoria dell'italianità del pasto, non mi sconfinfera molto. Ma assaggiando giusto una forchettata di polpettone credo che la nostalgia, tirata su a suon di lucciconi nel fondo degli occhi, di un lavoratore pugliese venuto da queste parti a laverà, penso abbia un senso.
Forse più ai tempi di Pane e cioccolata che oggi. Ma il cielo basso e bigio mi fa dubitare anche di questo.
Ristorante Cooperativo Strassburgstrasse 5 - 8004 Zurich Tel. 01.2414475
(n.z.)
























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mercoledì, ottobre 22, 2003

 
Music Restaurant
(dalle cucine di madame Daniela Amenta)

- antipasti Glass Onion, Blue Oyster Cult
- dalla parte dei primi La pappa col pomodoro (Rita Pavone), spaghetti pollo e insalatina (Fred Bongusto), carbonara e una coca cola (Spliff), Digsy's Dinner (Oasis, via Gomitolo), Pasta al Burro (Cristina Donà) e Lenticchie (Resina, via Colas)
- secondi(gliano) Meatloaf, Captain Beefheart, Beef Jearky (cibo matto)
- secondi estremi Catfood (King Crimson), Soul Food (Elvin Bishop), Dog Food (Iggy Pop e The Stooges - via Bop)
- contornatio Mushroom's patience, Smashing Pumpkins, Egg Cream (Lou Reed, via Sanchez), Pom Fritz (Orbital, via Colas), Mayonaise (Smashing Pumpkins) e l'Emperor Tomato Ketchup (Stereolab, via Ilcielosutorino)
- sul finire Camembert Electrique (Gong)
- frutta e verdura Peaches, Cucumber Slumber (version Bill Laswell), Apple Venus (Xtc), Strawberry fields forever, Tangerine Dream, Fragole buone buone (Luca Carboni - via Gomitolo), Fruitbat (metà del duo Carter the Unstoppable Sex Machine - via Giulia Blasi), Meat is murder (The Smiths)
- dessertino? Cake, Brown sugar, Milk and coffee, Gelaterie sconsacrate (Virginiana Miller - via Gomitolo), Caramel (Blur, via Colas), Pancake (Tori Amos) e Biscuit (Portishead, via Inkiostro), Gelati (Skiantos, via Propilei), Gelato al cioccolato (Pupo) e Cigarettes and chocolate milk (Rufus Wainwright, via Gomitolo)
- post zuccheri Whisky facile (Fred Buscaglione)
- vini e beveraggi Albana di togliatti (Lolli), Lilac wine (Nina Simone - via Zazie), Kinotto (Skiantos, via Propilei)
- acque Perrier (Graham Parker)














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Gli uomini preferiscono le vongole
Riprendo e interpreto dall'ottimo Cibitalia e da una ricerca della Cirm, commissionata dall'Unione Industriali Pastai Italiani (Unipi).
Per il 53,8% degli italiani il miglior condimento per la pastasciutta è il classico sugo al pomodoro (il 20,6% cede al ragu'). Fin qui, la cosa fila. Il miglior condimento è il sugo al pomodoro. Ma.
La ricetta più buona è, per il 13,2% degli italiani, gli spaghetti ai frutti di mare. Il sugo al pomodoro scende al 6,8.
Uno è migliore, l'altro è più buono. Una bella differenza.
Pomodoro : moglie = vongola : amante?






postato da antoniosofi | 10:46 | feed rss! | + - | commenti (12)


martedì, ottobre 21, 2003

 
Cagata-grandissima-cagata
Ugo Tognazzi amava cucinare. Non solo: per lui la cucina era arte, passione, ossessione. Alcuni dicevano che amasse il cibo più del cinema, e vi dedicasse più tempo e attenzione. Cuoco esperto e apprezzato, amava sperimentarsi in piatti e ricette di sua creazione, e spesso proponeva istrionici menù ad amici e conoscenti, che li accoglievano con giudizi positivi. Beh, non sempre.
Così lo ricorda Carlo Verdone su Repubblica di oggi.
«Tognazzi non è stato meno grande di Sordi (concordo, ndr) […] Ugo è stato il primo a complimentarsi con me. Mi accolse nella sua congrega dei dodici apostoli che dovevano assaggiare i suoi piatti. Terribile. Le votazioni prevedevano: ottimo, molto buono, buono, discreto, e cagata-grandissima-cagata. Monicelli sempre così. All’inizio ero rispettoso ma poi è arrivato a cose allucinanti. Una sera c’erano delle cotolette strane. Ci facciamo coraggio e chiediamo: balena, dice. Tutti a tirare fuori la magnesia bisurata. Lui si incazzò a morte. È stata la penultima cena, l’ultimo menù fu “ovaie di pernice in salsa di mirtillo”: a quel punto Ferreri o forse Benvenuti insorse: stasera, Ugo, spaghetti burro e parmigiano e non rompere. Lui mandò la tavola all’aria e offeso se ne andò. Noi ci facemmo una spaghettata.»
Menù istrionici. O meglio: a supercazzola brematurata.





postato da antoniosofi | 22:07 | feed rss! | + - | commenti (2)


lunedì, ottobre 20, 2003

 
Racconti Magnoni
La minestra del nonno
di Carnefresca (per webgol)

Il Verme e la bambina di Carnefresca (clicca per vedere il fumetto) A cinque anni, i genitori sempre fuori casa per lavoro, la spedirono a vivere dal nonno, e lei portò i giocattoli, i vestiti, il cappottino verde, l’orso di peluche, il vasino chicco di plastica rossa, quello a forma di gatto.
In un colpo si dimenticò di tutto, di avere un fratello con la tutina bianca e i pannolini sporchi, di avere un papà che tornava a casa, e una mamma che ripiegava i panni. Si dimenticò come era la sua stanza, si dimenticò il grande pino verde dell’orto e il gatto Paoletto che all’ora di cena correva a mangiare il prosciutto che lei gli gettava dal balcone. Si dimenticò di tutto perché con lei c’era il nonno.
Il nonno le aveva insegnato a giocare a dama briscola poker ramino e scopa, e le faceva il solletico ogni volta che gli si arrampicava tra le braccia, come una scimmia dispettosa.

Il nonno in casa si occupava di tutto.
Alle dodici in punto indossava un grembiule bianco, accendeva la radiolina “Nordmende” che stava sulla mensola di un camino che mai era stato acceso e cominciava a preparare il pranzo.
Era il momento più divertente della giornata, il momento in cui lei si aggrappava ai quei pantaloni così grandi e lo guardava lavare i pomodori san marzano, posarli sul tagliere e ridurli a listelli, con piccoli colpetti, per preparare il sugo.
Lei ogni tanto gli passava la cipolla e rideva «nonno, tu piangi, stai piangendo nonno!» quando lui, con la precisione della mezzaluna e la santa pazienza della chioma d’argento, l’affettava a pezzettini.
Poi il nonno prendeva il cucchiaio di legno ed girava la mistura. Mentre la salsa si scaldava e diventava sugo odoroso, il nonno di solito affettava il pane fresco e con una forchetta ne intingeva una fetta nel sugo. Lei era così golosa del pane col sugo che avrebbe voluto mangiarne un mondo, e se chiudeva gli occhi lo vedeva davvero, il mondo fatto di pane e sugo.
Accanto alla cucina del nonno, dove erano appese pentole di rame grandi e luminose, forme per ciambelle e un tostacaffè a forma di tenaglia, c’era una terrazza fiorita. Un piccolo giardino delle meraviglie, con un pergolato di rose e delle felci che tutti gli facevano i complimenti, al nonno.
Il giorno del suo quinto compleanno, il nonno aveva piantato un oleandro proprio lì, in mezzo al terrazzo, tra le felci e le rose. Era cresciuto rapidamente, molto più di lei, ma il nonno le aveva assicurato che lei sarebbe sempre stata più grande. Di quell’oleandro. Cinque anni più grande. Per sempre.

Verso l’ora di merenda, ogni giorno, lei si sedeva in terrazzo, vicino a quell’oleandro, e cucinava al nonno un pranzetto prelibato.
Una minestra. La minestra del nonno. E’ fatto provato che a questo mondo non c’è nonno che non ne vada ghiotto.

Ingredienti: Il Verme e la bambina di Carnefresca (clicca per vedere il fumetto)
cinque cucchiai da cucina di terriccio intorno ad una piantina di oleandro;
lombrichi o millepiedi, se lombrichi ne basta uno, se millepiedi almeno tre o quattro. In genere sono reperibili sotto il vaso dei papiri o delle felci, ma a volte anche sotto quelli dei gerani. Dato che se li lasci scappano e che se scappano si nascondono, è meglio intrappolarli sotto un bicchiere;
una decina di semini di belle-de-jour;
foglie di felci sminuzzate;
cinque corolle di bocche-di-leone;
i petali di tre o quattro gerani rossi e bianchi;
sassolini ad libitum;
due o tre foglioline di ortiche da muro sgretolato;
gusci sminuzzati di chiocciole da terriccio, meglio se senza la lumaca dentro considerato il fatto che, escluso il lombrico, trattasi di minestra vegetariana;
un pezzetto di laterizio sbriciolato;
un mezzo innaffiatoio di plastica gialla pieno di acqua corrente;
una terrazza;
un nonno.

Preparazione:
Munirsi di una terrina di plastica grande quanto due palmi di mano di bambina di cinque anni, versare l’acqua con l’innaffiatoio di plastica e mescolare sino a che il composto presenterà un aspetto molliccio e uniforme.
Raccogliere il lombrico o i millepiedi, tagliarne il corpo in pezzi di mezzo centimetro, versare nella terrina e mescolare bene.
Prendere i semini della belle-de-jour e schiacciarli sul laterizio con un sasso fino a farli sgranare. Raccogliere la polverina rossa fine del laterizio e conservarla a parte. Cospargere quindi il minestrone di terriccio con i semini sminuzzati, spolverandoli con la polverina rossa appena raccolta.
Versare altra acqua e mescolare per non perdere l’uniformità.
Prendere le corolle gialle delle bocche-di-leone, smembrarle in ogni parte e spargerle insieme alle foglioline di felci sulla superficie della minestra. Sgretolare poi i gusci di chiocciole in polvere finissima stando però attenti a conservare intatta la parte centrale avvoltolata, a fini estetici visto che le casette delle chiocciole sono così belle. A questo punto versare la minestra in un piatto cercando di non sporcare per terra .

Ornare il piatto con i petali di geranio e i sassolini, prendere le foglie di ortiche, che hanno piccole spinette, e appiccicarle sulla maglietta di lana, infilarsi fiorellini di geranio dietro le orecchie, trotterellare intorno al nonno, prenderlo per mano, mettergli il bavaglio con le mollette e guardarlo sorridere mentre mangia.
(carnefresca)











































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domenica, ottobre 19, 2003

 
Le caramelle Sugus e il cioccolato Milka.
La Suchard a Neuchatel, Svizzera - foto di Enrico Bianda, Ottobre 2003Se le caramelle Sugus credo siano restate nella memoria solo degli svizzeri, il cioccolato Milka, quello della mucca lillà se lo devono ricordare in molti, anche fuori dal territorio elvetico.
Questo cioccolato lo producevano industrialmente in una piccola città nella svizzera romanda, sul lago di Neuchatel. La città si chiama per l'appunto Neuchatel, e nel 1992 ha visto chiudere la fabbrica della Suchard, storica industria del cioccolato. Quel che rimane è lo scheletro dello stabilimento, una struttura arroccata lungo una collina che guarda il lago, una "bestia" silenziosa che ricorda un quadro di Escher, o qualche pagina del Castello di Kafka.
e.b.

Domani Lunedì 20 Ottobre (alle 9.00 e alle 22.30) inizia una serie di reportage radiofonici sulla radio pubblica svizzera RTSI. Sono cinque storie di cinque città che dallo sviluppo industriale avevano tratto la loro identità. Il passaggio del millennio ha lasciato sul campo, in molti luoghi, il sogno industriale e il miraggio del lavoro. È la storia di cinque sconfitte, spesso necessarie o previste, ma che hanno portato ad una forte perdita di identità.
Da lunedì 20 a venerdì 24 ottobre 2003 - ore 9.00 e ore 10.00 (replica della prima parte: il giorno stesso alle 22.30).
Ascoltabile in streaming qui. A cura di Enrico Bianda.
Altre puntate. Martedì: Verbania, La Rhodiotoce; Mercoledì: Busto Arsizio, Il calzaturificio Borri; Giovedì: Porto Marghera, Il Petrolchimico; Venerdì: Orbassano, La Fiat









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Bontà loro
Contaminazioni «webgol è un blog che amo molto, proprio per la sua originalita' di impostazione e per i continui stimoli conoscitivi che mi ha offerto nel corso del tempo, conditi da una non disprezzabile dose di ironia»;
Comida de Mama «mi è piaciuta la loro idea di fondo»;
Michele Marziani, formidabile blog cuciniero, al quale ho inconsciamente copiato l'idea che i blog fossero una trattoria a conduzione familiare (così recita la sua sezione Vino e Cucina: come nelle vecchie osterie con cucina. Seduti al tavolo, a fare quattro chiacchiere tra amici, parlando di cose buone in compagnia) e che scrive di webgol «ho letto il titolo e ho pensato subito a Biscardi, invece il bischero ero io che quando vedo "gol" penso subito al pallone, una delle cose al mondo che mi sono più antipatiche. Webgol è invece un weblog che è una fucina di belle idee e buone storie. Entrambe, idee e storie, cambiano ogni due settimane. Adesso si parla di buon cibo e buon vino. Fino a poco tempo fa si leggeva di cinema. Domani chissà.... In più ha il pregio di essere collettivo, così a leggere (e a scrivere, credo) non ci si annoia quasi mai.»
Ci conosce da poco: ecco perchè scrive che non ci si annoia quasi mai.
Chi ci conosce da molto, infatti, preferisce Biscardi.

(In generale che dire, se non grazie, davvero, di cuore?)

[Update] In caso non abbiate proprio nulla da fare, segnalo su Glob, la bella rivistina blog di Excite, Le cucine dei blog, sottotitolo: trattorie e teorie, ossessioni fotografiche e blog magnoni - altro che Artusi, Suor Germana, o le guide a cinque stelle. Praticamente è questo post con qualche, forse discreta, modifica e aggiunta. Ah, la pigrizia! :) (antonio sofi)










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sabato, ottobre 18, 2003

 
Lo scrittore e giornalista Manuel Vazquez Montalban, nato a Barcellona nel luglio del 1939, è morto questa notte a Bangkok. E' stato poeta, romanziere, critico gastronomico, creatore di Pepe Carvalho, un curioso detective galiziano, amante della buona tavola. Enrico Bianda lo ricorda così, tra cinema, cibo e letteratura.

Requiem per un film mai girato
Auspicio visuale in omaggio alla morte dello scrittore Manuel Vasquez Montalban
di Enrico Bianda

Manuel Vasquez MontalbanNelle ultime pagine di un romanzo intitolato “Gli uccelli di Bangkok” ho trovato, tanti anni fa, una delle scene più belle mai scritte. [...]
E’ una scena straziante, l’epilogo di una vicenda noir vissuta in gran parte nella città Tailandese, e che si chiude sulla battigia di una spiaggia di Barcellona. [...]
Il colore di quelle pagine è il bianco, la luminosità di un pomeriggio invernale in riva al mare, quel colore bianco che trapassa le nuvole e che ti fa strizzare gli occhi anche se non c’è il sole. Tutto questo in una sequenza cinematografica che nella mia memoria non ha precedenti (anche se avrebbe avuto degli epigoni). Tutto finisce guardando quel cielo bianco, un doppio sguardo, quello del protagonista e quello di un uomo morente, che cerca in quel cielo “un appiglio per non cadere nel pozzo della morte”.
Il punto sta proprio qui. E’ una sequenza scritta per il cinema, senza che al cinema sia mai arrivata.
E’ restata li, nascosta tra le pagine, camuffata da romanzo bellissimo, quando forse era una sceneggiatura indimenticabile. E mi sono sempre domandato come mai nessuno avesse mai pensato di realizzarne un magnifico film. Ho trascorso molti anni a ripassarmi tra le mani questo libro, che oggi porta i segni dei viaggi, dei cambi improvvisi e segreti di proprietario, fino a che lo scorso anno non è tornato fortunosamente tra i miei scaffali. E riprenderlo scorrendo qualche pagina, favoriva il rinascere del vecchio interrogativo.
Ma perché nessuno ha mai fatto un film da questo romanzo?

Spesso ho immaginato chi poteva mettersi dietro alla macchina da presa.
Un po’ come in quei giochi che si fanno, terminata la lettura di un romanzo, le facce e le voci si rincorrono fino a che non abbiamo composto il nostro cast formidabile. Anche “Gli uccelli di Bangkok” si era trasformato in un gioco segreto e privato, i volti si rincorrevano tra le pagine ad ogni rilettura: Lino Ventura (prima che morisse), Jean Gabin se non fosse morto e fosse ancora maledettamente più giovane, Carlo Cecchi, vestito appena un po’ meglio che in Morte di un matematico napoletano, oppure, nei sogni più perversi, una sintesi tra il William Hurt di Brivido caldo e l’Elliott Gould del Lungo addio.
Tutte queste facce si sovrapponevano sulla figura del protagonista di questo romanzo, uno strano detective iconoclasta e provocatore, che per abitudine gettava nel fuoco uno dei libri della sua biblioteca, Pepe Carvalho.[...]
Ma il film che in molti aspettavamo non arrivava.
A dire il vero qualche tentativo, goffo quando non indecente, era stato fatto, ma per la televisione. Ma nessuno dei volti che avevamo immaginato era riuscito ad impadronirsi di quel corpo massiccio, e forse anche appesantito dai piaceri della tavola che nel tempo avevamo imparato ad amare sotto la sua guida.
Insaccati asturiani, vini catalani, patés francesi e maiali madrileni.
I piatti, tra le pagine che descrivevano minuziosamente i processi della preparazione, li vedevamo, avvolti in un velo di acquolina, e speravamo di poterli un giorno riproporre, maldestramente certo, ma almeno avrebbero preso corpo. In fondo se qualcuno aveva girato un film intitolato Il pranzo di Babette, un trionfo gastronomico attorno ad una tavola imbarazzata (chi non ricorda le quaglie au sarcofage?), perché mai non fare un film dove la cucina e il gusto per il cibo, unito ad una sana vena polemica e speculativa, avrebbero avuto un ruolo centrale?
Ecco, intimamente spero che questo omaggio cinematografico, quasi un rimpianto o un auspicio, allo scrittore Manuel Vasquez Montalban, scomparso a Bangkok nella notte tra un venerdì e un sabato di ottobre, possa ripagare parte del piacere tratto dalla lettura dei suoi romanzi. [...]
(Enrico Bianda)






















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venerdì, ottobre 17, 2003

 
Anche i blogger magnano.
Per rigorosi motivi scientifici (seeee...), due semplici domande finalizzate ad analizzare la qualità dell'alimentazione dei blogger (e dei suoi lettori), per poi metterla a confronto con quella dei comuni mortali, che i blog non sanno nemmeno cosa siano e, incredibilmente, sopravvivono (anche se, si mormora, mestamente).
Periodo di rilevazione: la giornata di oggi. Modalità: rispondere con sincerità e dovizia di particolari piccanti (in caso di peperoncino). Insomma, per farla breve:

1) cosa avete mangiato a pranzo?

2) Cosa avete mangiato a cena?

[update]: come un cosa buffa può diventare una cosa (semi)seria. Potremmo far controllare i risultati a nutrizionisti dell'Università di Firenze, che stanno lavorando ad un grosso progetto sulla buona alimentazione. Niente di veramente serio, per carità (i veri ricercatori rabbrividirebbero alla metodologia usata). Al massimo qualche consiglio dietetico. Bisognerebbe, però, tracciare il comportamento alimentare di almeno tre giorni, ed esagerare nei dettagli (anche cosa si beve). Al massimo lo utilizziamo come spunto per riflettere sulla dieta: per esempio la mitologica, e in parte da smitizzare, dieta mediterranea.
Lo fate sapere in giro?










postato da antoniosofi | 18:23 | feed rss! | + - | commenti (33)


giovedì, ottobre 16, 2003

 
Edibili udibili: le ricette di webgol
Il risotto DLee

Ci sono dei momenti in cui i contrasti tolgono il fiato. Nelle persone. Nelle donne.
L' acciuga ha un sapore forte e penetrante. Ne basta poca per invadere i sapori altrui e rimane nel palato a titillare qualsiasi altra cosa si gusti.
La rucola anche lei è amara e rischiara i sapori forti delle acciughe. L'idea è quella di condensare in un piatto la dolcezza dei finocchi cotti con la tagliente ironia delle acciughe e l'amarezza della rucola. Proprio come DLee.
Servire caldo e ad alto volume.


acciugaParte edibile
400 g. di riso arboreo, 6 filetti di acciuga sottolio, 2 finocchi, 1 cipolla, un mazzetto di rucola, brodo vegetale, ½ bicchiere di vino bianco secco, 2 cucchiai di parmigiano reggiano grattugiato, olio extravergine di oliva, sale e pepe.

Pulire la verdura, tagliare a fettine fini i finocchi. Rosolare la cipolla tritata fine con qualche cucchiaio d'olio, aggiungere i filetti di acciuga e scioglierli nel condimento a fuoco medio.
Aggiungere il finocchio, e, non appena avrà preso sapore, aggiungere il riso e mescolare bene. Bagnare con il vino bianco. Una volta evaporato il vino portare il riso a cottura unendo il brodo caldo un mestolo alla volta.
Poco prima che la cottura sia terminata regolare di sale e pepe, unire il formaggio grattugiato e la rucola tritata. Spegnere il fuoco e lasciare mantecare per qualche minuto.


Parte udibile
Art PepperDonna Lee suonata da Art Pepper (Artworks Galaxy 1979)
(in alternativa)
Summertime cantata da Shirley Horn, I Remember Miles (Verve 1998)
(non basta?)
Occorre in questo caso provare ad attraversare il cielo di traverso. Ci può aiutare Django Bates - che con un nome così merita una ricetta tutta sua, cui provvederemo: quiet nights, è un suo vecchio disco. Il tastierista inglese, folletto del sovraccarico simbolico in salsa jazz e superbo imperatore delle sovrapposizioni e delle destrutturazioni tematiche, ci condisce - con ricetta di frittata alla francese - una serie di standards (solitude, speak low, over the rainbow) per quintetto con voce della nordica josephine cronholm. Il disco lo trovate su screwgun records, è del 1998





















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mercoledì, ottobre 15, 2003

 
Racconti mangioni
L'impronta della pianura
seconda e ultima parte (qui prima parte)
di Nicola 'Giallodivino'

La sera per strada - a ottobre - non incontri nessuno.
Fa già freddo. L'unico posto aperto non ci sconfinfera, ci mettiamo alla ricerca come rabdomanti di culatello. Le malattie so' robe strane. C'è chi va alla scoperta del Giulio Romano di Coreggio, io punto un posto dove spanzarmi alla grande.
La bussola interiore ci porta a San Benedetto Po. Che sta sull'argine del fiume, lato sud, immagino sotto il livello dell'acqua. Gli argini - l'ho scoperto una vita fa - sono un sistema complesso che inizia a chilometri di distanza dal Po. Colline a dorso di mulo che dovrebbero garantire la sicurezza dal fiume. Puoi seguire il cartello argine, scavallare la sella e scoprire una zona golenale, camminare ancora per ore e rivivere la medesima esperienza.

Si chiama L'impronta, ed è quello che appare sull'insegna bianca e blu, all'angolo di una vecchia casa cantoniera in pietra e mattoni.
Dentro è grazioso, curato, il jazz l'orecchi anche al bagno, e l'impronta della mano di una dei due titolari - lei è Marie Claire, lui Matteo - te la ritrovi anche sul menu. Diciamolo subito. Il luogo merita a priori di finire recensito in una qualche guida che affolla 'sti giorni gli scaffali delle librerie. Non foss'altro, per l'impegno, la tenacia, e la temerarietà di chi, a 32 e 35 anni, ha deciso d'aprire un ristorante con le giuste pretese in una zona tosta. Da queste parti il turista non si ferma proprio, al limite transita. La clientela è ostica - abituata a pesantezze e stracotti - se ti dice bene s'affezionano venditori provvisori di collant e commessi viaggiatori. Giocatevi la vostra giovinezza sulla carta di un ristorante, nessun rimpianto dopo, ci ho provato, ma intanto qualche paura mi sa che ti resta.

Matteo ha fatto l'apprendistato nei templi gastronomici della zona. L'Ambasciata di Quistello, a due passi, per citarne uno. Marie Claire ha lavorato coi genitori in sala per un bel po'. Insieme hanno fatto il grande passo. Risistemato il locale, l'hanno aperto. Non sono sposati, solo soci.

Abbiamo mangiato: frittata di rane e cipolle (ottima); salame mantovano con polenta abbrustolita e gran pistà (è il lardo condito di spezie che il ministro Sirchia ci vuole togliere), bigoli al torchio con seppie, sardelle e sedano fresco, maccheroncini al torchio con sugo di faraona, salsiccia e rosmarino; totani ripieni di patate, robiola fresca, con funghi. I dolci e l'etichetta di una Barbera discreta del 2000, non li ricordo.
Mangiato bene, ma possono crescere. E secondo me lo faranno.
Fuori carta - quasi tutti da provare - tra l'altro trovate: tortelli di zucca al burro fuso e salvia; sorbir d'agnoli (un brodo d'agnolotti serviti come antipasto, volendo serviti col lambrusco) lumache in umido al lambrusco con fagioli borlotti, pancetta fresca e polenta abbrustolita; culatello con mostarda di pere Kaiser; code di gambero avvolte nel lardo al cognac e acini d'uva con insalatina aromatica all'aceto di lamponi; lombatine di maiale con cipolle rosse. Fateci un salto.
L'impronta - via Gramsci 10 - tel. 0376 615843 - San Bendetto Po - Mantova.

Bonus track
La bonus track da ascoltare - meglio se in notturna - è "I morti di Reggio Emilia" nella versione dei Tupamaros. Non è una "canzone jazz" come richiede Webgol, ma a mio modesto parere, è un lefty tester. Se la ascolti e ti commuovi sei di sinistra. Vale anche per Fischia il vento, e quella cantata in Buongiorno notte, poi è strepitosa.

(n.z.)























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martedì, ottobre 14, 2003

 
Le cucine dei blog.

Una fotografia gastronomica
Ellie Harrison«Per fare una fotografia non c'è condizione di luce peggiore che quella in cui si mangia: ombre, riflessi, il fumo della pasta che sale verso l'obbiettivo». Parola di Stefo, il geniale curatore di un blog fotografico in cui vengono fotografati i piatti di pasta in plastica attesa di esser mangiati, presentati in una deliziosa galleria da rullo mensa, eternati nell'attesa perfetta. Ad oggi conta 251 piatti di pasta, tutti diversi. Un pastalog, lo chiama lui, che ha una regola: «io mi fermerò quando mangerò un piatto di pasta e mi dimenticherò di scattare una foto.»
Non è l'unico, in realtà, ad abbinare blog (quasi) quotidiano, progetti artistici, fotografia "ossessiva", cibo e cucina.
Dei progetti di fotografia ossessiva ne avevamo già parlato diffusamente un bel po' di mesi fa (soprattutto qui e qui). C'è chi, per esempio (Jonathan Keller) tiene traccia di se stesso dal 1998, ogni giorno una foto, stessa posizione, stessa espressione, la stessa persona, tante persone. E non ride mai, tranne se date un contributo. E' un pensiero ossessivo ricorrente, che in fondo si interroga sulla propria identità, che cerca il senso delle cose attraverso la reiterazione, le somiglianze e le differenze. E che spesso prende il cibo come oggetto di attenzione. Noi siamo ciò che mangiamo (e ciò che abbiamo mangiato).
C'è Ellie Harrison, per esempio, le cui regole sono «prima di mangiarlo, bisogna fotografare il cibo, e il cibo fotografato deve essere mangiato», o, Cypher, che immortala i pasti prima che finiscano in pancia. La sua, o almeno così dice.

Blog magnoni
Niente di così strano che il cibo sia presente nei blog. In mezzo ai post come una merenda. Forse i blog sono una trattoria a conduzione familiare , in cui la lista si compone di quello che si è trovato al mercato, la mattina.
Di certo i blog hanno la facoltà di costruire, al pari di quelli che si occupano di musica o di cinema, reti di relazioni del tutto simili ai classici sistemi esperti, di orientamento sociale, in parte utili per consigli e suggerimenti.
Le guide enogastronomiche hanno i giorni, o gli anni, contati?
E' così strano pensarlo, se, per esempio, lo si dice anche della stampa musicale specializzata (via Inkiostro)? Il concetto è del tutto simile. Sono preparati, informali, nessuno li paga: qualcuno mi spieghi perchè non dovrei fidarmi. Io aspetto.
Non sono tanti però i blog che si occupano in modo quasi esclusivo di cucina, cibo e dintorni. Questa è una lista parziale, che spero mi aiuterete a completare.

Giallodivino (lo mettiamo qui, ma lui è de più), la deliziosa Comida de Mama, l'eccezionale, narrativo diario di una cameriera, Zu e la sua tavolata, Cibitalia, Fuori Luogo un blog a dieta (sono dimagrita c'è riuscita), le ricette di Miss Pigot, le ricette sexy di Zephyra, recensioni di trattorie, Wine blog (anche se è di vino), il lato cuciniero di Michele Marziani, Ristovagando a Roma, Frittata e zucchine. Altri? Altro?
















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lunedì, ottobre 13, 2003

 
Racconti mangioni
L'impronta della pianura

di Nicola Giallodivino

Nella grande pianura dovresti arrivarci di giorno.
Soprattutto se il luogo - com'è il caso del sottoscritto - t'affascina.
Se ci vai di notte, e guidi lungo le stradine che corrono dritte come fusi a fianco dei filari di pioppi, intuisci che una cascina potrebbe avere le forme del grande casolare di Novecento, un avvallamento nascondere un canale di scolo e irrigazione. Allora, orbo di tutto, decidi di affidarti agli odori che arrivano dal finestrino.
E l'odore è quello misto di erba medica e fieno, la puzza della merda di vacca, quella di bestie macellate.

Una delle regole fondamentali per quando vado a cena è far cadere la scelta su locali che non facciano due cose insieme. Quindi niente ristorante-pizzeria. Niente pizzeria-trattoria, e via così. Fai una cosa, falla bene. Ovunque devi trovare l'odore di pappa giusta. Da queste parti odore di anguille, tortelli di zucca, di rane, lumache e cipollotti.

A Pegognaga - bassa mantovana - terra di frisone, latte e granturco, c'è uno dei più grandi macelli d'Europa. Il Po è a un tiro di schioppo, e se l'attraversi arrivi nella terra del Grana padano. Nelle stalle i nipoti dei vecchi fattori sono diventati imprenditori. Hanno studiato economia e commercio, si mettono in cooperativa e comprano le vacche. Il padrone si sveglia alle sei, è lui che spala la merda delle Frisone grosse come tori da monta. Ma è l'uomo venuto dal Punjab che le munge e si ferma lì. A portarlo allo sparo - dopo quattro anni di onorata carriera - ci pensano quelli del Maghreb.

Da queste parti le bestie vengono spremute fino all'ultimo. Producono il latte, e quindi il formaggio, diventano vitelloni per le bistecche e per ogni taglio possibile e immaginabile. L'invenzione italica del distretto industriale prende le misure alle religioni e taglia gli abiti da lavoro sulle forme degli immigrati. Se i Sikh curano le vacche - che per loro sono sacre - con amore e competenza, altri più sfigati - "e che non hanno molta scelta" - le accoppano, le scuoiano e le infilano nelle celle frigorifere.

E se ci entri, il macello ha tutta l'aria di una fabbrica di microcomponenti.
Lindo, pulito, asettico, tutti indossano mascherina e camici bianchi.
Il Veterinario, con la maiuscola, vigila, visita pre e post mortem la bestia. La catena di montaggio accompagna i vitelloni a testa in giù. Dopo un quarto d'ora dallo sparo i muscoli si muovono ancora, il vapore sale dalle carcasse, e non bisogna fare troppo gli schifiltosi quando godiamo di fronte al piatto pieno di fiorentine e filetti. La testa corre accanto al vecchio manzo, insieme alle interiora, mentre un tipo con un aspirapolvere speciale tira via il midollo dalla spina dorsale.
E' la sindrome di Kreutzfeld Jacob, bellezza.
Non si rischia con la più grande, e ultima rimasta, industria italiana. L'agroalimentare ingrassa le Porsche, le ville, i centri commerciali grandi come un quartiere di Roma, le puttane lungo la via emilia, i ristoranti palladiani con colonne e capitelli corinzi. Mentre la gente ancora dorme, all'alba, la mucca ha già smosso denari sui conti, viaggiato in autostrada sotto forma di latte, e di tagli che prendono il Brennero e volano sui cargo in giro per il mondo. Al maiale - dio della pianura - vogliono innalzare statue, a Parma col prosciutto non si scherza. Il consorzio esercita poteri di lobby, si raccomanda a Cancan e al Wto passa come prodotto protetto da tutelare e coccolare. Se vai a Langhirano ti spiegano che la zampa del maiale, marchio di fabbrica del Parma, quando vola negli Stati Uniti viene tagliata via, lo richiede la legge americana. Coll'export non giochi. Il meccanismo è lo stesso delle Ferrari a Maranello, costruite secondo i desideri dei ricchi clienti arabi con optional su misura pagati a peso d'oro.
Nella grande pianura i soldi vengono dalla pappa e vanno alla pappa.
In zona trovi ancora - protette come banche, con i metronotte ai cancelli - le banche del parmigiano, le casseforti del prosciutto.
I danè, qui li investono anche così.

(n.z. - continua e finisce dopodomani, a San Benedetto Po, con trattorie toste, ostiche clientele, e magnate di rane. Olè.)


























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domenica, ottobre 12, 2003

 
Il lampredotto fa bene.
Due panini al lampredottoLa trasmissione va in onda su Radio Due, ogni domenica, dalle 10.00 alle 11.30, subito dopo di quella di Mario Luzzato Fegiz e subito prima di quella di Enrico Bertolino. Se fosse wrestling, sarebbe un attacco a tenaglia, di quelli che, Dan Peterson insegna, sono spesso letali.
E invece è radio, la trasmissione si chiama Ogni Maledetta Domenica (c'è anche un blog) e i due conduttori, Luca “Wittgenstein” Sofri e Michele “Emmebi” Boroni, si districano bene dal mortifero abbraccio e allestiscono ogni domenica una trasmissione vivace, interessante, che riesce spesso a strappare più di una risata.
Questa volta, dopo settimane di dominio di Luca Sofri, il premio della miglior battuta va a Michele Boroni, con Superpippo che, carogna, mangia la nocciolina che un povero disgraziato sta facendo rotolare da 12 giorni (lo so, non si capisce nulla, ma così imparate a non ascoltare il programma).
Una parte della puntata di questa mattina era dedicata al lampredotto. Bontà loro, i due conduttori hanno preso spunto, con belle e immeritate parole delle quali li ringrazio di cuore, dal post di Webgol su questa trippa scura e odorosa, vanto e delizia della cucina popolare fiorentina.
Alle pubbliche manifestazioni di indifferenza di Luca Sofri (da buon toscano della costa diffidente delle cose fiorentine), è seguita una esilarante intervista a Franco Cardini, esimio lampredottologo, per hobby professore ordinario di Storia Medievale dell’Università di Firenze.

Il professore ha fatto alcune interessanti considerazioni sul lampredotto, che vado di seguito ad elencare:

1) Il termine deriva da “lampreda”, un pesce pregiato del quale il lampredotto ne ricorda vagamente la carne profumata. Se la lampreda era cibo da ricchi, il lampredotto ne era il corrispettivo popolare. Una scelta onomastica che, come spesso in Toscana, rivela un desiderio di mimesi e insieme nasconde un retrogusto di sano sfottò.
2) Pare vi siano, e a piede libero, loschi figuri che preferiscono il lampredotto solamente sbollentato, poco cotto. Io mi unisco a Cardini nel condannare tale sacrilega preferenza, che di certo cela sordidi complotti o pericolosi integralismi. Il lampredotto va bollito, e a lungo. Tra l’altro è anche più sicuro.
3) Il lampredotto sarebbe troppo grasso, aumenterebbe il colesterolo, farebbe male al corpo.

Va bene, ma allo spirito poi chi ci pensa?
L’insalatina?















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sabato, ottobre 11, 2003

 
L’ultima sbira.
La Sbira, zuppa di trippe genoveseLa sbira è una zuppa di trippe, legata alle più antiche tradizioni genovesi. Qui la ricetta, per chi voglia provarsi con un altro piatto del passato.
Spesso si dice di un cibo particolarmente buono che “resuscita i morti”, e a molti cibi vengono attribuiti poteri prodigiosi, taumaturgici, magici, lenitivi.
Il cibo fa resuscitare i morti perchè fa resuscitare i vivi: nei fortunati incontri tra cibo e palato, cura angusti pensieri, scioglie cupe preoccupazioni, rasserena morbose paturnie.
Ed è esattamente questa la storia della sbira, una zuppa che resuscitò i morti e liberò i pensieri. Anche se per un attimo solo: il tempo di finirla, e di pensarla tra palato e ricordi.
Signorina Silvani
Ce la racconta la Signorina Silvani, esperta gastronoma, appassionata di cucina e deliziosa commentatrice blog senza blog (rara avis: qui per sapere perchè):

…nella Genova del Medioevo (e sino alla fine del XVIII sec.), l'ultimo pasto dei condannati a morte consisteva in una scodella di brodo arricchito di midollo con trippe centopelli tagliate fini fini e riempita di pane abbrustolito e formaggio.
Questo piatto veniva chiamato popolarmente "la sbira" perchè si trattava del rancio abituale degli sbirri (propriamente le guardie carcerarie) di Palazzo Ducale, che in quei tempi oltre residenza del Doge e del Governo fungeva pure da gattabuia.
Per i prigionieri affamati, quell'umile piatto costituiva un vero banchetto consolatorio prima dell'esecuzione.
Una sorta di ultimo desiderio.













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Eno(promo)loop
eno | gastro | eno | copia | eno | tico | eno | fallo | eno | lancio | eno | strallo (per i velisti) | eno | scoppio | eno | godo | eno | sfranto | eno | strillo | eno | sbuffo | eno | buono | eno | tanto | gastro | eno | (a)mico
by e.b. futuristic poetic production :-)



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venerdì, ottobre 10, 2003

 
Edibili udibili: le ricette di webgol
Filetto di maiale al brandy

L’idea? Viali animati da strane palme. Sulle colline in fondo, sotto il sole che tramonta alberi di Yaracanda in fiore perché è primavera. La macchina cammina dolcemente verso la sera dopo una giornata strana. I locali con giovani prostitute minorenni stanno accendendo le luci sfavillanti che si appannano nella luce dell’aperitivo. La radio trasmette un brano di Bud Shank. Stasera vedrò Los Angeles, la città di quarzo, dall’alto. E sembrerà diversa. Ci saranno un milione di luci in più. In più rispetto a ieri sera. E domani sarà diversa ancora una volta. Non la controllo più questa fottuta città.

Parte udibile

L’ideale è qualche disco Pacific degli anni cinquanta, per l’appunto un Bud Shank e Bill Perkins insieme a Hampton Hawes, oppure From left to right di Bill Evans o ancora, al limite, ma giusto prima di assaggiare il primo boccone, Something Else! di Ornette Coleman.
Bud Shank
Parte edibile
Un filetto di maiale, per 4 persone circa 450-500 g., panna da montare liquida, brandy, burro, sale e pepe.

Riscaldare la padella a fuoco molto alto. Una volta che la superficie della padella è molto calda, mettere una noce di burro insieme al filetto. Rosolare a fiamma alta salare e pepare abbondantemente. Far cuocere appena su tutti lati affinché si formi una crosta ben dorata.
Togliere dal fuoco dopo un paio di minuti circa e tagliare il filetto a cilindri alti circa 3-4 cm. Rimettere in padella a finire la cottura bagnando con il brandy, far prendere la fiamma e spegnere con un bicchiere di panna da montare liquida.














postato da biandone | 17:25 | feed rss! | + - | commenti (12)


mercoledì, ottobre 08, 2003

 
Il tuffo del lampredotto.
Il pentolone del lampredotto, foto di Franco BellacciCibo viscerale. Letteralmente.
Al contrario della trippa, non se ne segnala la presenza tra le 775 ricette dell’Artusi 2000, quello con i consigli del dietologo. Sarà di certo colpa sua. Maledetto lui e la sua genìa malvagia.
Il lampredotto è una trippa fiorentina, morbida come spugna sanguigna, odorosa come erba ruminata, frastagliata come scandinavo fiordo, che taluni prediligono spellata dallo stesso trippaio, che esegue con piccoli gesti precisi, nervosi, sottilmente sadici. Talvolta con un piccolo sovrapprezzo.
Sbucciata, la chiedono.
Come fosse una mela.
Il lampredotto, per gli amanti del dettaglio da mattatoio, è l’abomaso dei bovini macellati, la parte più bassa dello stomaco della mucca, quella che, grulla, frolla e rifrulla. Comprende una parte magra, chiamata gala, e una parte grassa, chiamata spannocchia, nomi inventati come le fànfole e saporiti uguale.
Bollito in abbondante acqua con pomodori, cipolle, sedani, prezzemolo e odori, il lampredotto viene servito nel panino semelle o in vaschetta, e preceduto da una educata escalation di condimenti proposti. Che va dall’ovvio sale (si, c’è anche chi declina, maledetti sbruffoni) al saggio pepe, dalla salsa verde (prezzemolo, capperi e acciughe, tra gli 11 ingredienti della ricetta storica) all’olio piccante, all’ultima rituale domanda del trippaio fiorentino. In qualche modo spaventevole, per chi non ne è aduso: bagnato?
La risposta giusta è si. E la parte superiore del panino si tuffa nel pentolone aromatico da cui il lampredotto straborda e fuoriesce bello e gocciolante come Esther Williams dalla piscina, e come sotto i riflettori di una luce di altri tempi.
Il lampredotto non è cibo per turisti: è cibo di strada.
Il cibo di strada è segno edibile di una cultura intera, della sua storica gastronomia, è emblema della cucina popolare, e ha senso solo se racconta della strada in cui viene consumato, se porta con se echi di ciò che fu, e delle bocche che lo mangiarono in passato.
Un lampredotto a Firenze ti ricorda il sommo poeta che di certo lo mangiò, un hot-dog in Texas forse solo Bush padre.
Una bella differenza.

(grazie a Franco Bellacci per la foto)















postato da antoniosofi | 23:26 | feed rss! | + - |