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giovedì, novembre 27, 2003

 
Odorito numero due
Il silenzo degli estoni
Tallin, EstoniaUn interrogativo mi consuma: puo' un silenzio essere profumato? Puo' emanare qualche odore particolare? Forse si.
La risposta arriva dalle strade di Tallin dopo due giorni di neve continua. La neve filtra gli odori, li annulla, li addomestica oppure li consuma. Il silenzio degli estoni e' come il profumo della neve: si congiungono, si ammaliano. La neve attutisce i rumori e affievolisce gli odori.
Taverne, caffe', ristoranti, musica e movimenti intrappolati in un fermo immagine olfattivo e percettivo. Si cammina in una bolla temporale. Nemmeno gli sfiati di vapore dai casermoni russi del quartiere di Lasnamac presso Tallin riescono nel freddo nevoso di un mattino ad avere qualche odore. Niente.
Si pensa e si vive in una dimensione di trasferimento sensoriale. La neve assorbe, il rumore resta negli edifici, si affaccia alle finestre.
Sono occhi che guardano le strade, i marciapiedi contando i fiocchi di neve, pazienti. Si stemperano nel bianco manto nevoso.
Il silenzio degli estoni e' il silenzio odoroso della neve.








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mercoledì, novembre 26, 2003

 
Memoria storica
(sono una professoressa e quindi perdonatemi se faccio discorsi da professoressa)

E' cosi' difficile per un adolescente, oggi, comprendere perche' viene obbligato a studiare la storia: la storia dei fatti, ma anche la storia della lingua, la storia della letteratura, la storia della filosofia, la storia dell'arte... Non vale spiegare con pazienza che la nostra vita individuale e' impastata di storia, che quello che siamo, i nostri desideri, le nostre pulsioni, i nostri sentimenti, tutto cio' che in noi appare piu' naturale e istintivo ha una sua storia, ha una sua genesi sociale e collettiva, non nasce dal nulla, non e' natura o biologia ma e' sempre e soprattutto cultura. E quindi solo a partire dalla storia noi possiamo pienamente comprendere noi stessi. Eppure sin dalle scuole elementari questi ragazzi vengono sottoposti a dosi massicce di conoscenze storiche: il lavoro dello storico, gli strumenti dello storico, il metodo dello storico, le fonti dello storico... Gli scaffali delle librerie sono colmi di saggi piu' o meno specialistici, esistono canali satellitari esclusivamente dedicati alla storia, la storia, nonostante tutto, dilaga dagli schermi televisivi, per quanto frammentata, edulcorata, semplificata, banalizzata... Eppure ogni volta qualche quindicenne un po' piu' sfacciato di altri ( ma sotto sotto lo pensano quasi tutti) ti chiede: "Ma perche' devo studiare queste cose? ma che mi importa di quello che accaduto decenni, secoli, millenni fa? Io, casomai, vorrei comprendere il presente, vorrei che si parlasse dell'attualita', delle cose mi accadono, di quello che mi piace, della mia musica, dei miei film, dei miei giochi..." Ed e' una domanda talmente ingenua che risulta difficile, se non impossibile, rispondere in modo convincente. Poi, paradossalmente, ti rendi conto che la versione postmoderna dei film in costume anni '50 (genere "peplum" per intenderci) riesce ad ottenere un successo planetario (vedi "Il Gladiatore"), che improvvisamente i palinsesti televisivi si popolano di rievocazioni plastificate dell'impero romano, che furbi professori cavalcano la tigre e ottengono fama e quattrini con romanzi storici che fanno l'occhiolino a tutti i trucchi piu' ovvi della letteratura di consumo.

Quando ero piccola ricordo che amavo soprattutto la storia fatta di racconti e aneddoti: Coriolano e sua madre, Muzio Scevola che brucia la mano che ha mancato Porsenna, Attilio Regolo e la la sua botte piena di chiodi... Mi avevano comprato un' intera collana, "Le Immortali", dedicata a cento donne che avevano "fatto la storia" e di quelle vicende al limite del pettegolezzo (pseudo)storico mi saziavo beata: Lucrezia e il suo eroico suicidio, Agrippina e Nerone, e poi in tempi piu' recenti, Teodora, Teodolinda, Matilde, le innumerevoli amanti dei vari re di Francia (la piu' simpatica di tutte era per me Louise de la Vallière), Caterina de' Medici, Anna Bolena, Elisabetta la Grande, Santa Caterina, Santa Teresa d'Avila, Caterina di Russia, Maria Antonietta, Giuseppina Beauharnais, Anita Garibaldi, fino a Madre Cabrini, Mata Hari e Marie Curie. E poi tante storielline del genere le trovavo sul sussidiario o me le raccontava la maestra. Certo, ora mi rendo conto delle inesattezze e delle forzature: ma allora il fascino del racconto fu la prima chiave perche' pian piano, in me, maturassero il gusto, la passione, l'amore per la storia. Del resto Jacques LeGoff, nel libro-intervista Alla ricerca del Medioevo, racconta che il Medioevo gli entro' nel sangue, quando, ancora bambino, si accosto' ai romanzi di Walter Scott, in particolare a Ivanhoe, che, com'e' noto, non e' esattamente un capolavoro di correttezza storica.

Che cosa voglio dire? Che c'e' un tempo giusto per tutto. Oggi pretendiamo che i bambini apprendano sin dalle elementari il cosiddetto "metodo storico", li assilliamo con la ricerca e il controllo delle fonti, valutiamo per ogni "modulo" prerequisiti e risultati in itinere e finali in termini di conoscenze competenze capacita' (che bella filastrocca!), li costringiamo ad organizzare e gestire pesantissimi schedari stracolmi di fotocopie e appunti. Abbiamo cacciato il cosiddetto nozionismo (la famigerata datina) in nome del rispetto dei fondamenti della moderna storiografia: ma con quale risultato? Arrivano alle superiori, quando davvero l'intera questione dovrebbe assumere i connotati piu' giusti e, diciamo cosi', piu' scientifici e non ne possono piu'. Perche' nessuno si e' preso la briga di raccontare loro del cuore di Fidippide schiantato dopo la corsa per annunciare la vittoria di Maratona, o degli eroici Spartiati delle Termopili, o delle oche del Campidoglio. Nessuno si ricorda che la storia nasce, in primo luogo, come narrazione (che cos'era Erodoto, il padre della storia, se non un formidabile narratore?), come esercizio della fantasia, come vicende di uomini raccontate ad altri uomini. Che la storia deve essere una passione: passione che poi avra' tutto il tempo di trasformarsi in scienza, riflessione, ricerca, metodo.

E siccome i nostri tempi vanno a rovescio, com'e' noto, nel vuoto che ne risulta si impianta trionfalmente Hollywood con i suoi incredibili polpettoni in costume: che sono pure divertenti e forse innocui, a patto di non scambiarli per la verita'. Quel che non viene piu' dato ai ragazzini, o viene loro fornito, grottescamente deformato, dai cartoni animati di Disney Channel, viene distribuito massicciamente a un pubblico infantilizzato che prende per buono tutto purche' non sia noioso, non costi fatica e aiuti a distrarsi dal nostro oppressivo "eterno presente", privo di radici e profondita'.










postato da floria1405 | 18:49 | feed rss! | + - | commenti (2)


martedì, novembre 25, 2003

 
Guanto
Il ricordo è un guanto di lana spaiato. Puoi lasciarlo per anni sotto pile di maglioni, calze e mutande. Poi un giorno ti salta fra le mani e te lo infili: magari ti va a pennello. Magari invece è un po’ slabbrato, logoro. A volte invece si è ristretto e non è colpa di nessuno. Oppure scopri un buco proprio lì, all’interno, fra il pollice e l’indice. E’ allora che va buttato – ma non lo butti mai.


postato da gaiacapecchi | 16:12 | feed rss! | + - | commenti (2)


 
Odorito numero uno
L'odore dei frati
La collina delle croci, a Siauliai, LituaniaSe non fosse per il clima mistico religioso ci si farebbe piu attenzione.
Ma dopo il secondo giorno che si vive dentro l'eremo francescano di Siauliai si comincia a percepire una fragranza che impregna tutto, dal refettorio alle doccie (non comuni). Ma resta comunque una sottile sensazione, cui per molto ancora non si riuscira' a dare un'identita' olfattiva. Sembra anzi che l'imperativo categorico un odore e' totale si vanifichi in questa dimensione da saio temporale.
Eppure qualcosa di sottilmente penetrante in questo odore diffuso c'e'.
Poi si inizia un piccolo tour eno-gastro-olfattivo nelle fattorie dei contadini che vivono nella campagna attorno alla collina delle croci (Donute Cepuliene e Daumantai) e la sensazione che un morbo silenzioso e penetrante si stia impossessando delle nostre narici cresce. Cresce invadendoti il cervello. E' lo stesso odore, ovunque, in ogni luogo chiuso nei dintorni di questa Collina-Golgota. Finalmente la rivelazione, e altra parola non potrebbe essere piu' appropriata: sotto il letto di una coppia di anziani contadini (lui cirrico epatico, lei ex deportata in Siberia) scorgo con sorpresa una fila di barattoloni con cetrioli bozzoli sotto aceto.
La rivelazione mi tramortisce, l'odore ha un'anima, i preti sono, il loro odore e'. Ha, me!
Me lo portero' fino a Riga prima, e a Tallin all'alba del giorno dopo, e si meticcera' con altri odori di cui parlero' presto.
L'odorito lituano e' cetriolo misto pantofola.









postato da biandone | 10:32 | feed rss! | + - | commenti (4)


 

Quando è il momento di ricordare

Si parla dei ricordi quando è il momento di farlo, quando li interpelliamo come fossero supereroi: chiamati, loro giungono.
E non c'è mai un caso, non esiste l'involontarietà nei ricordi. E' tutto studiato fino al minimo dettaglio. Quando ricordi qualcosa è perchè hai pescato - consapevolmente o inconsapevolmente - con uno dei tuoi sensi, con un'associazione di pensiero, con un sogno, uno dei sassolini della sacca del passato.
Ieri in treno. Io e Antonellina parliamo di ricordi e me ne vengono in mente due. Come lampi. La memoria si squarcia e tutto sparisce, ne escono brillanti solamente due, perfetti, lucenti, identici nella loro diversità. Unici.
Non capisco perchè proprio loro, solo loro due, giusti e perfetti, assieme.

Settembre 1983. Un pavone in gabbia, nella notte.
Avevo 2 anni ed ero appena caduta dallo scivolo sbattendo la testa e rischiando di morire lì, per terra, davanti agli occhi di tutti. Ma mio padre mi aveva tempestivamente salvata. E quando ho riaperto gli occhi mi ha portata a vedere i pavoni nel recinto.
Io ricordo quello. Un pavone di notte. E la sensazione che lì in quella notte con i miei genitori accanto nulla mi sarebbe potuto succedere.

Settembre 2003. La sua pelle contro la mia, blackout.
Tutto cade nel buio. Ad un tratto i rumori spariscono e resta solamente il silenzio, non si sa perchè, è come essere caduti in un buco nero. Sento la sua voce, e la mia, e i corpi che si avvicinano, e la voglia di lui.
La stessa sensazione di 20 anni prima. Che lì in quella notte con lui accanto nulla mi saarebbe potuto succedere.














postato da proserpina | 03:53 | feed rss! | + - | commenti (4)


lunedì, novembre 24, 2003

 
Un uomo crudele.
passaportoE' che da una vita, a prescindere, sto pensando di scappare, prendere le bagattelle e infilarle in un bagaglio a mano, farmi prendere per mano e cercare un aereo che per un weekend mi porti via. Nella mia memoria ci sono luoghi e sul mio passaporto la reliquia più bella è il timbro di Narita. Mi farei rubare tutti gli eurocent che ho senza battere ciglio, tutto, anche la borsa, il cappotto, le mutande, basta che mi lascino il passaporto, solo per quel timbro. Prima di morire, come si suol dire, c'erano due luoghi che volevo visitare e che ho visto. Uno era Tokyo e l'altro era Parigi, il cimitero di Père Lachaise, per omaggiare la sfinge di Wilde. Entrambi sono stati viaggi simbolici, nel senso che nella mia vita e nella mia mente, a tutti i costi, almeno una volta avrei dovuto incontrare quel cielo e quelle spoglie che avevano accompagnato tutto il mio percorso di insonne adolescenziale. Corrispondenza di amorosi sensi, la chiamano alcuni. Il viaggio che immagino adesso è legato a un libro, che come tutti i libri che nella vita contano, ha una storia nella storia. Prima di essermi regalato mi era stato raccontato, per intero, con dovizia di particolari, e la stessa cosa era accaduta a chi me lo aveva regalato. Un giorno qualcuno lo prese da parte e iniziò a raccontargli una storia, gliela raccontò per più di due ore, un pomeriggio d'estate, con tutti i dettagli che hanno le storie fantastiche. Come a lui, anche a me per la schiena scorsero brividi. Nella prima pagina, dopo qualche riga c'è un uomo, Victor, che si ritrova a casa di una donna. Lei ha un figlio piccolo, che piange nell'altra stanza, la babysitter non è venuta, si scusa e lo mette a dormire mentre si avvia in cucina per preparare una cena per due. Filetto in salsa verde. Victor e Marta non si conoscono. Mentre lui la guarda cucinare si chiede quale sia il motivo che li abbia portati ad incontrarsi quella sera, quale istinto ali abbia spintia volersi incontrare a casa di lei, con il bambino presente, a cercare l'intimità di un primo incontro amoroso senza aspettare un momento migliore. Il bambino che piange lo mette a disagio e lo fa sentire l'uomo estraneo che vìola la compattezza di una casa in cui il padre è assente. Il marito di Marta è in viaggio per lavoro. Telefona, lei imbarazzata risponde nell'altra stanza allontanandosi sotto lo sguardo dell'uomo invitato. Ormai l'appuntamento clandestino è velato dal disagio. Victor e Marta vanno a letto. Lui guarda i vestiti del marito poggiati sulla sedia. Guarda le cose sparse per la stanza. Le slaccia il reggiseno, si abbracciano ma Marta ha un cedimento. Inizia a sudare, ad avere freddo, sta visibilmente male. Lo prega di non lasciarla e di stare accanto a lei. Victor vorrebbe chiamare qualcuno. Guarda i capelli di lei madidi di sudore attaccarsi alla nuca bagnata ma lei lo trattiene, vuole solo che qualcuno la tenga stretta accanto a se'. Victor la stringe e lo scrittore comincia a raschiare sulla carta le frasi che dal momento in cui le avrai lette rimarranno per sempre nella tua memoria. e cada la tua spada senza filo. Quello che accade è che Marta tra quelle braccia, senza parlare, nel vuoto stolido di alcuna parola, si raffredda e muore. Muore lasciando Victor nel letto che era suo e di suo marito ad abbracciarla, muore lasciando il bambino dormire nell'altra stanza, muore tra le braccia di uno sconosciuto, che nemmeno aveva avuto il tempo di amare, e cambia così per sempre il suo destino. Victor nella notte ha tra le braccia una donna che è appena morta. Pensa al bambino. Pensa al marito. Non vorrebbe lasciarla li, non può. L'indomani probabilmente sarebbe arrivato qualcuno ma fino all'indomani cosa sarebbe stato meglio fare? Comunicare al tempo stesso il decesso e il tradimento? Accanto al telefono c'è un foglio, su quel foglio un numero, compone il numero, poi attacca e fino a che le cose non andranno a posto da sole non dirà niente a nessuno. Non sono passate nemmeno venti pagine. Quando l'ho sentita raccontare ero in un bar e avevo un segreto. Un segreto che per me era orribile e che non avrei voluto raccontare. Avere un segreto ci fa bugiardi, basta a farci bugiardi il sapere di tacere. Ho pensato che se Marta avesse saputo di avere una malattia e l'avesse taciuta, anche nella buona fede di non sentirsi niente, nessun pericolo, avrebbe detto una imperdonabile bugia. Ma nel libro questo non si sa, nel libro l'unico che sa di tacere è Victor. Egli si insinua in quella quella vita che non c'è più, che era di Marta, e come un ragno tesse la tela per attendere e tornire il momento in cui parlare. E basta questo per renderlo, da apparente comparsa agli occhi delle persone che incontra, il protagonista accentratore della verità: l'unica cosa che la gente vuole sapere, anche quando questa ormai non conta più. Nell'inseguire il momento giusto Victor ripercorre tutta la sua esistenza, su di lui pende lo spettro del ricordo, lo spettro di Marta morta, lo spettro delle parole che scambia con la sorella di Marta fingendo di non saper niente, lo spettro che dalle labbra del bambino si leva come un vagito a dire che lui sa. Tutte le verità nascoste dalla nera schiena del nero tempo, tutto quello che la vita ci sottrae e di cui è impossibile valutare la perdita. In quella oscurità il suo sangue vivo si mescola a un altro che vivo non è più, e dopo avere assorbito tutto, compreso Victor stesso, il ricordo si lascia scoprire, esce dalle sue labbra e lascia alla vita il permesso di fluire. Come se nulla fosse.
Questa è la storia che mi ricordo, la storia del libro che prima di leggerlo mi hanno raccontato e la storia che prima che mi raccontassero avevano raccontato. Mi piacerebbe, per una volta, poter guardare, anche da lontano lo scrittore, porgergli il mio prezioso Einaudi tra le mani e vedermelo firmare. Un genio, e al tempo stesso un uomo crudele: Javier Marìas, "Domani nella battaglia pensa a me".



postato da Ossignore | 23:31 | feed rss! | + - | commenti (5)


 
Sbarellamento zen
Memoria insufficente al Von Krahli Baar, Tallin, Estonia.

Scena uno - Acquisizione dati tipo elicottero di Matrix. Ma, memory card insufficente. Dati eccedenti. Stato euforico. Il giallo domina: esperienza sensoriale non in archivio.
Scena due - Troppo Matrix. Sbarellamento zen. Modalita' non piu' operativa: stato bonzo eunuco catatonico. Resettamento cervello: ctrl-alt-canc. Riavvio sistema, trovare driver di periferiche funzionanti.
Scena tre - Nirvana percettivo. Consapevolezza retroattiva: distanza generazionale incolmabile. Sbroccamento definitivo. Fusione hard disk. Sbriciolamento ormonale e assorbimento alcoolico testosteronico.
Finale - Ripristino sistema, con qualche difficolta'.







postato da g.o.l. | 17:18 | feed rss! | + - | commenti (6)


domenica, novembre 23, 2003

 
La casa dei doganieri

La memoria: argomento privilegiato della poesia, eh, certo, che discorsi. Se poi il poeta è Eugenio Montale e la donna ispiratrice è quella Annetta-Arletta che nelle giovani estati di Monterosso ardiva farsi fotografare sorridente insieme a un cane, beh, insomma, finisce che la poesia si fa capolavoro e tu rimani a bocca aperta a rileggerla, ogni volta; ogni volta come la prima, agghiacciata da quell’abisso di dimenticanza di cui lei si è avvolta e frastornata invece dalla matassa di ricordi di cui lui si ostina a tenere un capo.
In realtà il signor Eugenio sembra non fosse quel gran che di uomo: nel senso che non doveva avere due palle così, se si lasciò sfuggire le donne che (forse) amava davvero per tenersi accanto quella Mosca – e mi scuserà se lo rivelo, lei, nonostante la trovi molto simpatica – del reiterato "blackmail" amoroso. Però questo non conta ai fini del mio innamoramento stolido e rapito per lui. Ché io lo amo, sì, e se lo avessi adesso qui avrei fatto certo la fine di quella Clizia ripartita per l’America sul piroscafo, via lontano, sola, nonostante lui – vigliacco – scrivesse all’amico Bobi: "Che altra via d’uscita ho, tra il colpo di rivoltella e il…piroscafo?". E poi lui invece – e rivigliacco - il piroscafo non lo prese mai; ma nemmeno si sparò.
Comunque. Amava ricordare, l’Amore Grande e Infinito Nostro. E provava dolore, nel farlo; ché la memoria non consola – lo si sappia e lo si tenga bene a mente – se non è condivisa. Così lui ricorda, ma lei no. Lui rivede la casa dove avevano passato una sera – ma lei no. Anzi, lei è così persa in altro tempo e in altri giorni che la casa sulla scogliera diventa, per lui, solo la casa della "mia" sera. Il "nostra" non esiste più. Lei non ricorda non ricorda non ricorda. Non ricorda per tre volte; e lui glielo dice, insiste, incide, forse è accusa, ma forse no, ché tanto la memoria e il tempo, si sa, sono così, banderuole che girano e chi le ferma più. Intanto il mare ripullula, lui è lì fermo a guardarlo, lei non c’è, e non si sa nemmeno più chi dei due è davvero rimasto – e chi invece è partito.
Lo scacco memoriale non può essere più tremendo – né poesia d’amore più straziante.

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entró lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostó irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non é più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietá.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell' oscuritá.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco é qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende ...).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

(E. Montale, La casa dei doganieri, in Le occasioni, IV)




































postato da gaiacapecchi | 23:48 | feed rss! | + - | commenti (2)


sabato, novembre 22, 2003

 
Il lamento della professoressa
Maledetti professori, specialmente quelli di lettere. Si portano sempre sulle spalle il loro fardello di letture scolastiche, di lezioncine maldigerite, di chiacchiere letterarie che nessuno ha piu' tempo di ascoltare. In molti di loro dorme il germe dello scrittore incompreso, dell'intellettuale fallito, del critico arguto, dell'accademico di successo, di quello che "avrebbe voluto, ma non ha potuto", perche' ingannato dalle mille trappole della vita. Ancora imberbi studentelli, avevano immaginato diverso il loro destino: in compagnia dei grandi autori, loro stessi trasformati in entusiasti predicatori della cultura, pronti a sacrificare sonno ed energie alla causa dell'umanesimo... E invece si ritrovano quotidianamente a fare i conti con pratiche burocratiche di misera levatura, con alunni riottosi e distratti, con famiglie polemiche e poco sensibili. La loro si arte si immiserisce e immalinconisce durante i tristi pomeriggi trascorsi a correggere compiti sgrammaticati da cui emerge il riflesso grottescamente deformato di quelle che loro avevano ritenuto lezioni brillanti e significative e che nelle parole smozzicate degli alunni sembrano regredire al rango di squallide banalita' senza costrutto. Ahime', sono una di loro, sono come loro. E ora che mi si chiede di discettare blogghisticamente sul tema della memoria, non trovo niente di meglio se non recuperare dalle pagine di qualche consunta antologia le parole di uno degli autori con cui normalmente assillo i miei poveri involontari discepoli: Italo Svevo Che dire di piu'? Lui non lo immaginava, ma quasi ottant'anni fa gli e' capitato di essere inconsapevole profeta dei blog. Dedico le sue parole a chi, come noi, rimane quotidianamente invischiato nelle trappole della memoria e della scrittura, negli oscuri labirinti della vita letteraturizzata.

4 aprile 1928. Con questa data comincia per me un' era novella. Di questi giorni scopersi nella mia vita qualche cosa di importante, anzi la sola cosa importante che mi sia avvenuta. La descrizione da me fatta di una sua parte. Certe descrizioni accatastate messe in disparte per un medico che le prescrisse. La leggo e rileggo e m'e' facile di completarla di mettere tutte le cose al posto dove appartenevano e che la mia imperizia non seppe trovare. Come e' viva quella vita e come e' definitivamente morta la parte che non raccontai. Vado a cercarla talvolta con ansia sentendomi monco ma non si ritrova. E so anche che quella parte che raccontai non ne e' la piu' importante. Si fece la piu' importante perche' la fissai. E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L'unica parte importante della vita e' il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch' io ho tutti scriveranno. La vita sara' letteratirizzata. Meta' dell'umanita' sara' dedicata a leggere e studiare quello che l'altra meta' avra' annotato. E il raccoglimento occupera' il massimo tempo che cosi' sara' sottratto all'orrida vita vera. E se una parte dell' umanita' si ribellera' e rifiutera' di leggere le elucubrazioni dell'altra, tanto meglio. Ognuno leggera' se stesso. E la propria vita risultera' piu' chiara o piu' oscura ma si ripetera' si correggera' si cristallizzera'. Almeno non restera' qual e' priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s' accumulano uno eguale all' altro a formare gli anni, i decenni, la vita tanto vuota, capace soltanto di figurare quale un numero di una tabella statistica del movimento demografico. Io voglio scrivere ancora. In queste carte mettero' tutto me stesso la mia vicenda.
(Italo Svevo, Il vegliardo, ed. critica di B. Maier, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1987, pp.79-80)





postato da floria1405 | 16:19 | feed rss! | + - | commenti (4)


venerdì, novembre 21, 2003

 
Due

Ti ricordi,
ti ricordi? Io sì, ma
tu, tu? Tu eri
lì e io
no. Tu cercavi
di
e io no.
Ti ricordi? Quand’eravamo troppo lontani
da
troppo vicini
a
e invece no,
tutto cadde
e si sfranse
e si sparse per
terra con colpi
corti secchi spacchi
di carne
immemore.

Non ricordarsi quando
si deve
ma
ricordarsi (solo)
dopo:
peccato di risma mortale
imperdonabile
ai più ma a questi
due?































postato da gaiacapecchi | 20:06 | feed rss! | + - | commenti


 
dhcmrlchtdj ovvero degli esagoni, ovvero dei cassetti, ovvero della carta, ovvero del telefono, ovvero dei disegni, ovvero dell'amore, ovvero dell'hard-disk.
Nel mio hardisk...Ci sono due estremi e in mezzo agli estremi le infinità di variazioni in termine, si insegna. Le più disparate, le più necessarie, assolutamente infinitesimali. E se a sinistra, dunque, stanno quelli che non conservano niente, fanno piazza pulita di tutti i fogli della scrivania, non hanno nemmeno da parte il biglietto di un concerto e cancellano qualsiasi e-mail tanto dalla posta ricevuta che da quella in arrivo che da quella quella inviata e hanno l'hard-disk vuoto come ogni perfetto criminale, la destra è piena di quelli che sotto il letto accumulano scatole di scarpe, con dentro le scarpe di cinque anni prima, che hanno gli scontrini volatili nel portafogli e nelle pagine dei libri che hanno comprato, e il biglietto del primo treno preso in vita loro. I cassetti strabordano di fotografie e il computer all'avvio grida di dolore per dover caricare le decine e decine di icone di collegamento alle varie cartelle che archiviano i dati. La posta eliminata è piena dello spamming ricevuto dal primo giorno in cui il fischio del modem a 56k ha lanciato il nulla osta allo scambio concordato di byte tra uomo e bot, e non sarà svuotata mai. Conosco storie leggendarie di donne anziane che, nella compulsività del "tutto può servire" e con lo sgomento dei parenti andati ad aiutare a traslocare, per anni e anni hanno accumulato in ripostiglio le coppette di cartone e di plastica dei gelati confezionati e a parte i relativi cucchiaini di plastica, quasi come a non voler scompagnare il servizio. Alcuni uniscono all'accumulo l'ordine, altri il completo disordine. Mio padre catalogava le cartoline dalla sua collezione per provenienza, per data, per parenti/amici/conoscenti/sconosciuti e quelle che inviava a se stesso dai luoghi in cui andava. Mia madre conserva in un cofanetto che fu di sua nonna un pacchetto di sigarette dorato al cui interno in una bustina ci sono le prime due cicche che fumarono al primo appuntamento e l'anello che mio padre le fece con la stagnola delle sigarette per suggellare il loro incontro. Ogni volta che quando ero piccola aprivamo l'armadio io ero contenta perchè prendeva il cofanetto, ci sedevamo sul letto e mi facevo raccontare la storia di mio padre emozionato che la guardava e le regalava quell'anello. Questa cosa mi ha sempre fatto credere che ognuno a modo suo ha le sue reliquie, le vestigia fisiche di un ricordo. Può essere da un lato il souvenir in ceramica di un viaggio, per chi tiene segno dell'emozione che da lo spostamento in altro luogo, così come lo è una fotografia, così come lo è la data impressa su uno scontrino di un clandestino dopopranzo con caffè, o, per chi ha la costanza di tenerlo, un diario privato. La maggior parte del tempo passato se ne va via dai ricordi, diventa il tessuto connettivo tra un evento e l'altro e molte volte il tentativo di ricostruire come è andato che quel giorno in cui, il famigerato giorno in cui, ci siamo vestiti, ci siamo alzati, abbiamo avuto un'idea e qualcosa è cominciato, entra nella leggenda che addolcisce lo sguardo di ogni persona e si perde nei confini della favola. Mi ricordo tante cose della mia vita, ma la cosa più difficile è afferrare il momento esatto in cui mi sono innamorata. Mi ricordo sguardi, nella mia mente appaiono a ritroso tutte le immagini di tanti istanti. Da quando avevo cinque anni e guardavo in chiesa il ragazzo con i capelli lunghi e i baffi che suonava la chitarra del coro, e mi piaceva. Quando uno si innamora, in genere ricorda l'istante in cui da un pensiero all'altro, da uno sguardo all'altro, è passata la stessa idea e lo stesso calore. Su quella frazione di secondo poi la mente arriva e ci romanza, ci disegna sopra il senno di poi, il lo sapevo, il non volevo, il sei stato prima tu, il tu non sai quanto eri bello, quanto eri dolce, quanto immediatamente con tutto il cuore, in quel momento, io ti ho perdutamente amato. Mi sono innamorata di te senza averti visto prima, e questo rende ancora più ineffabile il mio ricordo. Mi sono innamorata di te mentre ascoltavo la tua voce, e questo me lo ricordo. Mi sono innamorata di te mentre per telefono ti ascoltavo parlare, la notte si faceva giorno, io stavo distesa sulla moquette con le dispense di un esame e una penna in mano, e disegnavo. Mi sono innamorata di te mentre ti ascoltavo parlare e ribattere a tutte le mie parole che cercavano il distacco e volevano un contatto. Mi sono innamorata di te con gli occhi increduli una notte in cui mi sembrava di scorrere sul tetto di un treno, sguardo epico e presa tattile leggendaria come tutti i personaggi immaginari. Ragliavano i binari ai miei piedi e io mi sentivo forte, invincibile e immortale.Mantenere l'equilibrio era al costo della vita. Mi sono innamorata di te mentre mi sfidavo a non ricordare il tuo nome e a non voler ammettere una persona che non avevo mai guardato in faccia nella mia esistenza. C'era una voce che mi graffiava piano mentre intorno il mondo era in corsa, che diventava emozionata e roca e che mi diceva che sbagliavo. Nel mio cuore c'è un istante in cui dalla mia stanza col telefono e i miei fogli in mano e la mia penna mi sono spostata in bagno, per non svegliare nessuno e non far rumore, e tu mi hai detto una cosa, e io ho guardato la valvola del termosifone. Guardavo il termosifone ed ero senza fiato. Mi sono innamorata di te in quel momento, su quale frase non te l'ho mai detto, ma finiva dicendomi: "...Hai capito?". Avevo capito. Da quel momento in poi ci sono state altre telefonate, altre mattine azzurrite dalla notte, poi io ho passato l'esame. La sera stessa, tornando, davanti alla porta di casa, mi sono slogata la solita caviglia. Mi sono fasciata. Al posto dell'osso c'era il gonfiore di una pesca di carne. Ti ho detto che probabilmente l'indomani alla stazione avrei saltellato e che sarei venuta senza tacchi, tu mi hai detto: "Oddio...". Quello che è accaduto dopo non è più un mio ricordo, non è un ricordo solo mio, non è ancora tempo di chiamarlo ricordo, l'ho ricordato tante volte e tante volte te l'ho raccontato che non me lo ricordo, è qualcosa che abbiamo visto insieme, e un ricordo condiviso è qualcosa di più che un semplice ricordo. Attaccato il telefono presi il mio foglio disegnato, lo poggiai sullo scanner e poi te lo mandai via e-mail. Me lo avevi chiesto tu. Quell'istante è nel mio hardisk, nella mia posta inviata, nel mio cuore, e adesso è qui.


postato da Ossignore | 16:26 | feed rss! | + - | commenti (5)


 
Minchi lettoni
Quasi non lo riconosco piu', per quanto e' diventato bello, sto pupattolo di blogghe. Una cura intensiva di bellezza e di intelligenza. Di certo fara' i capricci al nostro ritorno, abituato come sara' a tutte questi pranzetti meravigliosi, e una volta che si rendera' conto che gli tocchera' sorbirsi di nuovo il nostro solito orrido pappone. Grazie di cuore, davvero. 
Piove, piano e fitto, che dopo un po' smetti di accorgertene, anche se tutto s'inzuppa. Pare che da queste parti sia cosi' per la maggior parte dell'anno. Riga, Lettonia, stazione degli autobus, in attesa di proseguire per Tallin, Estonia. Sono tutti pieni, cosa che ci costringerebbe a fermarci un giorno qui. A meno, pare, di non sgomitare all'arrivo di una corsa proveniente dalla Germania, che non si sa quando arrivera' (il range e' spaventoso: dalle 3 alle 6). Li' ho suggerito ad Enrico di utilizzare la tecnica '64-a-roma-nell'ora-di-punta' , piazzandosi a ragno davanti alle porte scorrevoli. Temo i competitor lettoni pero', che proprio pesi leggeri non sono. Intanto, il mio obiettivo intermedio e' convincere Enrico a mangiare un minchio lettone che si vende per strada come il lampredotto e che pare del tuto simile al bombolone estivo da spiaggia, ma, se possibile, piu' unto. Cosa ci sia all'interno e' un mistero che speriamo di scoprire, possibilmente senza soccombere nell'ardita prova.



postato da antoniosofi | 13:52 | feed rss! | + - | commenti (5)


giovedì, novembre 20, 2003

 
Cinque sensi, un ricordo.
Alla scrittrice non interessava altro che scrivere. E quello che la gente intorno le diceva, scivolava sui suoi sensi come pioggia sui vetri della mansarda.
Viveva lì ormai da tempo, e quando pioveva passava ore stesa sul letto a guardare le goccioline infrangersi sulle finestre.
Non riusciva a pensare ad altro che alle goccioline di sudore che notava sempre sul corpo di lui quando finivano l'amore. L'odore intenso e quel sapore salato le restavano attorno per ore, anche quando lui era ormai andato via.
Un ricordo fitto e denso che le sembrava indelebile.

Con la stessa eccitazione guardava ora la pioggia scivolare sui vetri mentre le dita ticchettavano sulla pancia.
Era soprattutto in quei momenti che nascevano i suoi romanzi migliori. Si lasciava andare ai pensieri ripercorrendo i tempi della memoria e le parole le scorrevano dentro frullandosi in un mix gustoso. La storia si diluiva come latte nelle parole fruttose, e ne produceva, battendo forsennatamente sulla tastiera, l'ennesimo racconto, l'ennesimo romanzo, tomba immortale di qualcosa che è stato.

Quel pomeriggio pioveva. E da lì a poche ore lui sarebbe arrivato.
La scrittrice, stesa sul letto, ticchettava con le dita sulla sua pancia, al ritmio della pioggia.
E con la mente romanzava la sua prossima notte d'amore.

In soccorso dei ricordi giunge sempre uno dei cinque sensi: a provocarne il sesto.














postato da proserpina | 01:28 | feed rss! | + - | commenti (1)


mercoledì, novembre 19, 2003

 
Il mistero della Cozza
Barlumi di memoria semi-arteriosclerotica.

Fin dai primi zampettamenti tra i piedi di mio padre e delle ciarliere creature che ascoltavano jazz a tutto volume nel salotto dei miei, gli assenti del momento sembravano non avere un nome ma solo soprannomi. Il mio gioco preferito era dare un volto agli esseri Tolkieniani che nascevano nelle sere in cui riuscivo a mimetizzarmi come un geco sulla tappezzeria, per ascoltarne le gesta sempre più fantastiche e altrettanto dileggiate.
Il codice segreto di riconoscimento diventava via via meno segreto e di regola, al quinto giorno di propaganda, all'entrata in scena del 'topo nell'olio' e del 'topo in piedi', scattava la standing ovation.
Con i ratti ebbi fortuna anch'io. Facile. Uno aveva il cranio catarifrangente e l'altro si guardava in giro col gomito piegato e la manina mollemente appesa all'altezza del petto. Applaudii all'unisono con i presenti, si accorsero di me, mi rispedirono subito a letto. Fu la prima volta che fantozzianamente mi feci la spia da sola.
Lo staff autoriale, formato in genere da mio padre e dal fraterno amico Vincenzo Talarico, padrino di tutti i miei sacramenti e promotore di molte delle mie proroghe post Carosello, non godeva di alcuna immunità. A cominciare da papà, ribattezzato 'il Maialetto' per la stazza e il robusto appetito alimentare e 'verbale', per finire a mia madre, universalmente conosciuta come 'le Stimmate' per la sua leggerissima tendenza all'ipocondria. Ma il più nominato era un enigma imperscrutabile, nome in codice 'la cozza'.
Se ne parlava molto in casa mia....'Ho incontrato la cozza e mi ha detto che il film è saltato'...', '...chi l'ha detto, Vincè? la cozza? Allora non ci credo manco morto'....E via così.
Ma siccome i mitili non hanno sesso, il gioco si faceva più duro a ogni mia truffaldina presenza nel loggione della lavanderia a conduzione familiare a due tramezzi dalla mia zona di coprifuoco. La cozza poteva essere chiunque, dalla signora un po' 'fanée' perennemente attaccata alla parete che pescava vegetali da ogni piatto di passaggio, a quello che bisognava scollare ogni volta dal divano a fine serata, fatto sta che quando avvistavo una papabile cozza, inevitabilmente sulla mia testa di seienne echeggiava un '...me l'ha detto la cozza', segno che il mitile non era nei paraggi, che sempre mi sconfortava.
Dopo averci riflettuto a lungo, distratta dal momentaneo interesse per l'astuccio a due scomparti, decisi a malincuore di abbandonare le indagini per dedicarmi alle rifiniture multicolori del libro di lettura di prima elementare. Poi una sera, a cena coi miei nella trattoria di Via dell'Oca, affollata succursale del lavatoio, si fece avanti un signore tutto nero. Barba nera, pelle olivastra, impermeabile nero, capelli scurissimi...
I simpatico signore salutò il Maialetto, le Stimmate e Vincenzo, si sedette, si informò su Volpi, Ratti e Oltraggi al Sudore mentre io 'capivo', e folgorata dalla rivelazione non riuscivo a smettere di fissarlo. Perché quell'uomo non aveva bisogno né di un nome né tantomeno di documenti. E perché da quel momento, ovunque nel mondo, le cozze avevano un volto.

P.S. Plagiando spudoratamente Antonio aggiungo agli svirgolamenti una parte udibile in diretta da Winamp: "By this River" da 'Before and after Science' di Brian Eno.
P.P.S. Cliccando qui si può leggere un articolo di
'zio Vincenzo' molto bello e 'in tema'.
P.P.P.S. Antò, ti sei ricordato la valigia piena di collant-s? ;) Un bacione. Antonella
















postato da ladystardust | 19:23 | feed rss! | + - | commenti (2)


 
Falsi ricordi
Mi guardava con occhi ansiosi e quando mi ha acceso la sigaretta ho visto che la mano gli tremava. Non capivo perche' mi era venuto a cercare, cosa volesse da me. Era poco piu' di un conoscente, una persona la cui vita aveva incrociato la mia, quasi per caso e per poco tempo, tanti anni fa. Pochi frammenti sbrindellati di ricordi gli erano stati sufficienti a costruire una storia fantastica: dunque, mi aveva incontrato dopo parecchio tempo; avevamo parlato, avevamo deciso di scrivere un libro insieme, e l'abbiamo fatto, ce l'hanno pure pubblicato. Lui ricorda incontri, conversazioni, progetti di lavoro, pagine scritte a quattro mani, discussioni, musiche di sottofondo, risate, scherzi, una confidenza e un' amicizia sincere, piani ambiziosi, sogni, riconoscimenti....E' venuto da me a chiedermi se quello che ricordava era vero, se lo rammentavo anch' io. L'ho guardato, mi sono sforzata di non distogliere lo sguardo, ho tentato di rimanere impassibile. "No, niente di tutto questo e' vero". Ho continuato a parlare, ho ricostruito la cronologia della nostra conoscenza (quante volte ci siamo visti negli ultimi mesi e per quale motivo... ), con delicatezza gli ho consigliato di rivolgersi a uno specialista. Mi sentivo una perfetta imbecille. Fra me e lui la linea, talvolta sottilissima ma sempre invalicabile, che separa la normalita' dalla patologia. Cercavo di essere razionale e disinvolta ma mi rendevo conto che non mi credeva. Mi fissava, chiaramente diffidente. Non mi parlava piu': ripeteva semplicemente le mie parole, quasi sforzandosi, ma senza successo, di darmi ragione. Lui aveva la sua verita', i suoi ricordi, la sua memoria e io me ne stavo li', tranquilla, tentando di fargli capire che tutto quello che rammentava era soltanto spazzatura paranoide. Naturalmente mi sono spaventata, con una scusa l'ho congedato, ho cominciato a pensare cosa fare se per caso tentera' nuovamente di contattarmi. Falsi ricordi. Lui che ripeteva: "Ma allora io chi sono?" La mia espressione falsamente rassicurante. La penosa sensazione di essere rimasta impigliata nella tela di ragno della follia altrui, immaginaria protagonista di un delirio incontrollato, ridotta al rango di personaggio di cartapesta, buono soltanto a puntellare gli inganni della memoria.


postato da floria1405 | 16:06 | feed rss! | + - | commenti (7)


 
La memoria dei bambini

I bambini. Ci avete mai pensato ai bambini, a cosa frulla nelle loro teste? Ma loro, sul serio, ce l’hanno dei ricordi? Hanno nostalgie, memorie, ripensamenti, laghi della rimembranza in cui sprofondarsi e da cui risalire? Quando noi ricordiamo, ricordiamo a volte di essere stati loro. E a loro dunque che resta, da ricordare? Avanza qualcosa? Loro scrivono così.

Com’è la memoria?
Bella, strana, fantastica, straordinaria, sorprendente, utile, commovente, immensa, affascinante, divertente, importante, dispettosa, contorta, curiosa, piena, misteriosa, gioiosa, brutta, accogliente, il più delle volte maligna, divertente, come una biblioteca, spiacevole, strana, grande, emozionante, triste, allegra, irritabile, orrida, contenta, scherzosa, calma, silenziosa, vecchia, infantile, come un libro, odiosa, incontrastabile, ricca, piacevole, interessante, calda, faticosa, piovosa, inutile, significativa, noiosa, corta, affettuosa, paurosa, intrigante, lunga.

Qual è il ricordo più bello che hai? Quando ho avuto la mia prima bicicletta. Quando io ero alla materna e giocavo con le mie amiche e quando era ora di tornare a casa mia madre veniva e con uno strano suono della bocca mi richiamava ed io correvo sempre incontro a lei e l’abbracciavo. Quando sono andato a Gardaland e quando ho preso ottimo in religione alle elementari. Quando costruii una capanna con i miei amici mentre pioveva e poi dopo averla finita ci siamo andati dentro. Quando i miei genitori si sono rimessi insieme. Quando ho iniziato a giocare a basket. Quando è nato mio fratello. Quando mio padre mi ha regalato il mio cane. Quando sono andato a fare la settimana bianca in Val d’Aosta.

Qual è il ricordo più brutto? Mentre mia mamma stava stirando appoggiai la mano sotto il ferro da stiro e mi bruciai infatti ho il segno ancora adesso. Il matrimonio di mio fratello. Quando stavo male che mi era venuto l’Erpess in bocca. Quando i miei genitori si sono separati. Quando mi hanno dato otto punti al ginocchio. Quando al mare stavo per affondare perché non sapevo nuotare. Quando è morto il mio cane. Quando delle rane sono venute a casa mia e mi sono saltate addosso. Quando sono andato con il piede in mezzo a una ruota di una bici in movimento. Che per andare in Val d’Aosta ci abbiamo messo cinque ore (traffico compreso). [Più altri due ricordi che ho promesso di non dire a nessuno]

Qual è il ricordo più lontano? Quando mia mamma mi lavava i denti. Quando sono andata per la prima volta sulla macchina a pedali di mio cugino. Quando avevo tre anni e ho portato la fede ai miei zii. Quando avevo quattro anni chiesi un pezzo di pane a mia nonna, gli diedi un morso e poiché era molto duro mi caddero contemporaneamente i primi due dentini. Quando mia mamma mi lavava a due anni dentro una vasca. Quando ero alla materna e sono caduta dentro al fosso. Quando sono caduto da piccolo giù dallo scivolo e sono rimasto con il collo piegato e sono andato all’ospedale e mi hanno curato. Il mio primo giorno alle elementari, sul momento credevo che la scuola era la cosa più bella ma in realtà non è proprio così. Quando sono andato all’asilo la prima volta e piangevo poi mi ricordo che un bambino ha detto "Ora chiamo Godzilla". Quando ho imparato a camminare. Quando sono caduto dallo scivolo che mi sono slogato la clavicola. Quando ero nell’orto insieme a mia nonna e raccoglievo i fagiolini. Quando avevo tre, quattro anni c’era il cestino delle caramelle sopra una mensola, stavo per cadere perché sul mobile c’era la cera e mi sono aggrappato al televisore e l’ho rotto.

Che colore ha la memoria? Verde. Nero. Viola e bianco. Blu. Rosa. Rosso, bianco e verde. Giallo. Blu. Rosso. Blu come il mare Ionio. Giallo. Arancione, blu, giallo, verde. Bianco. Viola. Nero. Azzurro. Rosso. Blu oltremare. Rosso. Verde e giallo. Grigio. Verde.

Vedete, non si cambia poi di molto: ché continuiamo a ricordare le cadute per tutta la vita.















postato da gaiacapecchi | 09:09 | feed rss! | + - | commenti (8)


 
Scrivo, quindi ricordo.

Quando hai un blog di quasi tre anni ti rendi conto del bene che può fare.
Ripercorro a ritroso le ore, i giorni, i mesi, gli anni e scopro sensazioni che ho provato e che senza il supporto delle parole non saprei ricordare.
Mi rivedo scrivere parole d'addio, raccontare paure, soddisfazioni, esami, disperazioni, amori. Leggo nelle mie parole i cambiamenti della mia età, del mio modo di vedere le cose. E mi sorprendo, mi ritrovo, ricordo ad un tratto e mi emoziono, mi accorgo di come certe cose che sembravano indimenticabili sono sfumate e devo pescare a fondo - aggrappandomi qua e là - per riportarle alla luce.

Quando ripercorriamo il passato senza supporto, affidandoci solamente alla nostra memoria tendiamo sempre a smussare certi angoli: generosi con noi stessi plasmiamo il ricordo adattandolo al nostro stato d'animo, senza che nessuno possa bacchettarci e dire che non è così.
Con la parola scritta abbiamo invece fatto una promessa (che un giorno ci sarà perdonata, forse): quel che è scritto resta, non può mutare, e ci costringe - anche nel ricordo personale - a non cambiare l'ordine delle cose.
Non potrò mai convincermi di non aver sofferto per una persona, o di non esser stata in un determinato posto: le parole messe lì a futura memoria, appunto, mi dimostrano il contrario.
In altri casi, come già detto, l'aver scritto di una determinata situazione o persona puntella il ricordo nella mia vita, con l'impossibilità di farlo sfuggire: ci sono le prove (scritte e mnemoniche da parte di terzi).

Quello che mi chiedo però è come si scelgono i ricordi da scrivere e quelli da custodire in segreto.
Secondo quale criterio si parla di una giornata, di un luogo o di una persona, escludendo invece altre.
Nei miei ultimi tre anni tante cose mi sono successe. Eppure di alcuni episodi, di alcune persone se ne è persa traccia e chi (coraggioso) mi segue quotidianamente non li conoscerà mai.

E' vero, quindi. Con il passare del tempo, la decisione di non scrivere può causare la perdita.
Non ricordo io, e non ho tracce da seguire (non immediate, perchè - ma di questo parlerò domani - potrebbe venirmi incontro per caso un profumo, un sapore, una sensazione tattile, una musica, facendo incredibilmente scattare la scintilla della ricorstruzione dei fatti. Dove alberga il ricordo?).

Mi domando.
Esiste un criterio secondo il quale decidiamo di voler ricordare o meno certe cose (anche attraverso l'uso della scrittura)?
E quindi, bloggers, ditemi: come si sceglie un ricordo?





















postato da proserpina | 00:26 | feed rss! | + - | commenti (7)


 
Il ricordo e il suo doppio.
clicca sull'immagine per vedere la versione più grandeI ricordi fanno di noi un essere doppio, prendono per mano la nostra immagine, la nostra faccia, il nostro modo di camminare, indossano nostri vestiti, lo sguardo, i gesti, la voce, la capigliatura e si sovrappongono ai nostri tratti come una olografia. Siamo quello che sembriamo e al tempo stesso ci riconosciamo attraverso quello che ricordiamo di essere. I ricordi sono la didascalia delle curve del tempo che ci è passato sul volto, l'estensione semantica delle rughe agli angoli della bocca, la storia dei nostri racconti di ciò che è stata ed è la nostra vita. Nelle parole con cui vorremmo il mondo ci guardasse dentro, in quelle immagini che se raccolte insieme riempiono poco più di un album di fotografie, c'è tutto quello che abbiamo fatto, mangiato, creduto, vissuto, amato mentre il resto del mondo ci guardava fare, mangiare, credere, vivere, amare. Attraverso i ricordi abbiamo un nome e un'essenza perchè i ricordi sono lo specchio che riflette la nostra versione dei fatti. Il feticismo di avere l'ultima parola su quello che ci ha riservato la signora Vita.


postato da Ossignore | 00:07 | feed rss! | + - | commenti (1)


lunedì, novembre 17, 2003

 
Una innaffiata ai gerani del blog.
La coppia di webgol (Antonio ed Enrico) se ne parte per una settimana dalle parti dei paesi Baltici a raccontare storie radiofoniche (il secondo dei due), far brutte foto e scovare parole (il primo dei due), evitare predoni cosacchi, orsi polari, pazzi vari (entrambi - e questo sarà, per esperienza, la cosa più complicata).
Potevamo ben lasciare webgol deserto, spazzato dai freddi venti del web, per poco più di una settimana: di certo non ci sarebbero stati bonzi disperati, in astinenza dalle nostre scemate, darsi pubblicamente fuoco alla festa di gnueconomy.
E invece m’è venuta una idea, di cui mi prendo la responsabilità - e l'immenso piacere.
Lascio la casetta di webgol a delle splendide blogger che, in questi mesi, hanno seguito webgol con fin troppo gentile attenzione, e che non riuscirò mai a ringraziare abbastanza.
Webgol sarà in mani mille volte migliori delle nostre. Da oggi fino al nostro ritorno Antonella, Carnefresca, Gaia, Lorenza e Manila sono coautrici e, ogni tanto, se avranno voglia, e tempo, verranno qui a innaffiare i gerani (e la memoria).
Ho sempre pensato che, quella di innaffiare i gerani di qualcuno che è via, fosse una delle più belle immagini della amicizia: un pensiero che si invera e si fa azione, e cura.







postato da antoniosofi | 23:16 | feed rss! | + - | commenti (4)


 
Caveblog: a futura memoria o ad eterno scorno.
Caveblog.netTutto nasce dai commenti a questo post di Nicola Giallodivino. Il quale, tempo prima, aveva scritto di una cosa incomprensibile che, con uno spunto che avrebbe fatto inorriddire anche il più scalcinato tra i copywriter, aveva nomato il librone del blogico pubblico . Quale librone? Beh, ovvio, quello del blogico pubblico. Quello dove sono conservati tutti gli articoli sui blog. Scritti da gente che lancia l'allarme sul baco del millennio, le olimpiadi degli hacker, i gatti bonsai, le cinture di sicurezza sulle magliette e via così. Sono una cerchia di colleghi che sparano alcune cazzate - scusate, ma quanno ce-vò-ce-vò - e ne scrivono altrettante adesso sui blog. Perchè fanno notizia.
Sta di fatto che era da poco uscito su L'espresso un articolo intitolato Stupido Blog, l'ultimo di una serie di articoli sui blog trasudanti banalità.

Allora, ci siamo detti, perchè non pensare un sito dove raccogliere tutti questi articoli e archiviarli in qualche modo (a futura memoria, o ad eterno scorno), e poi magari aggiungerne altri, provare a creare un piccolo e necessariamente incompleto luogo di aggregazione collettiva di articoli, pensieri, riflessioni su questi meravigliosi cosi magnatempo che ci piace chiamare blog. Il tutto diviso in categorie e retrodatato.
Metti che ci sia qualcuno (giornalista? studente? curioso?) che avesse voglia di saperne di più, approfondire, capire un po' meglio, farsi una idea, lì potrebbe trovare qualcosa. Difficile, lo so, ma mai disperare.

Ecco nato, dopo un bel po' di tempo speso in intense riflessioni (non si dice sempre così per dire di pigrizia & altro-da-fare?), Caveblog.
E' incompletissimo, migliorabile in tutto, ancora in cerca di identità. Bisognoso di consigli, suggerimenti, segnalazioni. E poi insomma: se piace e serve, bene, se non piace e non serve, pace. Voi dategli un'occhiata e fateci sapere.

Pensavo: il sottotitolo è Tutto (o quasi) sui blog. Forse forse sarebbe meglio, appunto, questo: a futura memoria o ad eterno scorno...











postato da antoniosofi | 18:48 | feed rss! | + - | commenti (10)


 
Ho il blogroll posseduto dal demonio.

Clicca per vederlo grandeGuarda tu stesso.
('sta Laura's blog sarà mica Laura Palmer rediviva?)










postato da antoniosofi | 17:31 | feed rss! | + - | commenti (4)


domenica, novembre 16, 2003

 
Odorìti, come riempire gli spazi vuoti
Jonathan Franzen«Ma una delle principali caratteristiche della mente è la smania di costruire interi a partire da frammenti. Tutti quanti abbiamo un vero e proprio punto cieco nel campo visivo, nella zona in cui il nervo ottico so congiunge alla retina, ma il nostro cervello registra immancabilmente un mondo senza soluzione di continuità. Cogliamo parte di una parola e ci sembra di sentirla per intero. Vediamo volti espressivi in una tappezzeria a disegni floreali; siamo sempre impegnati a riempire gli spazi vuoti.»
Siamo sempre a riempire gli spazi vuoti. Lo dice Jonathan Franzen in Come stare soli.
Con la memoria allora riempiamo sempre spazi che per forza sono vuoti, o irregolari.
Possiamo davvero pensare di riuscire a colmare con il ricordo il passato?
I sensi agiscono quindi ad intermittenza, sconnessi, afferrano una realtà solo in parte completa, ma integralmente da interpretare. A fronte di una incapacità fisiologica resta una necessità interpretativa totalizzante. Il resto allora lo fa il cervello, aggiungendo qua e la dove serve, ricucendo gli strappi con la realtà, dando completezza dove serve, riempiendo i vuoti.
Perché ne abbiamo bisogno: che reazione potremmo avere di fronte ad una realtà segmentata, incompleta?
C’è però un senso che secondo me è completo: l’olfatto. Difficile immaginare un profumo incompleto.
Ne arriva solo una parte? Il resto che ha fatto? Un oggetto può in parte nascondersi alla vista, una superficie può sottrarsi in parte al nostro tatto. Un profumo, un tanfo arriva completo? Che succede se un odore si ibrida con un altro? E’ questa la caducità del nostro senso olfattivo cui il cervello ripara andando a recuperare frammenti di memoria olfattiva a complemento?
Saranno odorìti










postato da biandone | 16:49 | feed rss! | + - | commenti (6)


sabato, novembre 15, 2003

 
Ti ricordi di me?
Daniela, trenta anni fa, all'università di Firenze, era una presenza che l'uomo neppure aveva notato, un filo inesistente lungo la sua memoria.
Lei, invece, Paolo, lo ricordava
bene.



postato da g.o.l. | 21:31 | feed rss! | + - | commenti


venerdì, novembre 14, 2003

 
La memoria dei blog, reprise.
(riassunto delle puntate precedenti: Lui non era più lui. Era suo zio. Allora come fare? Dove ancorare la nostra identità? In cosa, in chi. Nei blog? Tu pazzii, guagliò.)

La foto non basta. Per esempio, molto spesso in alcune foto non ci si riconosce. Uh, guarda questa foto: non sembro io.
La fotografia è un amo che pesca in un fiume, e bene ai pesci non fa.
Per questo spesso intimoriva chi, agli inizi, non ne era aduso: perché quell’immagine di sè, fissata, perdeva l’anima, moriva, estratta di viva forza dalle cose che si muovono continuamente, e continuamente cambiano.

C’è un bellissimo romanzo di Emmanuel Carrère, si chiama Baffi ed è la storia di un uomo che un giorno, per scherzo, si taglia i baffi che porta da anni e perde con essi la propria identità. Nessuno più lo ricorda con i baffi, les moustaches: vecchie foto non ce ne sono, e si ritrova da solo, pieno di ricordi che nessuno condivide, riconosce. Ricordi inutili.
Senza sapere chi è.

Perché la propria memoria spesso non basta.
Serve anche quella degli altri. Il riconoscimento degli altri. Il sé si definisce compiutamente attraverso lo sguardo dell’altro. (* leggi commenti)

Fragilissima identità quella moderna poi! Troppe cose da ricordare, da tenere a mente, troppi presenti e troppi passati, che spesso ci scivolano tra le mani. Troppi ruoli da sostenere, appesantiti da aspettative, proprie e altrui. Instabile.

I blog sono forse anche un modo per puntellare identità. Per tener traccia di sè.
E se forse (ma non sono sicuro) non sono nati per questo, a questo servono, o potrebbero servire o serviranno, accessoriamente.
I blog, a maggior ragione quelli personali, che tengono traccia delle cose della vita, di ciò che si pensa e si fa, modificano il rapporto che si ha con il passato.
Con il proprio passato.
Comincia ad esserci in giro gente che ha un blog da uno, due, tre anni. In cui ha scritto ciò che ha fatto o pensato, giorno dopo giorno.
Chi mai si potrebbe ricordare tutto così nettamente e precisamente?
Che bestia strana è questo passato che sta nero su bianco, eternamente sotto i microscopi dell’allora presente?

Certo i diari esistono da sempre. Ma, a differenza del diarietto chiuso nel cassetto, il blog è pubblico, cioè ha a che fare con lo sguardo degli altri, e con il loro riconoscimento. Molto più del diarietto-chiuso-nel-cassetto, contribuisce a creare la propria identità.
Come questo tener traccia, questa memoria esterna (se vogliamo chiamarla così), questo racconto di sè, nero sui bianco, con archivi e permalink, modifica la percezione della nostra identità, è una domanda che rimane aperta. Se, insomma, questo accumulo è risorsa o ingombro.

Difficile per esempio mentire, ricostruire, reinventarsi del tutto un passato. Dir balle.
Paul Ricoeur parlava di promessa, l’unica cosa che abbia senso per dir che noi siamo davvero noi. La promessa è un legame tra il presente e il passato.
Il blog spesso è proprio una pubblica promessa.

Ci ritorno: promesso. (capito perché è un legame?)

Quanto al programma di Webgol.
Memorie non è solo quella dei blog, è la memoria bimba, scolastica, autunnale, di vecchi amori non più visti, di vecchie storie non dimenticate, la memoria gentile che cura, e quella cattiva che fomenta, la memoria dei sensi (uditiva, palatale, olfattiva). Di sicuro, il solito percorso che ricama l’estemporaneo: 4 percorsi di memoria olfattive, un odore-un ricordo, di Enrico Bianda. Si chiamano ‘
Odorìti’. Per il resto, come al solito, quello che passa il convento.


































postato da antoniosofi | 20:22 | feed rss! | + - | commenti (8)


giovedì, novembre 13, 2003

 
La memoria dei blog

se la memoria aiuta a costruire identità
e i blog aiutano la memoria
i blog aiutano a costruire identità

Sillogismo iniziale, narrativo, indimostrato e forse indimostrabile.
Che Aristotele mi perdoni.

Quando viene meno la possibilità di ricordarci chi siamo, la nostra identità vacilla. Chi siamo se non ricordiamo? Chi siamo stati?
L’identità ha bisogno di ancoraggi, puntelli, ormeggi.
O diventa barchetta continuamente alle prese con i marosi, senza rotta.
Dove ancorare la nostra identità, quindi? Come fare a dimostrare chi siamo e cosa siamo stati?
Se siamo stati.

Non è che non ci sia modo di fare qualcosa, oggigiorno. Forse i nostri antenati scimmiotti sperimentavano qualche problema in più, in tal senso: ma poi scarabocchiavano le grotte, mica per noia, e nemmeno per il piacere dei moderni pieriangeli.
La fotografia, per esempio, è uno strumento che tiene traccia. Che puntella. C’ero, l’ho fatto, l’ho visto. Ero io.
Spesso comparativamente, in un confronto all’americana. (Con le foto si vede, ma il processo è lo stesso, anche se intimo, con i ricordi)
Ero io, sono io: a zero, dieci anni, venti, trenta. Sono sempre io. Guarda, confronta: te ne renderai conto. (tu guarda questa famiglia argentina)
Ma spesso non basta, nemmeno la foto.

In un film di Carlo Verdone, Compagni di scuola, una intera classe si rivede dopo tanti anni. Uno di loro, guardando una vecchia foto di gruppo, di fine anno e confrontandola seduta stante con il profilo del compagno precocemente invecchiato (si chiamava Fabris, il bravissimo Fabio Traversa), esclama queste indimenticabili parole:
«Guardati com’eri, guardati come sei: me pari tu zio!»
Lui non era più lui. Era suo zio.
Non era più se stesso, e la foto di venti anni prima non gli era di minimo aiuto. Anzi.
Allora come fare?

continua domani... forse :-)





























postato da antoniosofi | 18:41 | feed rss! | + - | commenti (8)


mercoledì, novembre 12, 2003

 

Più o meno quanto ci metti ad arrivare? Una vita, caro mio, una vita.
Franz Kafka
«Mio nonno soleva dire: La vita è incredibilmente breve.
Oggi, nel ricordo, mi si accorcia a tal punto che a malapena, per esempio, riesco a concepire come un giovanotto possa decidere di recarsi a cavallo fino al villaggio vicino senza il timore che, a prescindere da accidenti sfortunati, il tempo stesso di una vita normale e serenamente vissuta sia di gran lunga inadeguato a tal viaggio.»

Il villaggio vicino, Franz Kafka








postato da g.o.l. | 00:14 | feed rss! | + - | commenti (19)


lunedì, novembre 10, 2003

 
Andate in pace, il pasto è finito.
Tutto ciò che ha un inizio deve avere una fine. No, non parlo del (purtroppo) indifendibile Matrix revolution. La frase (banalotta, ma consolante – sperando che sia una fine vera) che incornicia il terzo episodio di Matrix firmato dai fratelli Wachowski va benissimo per un pasto.
Un pasto deve avere una fine precisa, scandita dai piatti e dalle portate. Come anche questo nostro mese monografico dedicato a Cibo & Dintorni, scandito dai post. Tra lampredotti fiorentini, racconti magnoni, cibo jazz, frutta, dolce o cioccolata, caffè o ammazzacaffè. Quest’ultimo, poi, cos’altro è se non il tentativo di procrastinare il più possibile il momento, sempre un po' triste, in cui finisce il pasto e ci si alza dalla sedia?
Allora, a mo’ di ammazzacaffè, un breve sintesi sragionata sui post di webgol dell’ultimo mese.

- Ricette udibile & edibili
Filetto di maiale al brandy con Bud Shank, il risotto DLee con Art Pepper, i filetti Crazy Monk con Thelonious, risotto creolo con Lester Bowie.

- Proposte e teorie
I blog sono trattorie e a conduzione familiare dove si entra e si mangia quello che c'è, le cucine dei blog, tutti i blog che si occupano di cibo e il suo omologo in Glob, anche i blogger magnano, la dieta mediterranea non abita più qui.

- Tripperie
Il tuffo del lampredotto e, nei commenti, una sorta di mappa di dove mangiarlo a Firenze, la sbira genovese della sig.na Silvani, il lampredotto reloaded finisce in radio tra Sofri, Boroni e Cardini.

- Racconti magnoni
L’impronta della pianura, La svizzera e Bambi in salsa operaia, A bocca aperta di Nicola Giallodivino, La minestra del nonno di Carnefresca, Mensa sana in corpore sano, La cosa più buona che abbia mai cucinato con Fabio Picchi guest star.

- Pasticcini
Le caramelle Sugus e il cioccolato Milka, il cioccolato fa bene al cuore, Cioccolato di Gaia Capecchi, Mantra gastronomico reloaded

- Companatici
Requiem per un film mai girato (in morte di Manuel Vasquez Montalban), Bontà loro citano webgol, cagata-grandissima-cagata diceva Ugo Tognazzi cuoco, gli uomini preferiscono le vongole, Music Restaurant (a cura di Daniela Amenta), Giro di ronda intorno al frigo

- Stuzzichini (grazie a Mitì)
Saper cucinare, diete, mangiare, dietofobi, stranezze (una tra tutte? Di Herb Shriner: Mia moglie fa cose splendide cogli avanzi. Li butta via.)

- Header
I primi di Stefo [Pasta n° 196, pasta n° 248, pasta n° 35], l’acqua che bolle in cottura, le olive pugliesi di Proserpina, la bilancia industriale, trovata in una ex fabbrica di cioccolato abbandonata, Maiale disegno originale di Carnefresca, Caffè? di Sergio Maistrello, l’ultima foto, perfetta per finire un tema, e per iniziarne un altro.

Per i prossimi giorni (chissà quanti, vedremo come va) il tema è presto detto: Memoria.

Ne vedremo delle belle.
Cosa hai detto?
Ne vedremo delle belle.
Ah. L’avevo già dimenticato.




































postato da antoniosofi | 23:06 | feed rss! | + - | commenti (13)


sabato, novembre 08, 2003

 
Mantra gastronomico reloaded
«Abbasso i mujaheddin dell’assaggio. Noi si vuole – e si pole – mischiare i sapori, assaggiare guidati dal piacere, unire sulla forchetta il fusillo verde e la patata raschiata dal fondo della teglia.» (eb)
Eppure è difficile non cedere, resistere resistere resistere, tener ferma la posizione caciarona e mischiarola di fronte ai depositari del verbo gastro-ali-comporta-mentale. Soprattutto mentale. Tutto si mangia da solo. Magna la polentina, le pennette, il saraghino ma tutto da solo, accrocchiato con l'aria e niente più, fallo scivolare nel palato spoglio come penitente francescano, puro come suora devota, e suggilo come fosse vino prelibato, schioccando la lingua: e nessun Antonio Albanese che ne disponga una pantomima come si deve. Tu-tum-tu-tum: come faceva quella canzoncina? Mi domando come si possa continuare a fare il sommelier.

Ma arriva il cameriere mujaheddin con tanti piccoli piatti, singoli, separati.
Io: - Posso metter tutto in un piatto?
Cm: - No!
Io: - No?!
Cm: - Le pennette e l'insalata! Il roast beef con la mayonnaise! Giammai!
Io: - A me piace...
Cm: - Non si può...
Io: - ...e poi sopra al mucchietto apporre delicatamente un chicchino di mais dell'insalata ché il giallo ci sta bene, mette allegria.
Cm: - Che orrore! Sputi!
Io: - ...e quindi tutto dentro un panino, due sottili e piccoli pezzetti di pane sconnesso, a fare un mini sandwich come da bambini, da guarnire all'esterno con riso arborio al pollo e funghi, nella poetica speranza che il residuo bollito acchiappi con moto amoroso la lingua di mayonnaise che ancora trema, in un languido bacio, come solo può esserlo mentre l'aereo sta cadendo e di certo si sfracellerà senza scampo alcuno, dammi l'ultimo bacio tesoro mio che già vedo il dente che frantuma e la laringe che inghiotte...
Cm: - Beh se le cose stanno così ...
Io: - Visto? Mangiare è anche gioco e poesia... Sicuro che non vuole un morso?
















postato da antoniosofi | 18:38 | feed rss! | + - | commenti (7)


venerdì, novembre 07, 2003

 
Edibili udibili: le ricette di webgol
Risotto creolo (Smooth Rice)

Lester Bowie, nemmeno a farlo aposta vestito da cuoco!Mantra gastro-teleologico (intro)
Assaggiare, manducare, godere, ascoltare.
Imperativo categorico, farsi del bene, quando si può. E lasciarsi andare al piacere della sovrapposizione.
Fusilli segreti con il pesto, lingua salmistrata, insalata di pollo con maionese fatta in casa, pomodorini ripieni al forno, piccoli peperoni verdi in salamoia e patate al forno molto agliose e croccanti che gocciolano olietto benefico che pare fatto dai frati di Camaldoli.
Un mantra gastronomico da ripetere che suggestiona e pacifica: si mischiano i sapori, si rompe e si sconquassa l’ordine stabilito del gustare. Abbasso i mujaheddin dell’assaggio. Noi si vuole – e si pole – mischiare i sapori, assaggiare guidati dal piacere, unire sulla forchetta il fusillo verde e la patata raschiata dal fondo della teglia. Porzione speciale per chi è stato paziente. La patata che si accompagna a tutto, la patata accondiscendente, la patata generosa, la patata di facili costumi, la patata incalzante, la patata infine ecumenica.
Il riso cuoce macchiato di rosso, i peperoni si sciolgono nel brodo aggiunto lentamente e pazientemente, dal frigo occhieggiano serene alcune patate lessate il giorno prima. Che si fa? Mi avvento, le spello, le taglio a tocchetti e le immergo riconoscente nel riso che intanto arrivava a fine cottura.

Parte udibile
Durante la preparazione ascoltare Smooth Operator nella versione della Brass Fantasy di Lester Bowie (disco e foto).

Parte edibile
(Ingredienti per 4 persone)
Riso superfino arborio 350 g.
Dieci patate novelle
Un peperone giallo e uno rosso
Tre scalogni e una cipolla rossa
Zafferano, olio d’oliva, burro, tabasco, brodo vegetale, vino bianco secco, sale e pepe nero.

Preparazione
Tagliare i peperoni a fette lunghe e strette. Soffriggere la cipolla rossa ed unirla ai peperoni tagliati a fette. Aggiungere sale e pepe nero in grani o macinato. Lasciare cuocere a fuoco medio fino a quando i peperoni non si sono completamente ammorbiditi. Preparare del brodo vegetale circa ½ l.
Tritare i tre piccoli scalogni e metterli in una pentola di rame oppure pesante con coperchio. Soffriggere lo scalogno con una noce di burro e tre cucchiai di olio d’oliva extravergine. Una volta dorate le cipolle aggiungere il riso, far riscaldare appena e bagnare con un bicchiere di vino. Far asciugare, aggiungere quindi il brodo via via, senza far asciugare completamente. Poco prima che il riso sia completamente cotto aggiungere le patate novelle lessate e tagliate a tocchetti insieme alla peperonata precedentemente preparata. Completare la cottura. Prima di spegnere il fuoco aggiungere una bustina di zafferano, il tabasco ed una noce di burro. Lasciar mantecare 5 minuti e servire.