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lunedì, dicembre 29, 2003

 
Nevica.
clicca per vedere anche le altre foto nevoseNevica, come pioggia mordida.
I piccoli fiocchi scendono dritti, e dondolano impercettibilmente nella aria senza vento, come piccoli paracadute s'impigliano nei rami degli alberi.

Nevica, come pioggia soffice.
Neve, ne vedo, ne va del mio presente, attutito, lontano.
Nevica, come pioggia vaporosa.
Quel cielo così bianco, come diceva Paz.

(nevica, ed è anche una scusa per artisteggiare un po', in mancanza di sci. Sono uscite fuori cinque fotacce nevose, le trovate su photowebgol >>)










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mercoledì, dicembre 24, 2003

 
Il dono, i regali, l'amore.
(forse i blog)
Odio fare i regali. Da sempre. Perciò vivo con inquietudine i periodi come questi, in cui, invece, il regalo diventa il centro dei pensieri di molti: farlo, non farlo. Cosa fare a chi. Eccetera.
Eppure non credo di essere una persona poco generosa.
L'idea del dono, per esempio, provoca in me minore repulsione.
In fondo non sono la stessa cosa? Forse no, non completamente.

Il Diario di Repubblica di oggi presenta una serie di preziosi interventi sul tema.

Fabio Gambaro intervista Alain Caillè che, sul significato della cultura del dono nelle società arcaiche, dice:
«Secondo Mauss, chi fa un regalo prima o poi ne riceverà un altro. Di conseguenza, ciò che viene donato, in un modo o nell'altro, ritorna sempre, ma più tardi e di solito in una forma diversa da quella originaria. La logica che presiede al dono in cambio di un altro dono è quello di non abolire mai del tutto il debito. Di dono in dono, infatti, c'è sempre qualcuno in debito con qualcun altro, perchè il dono fatto non è mai esattamente quello ricevuto. Insomma, non si crea mai una vera equivalenza tra i regali, il che rende la logica del dono diversa da quella del mercato, quello si tutto costruito sulle equivalenze di valore.»
E, oltre, un'altra cosa che mi ha colpito, alla domanda se siano regali disinteressati (grassetto mio):

«No, il dono non è mai carità. Testimonia della generosità e dello splendore del donatore, ma non pretende di essere gratuito e disinteressato. Al contrario, i doni implicano l'obbligo della restituzione, creando così dei legami tra gli individui. Da questo punto di vista, si può dire che si tratta di una forma di guerra attraverso la generosità. Anzi, è la continuazione della guerra con i mezzi della pace, perchè affermando la propria generosità si afferma al contempo la propria generosità»
Ma qui il riferimento a società arcaiche è dirimente (anche se mi pare chiara la permanenza di alcune di queste dinamiche con le classiche strenne natalizie); l'avvento delle grandi religioni monoteistiche provoca da una parte una sorta di spersonalizzazione e radicalizzazione del dono (donare a tutti, a chi ha bisogno; o donare se stessi, la propria vita), dall'altra una sorta di interiorizzazione (la beneficenza, per esempio, non si deve fare sapere). Il dono deve essere disinteressato, insomma, in tutte le accezioni di questo termine.

Quello che mi è dato di capire, dunque, è che nel concetto di dono coesistono (continuano a coesistere) queste due anime, una sociale e primitiva (diciamo così), l'altra religiosa e radicalizzata. Ancora Caillè:
«A Natale ad esempio, la spinta consumistica del mercato incoraggia il rito del dono, nel quale convivono l'aspirazione al disinteresse ma anche la volontà più o meno conscia di creare obblighi e legami.»
Che sia questo che non sopporto? Questa convivenza forzata, questa ambiguità?
Oppure: quale delle due anime non mi piace? Non saprei.
So che odio fare i regali, so che mi piace donare. Ma come è possibile questa differenza, se i due termini sono sinonimi? Eppure. Sottilmente.
Prova a non pensare a qualcosa di materiale.
Ma al tuo tempo, alla tua attenzione, ai tuoi sentimenti, a tutto il tuo amore.
Quello lo puoi donare, non regalare.
Ed è ancora qualcosa di diverso, dal creare legami o dal disinteresse. E forse è sia l'uno che l'altro.
Due anime che non solo coesistono, ma infine si abbracciano, amorevolmente.
Un legame disinteressato.

(e dire che volevo parlare di blog, e invece lo spirito del Natale ha preso anche me. Intanto i miei migliori auguri, a tutti voi...e una minaccia: forse continua...)

























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giovedì, dicembre 18, 2003

 
La memoria della memoria.

A questo siamo arrivati. Alla memoria della memoria. Meno male che la finiamo qui.
Di seguito un elenco dei post di quest'ultimo (memorabile - ma ogni scarrafone è bello a mamma sua) mese di webgol, tutto dedicato ai ricordi.

Kafka e una vita per arrivare, La memoria dei blog 1 e 2, Odoriti e i profumi mnemonici (uno: l'odore dei frati, due: il silenzio degli estoni), Caveblog, a futura memoria, o ad eterno scorno, Una innaffiata ai gerani dei blog (una delle più belle immagini dell'amicizia) e webgol featuring 5 bloggers (Antonella Fulci, Carnefresca, Gaia Capecchi, Lorenza di Contaminazioni, Proserpina), La vendetta è un piatto che si consuma (cinematograficamente) freddo, Memento, Settembre '43: non avevo ancora compiuto 2 anni, Nulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose, La memoria di Maus, Un amore, La tecnica della pastarella e foto di Druuna alla finestra, Luoghi senza memoria (uno: call center e Internet News, due: i non luoghi siamo noi, tre: tre miracoli), Una promessa.

Il prossimo tema è un nontema vacanziero. Cambiati d'anno. L'accento mettetelo dove vi pare.
Arriveremo lenti lenti, senza altre idee se non quella di scollinare l'anno, dove ci aspetta qualche novità e un tema più serio.
Sottotitolo? Una vecchia splendida battuta di Altan (cito a memoria): Un altro anno? Allora ditelo che è l'ergastolo.










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mercoledì, dicembre 17, 2003

 
Una promessa è una promessa 
 In un post di un mese fa, avevo scritto: «La promessa è un legame tra il presente e il passato. Il blog spesso è proprio una pubblica promessa. Ci ritorno: promesso (capito perché è un legame?)».
Di certo nessuno me ne avrebbe chiesto conto, ma una promessa è una promessa.
Allora ho messo un po' di ordine nei pensieri e nei due vecchi post che hanno iniziato questo mese mnemonico di webgol, e ci sono ritornato in un pezzo postato su Glob, la bella rivistina blog di Excite. Si chiama la memoria dei blog, e, ti avverto, è lungo e palloso, ma (aridaglie) una promessa è una promessa.
Perché la promessa è un legame tra passato e presente. Ma è anche un ponte lanciato nel futuro, fatto apposta per camminarci sopra.
Io dico a te che farò qualcosa, e quindi io sono io solo nella misura in cui ho tenuto fede a quella promessa, ho attraversato il ponte che ho lanciato, e che a me è riconducibile.
Il blog spesso è proprio una pubblica promessa.
Ho scritto, ho fatto, ho scritto che ho fatto.
Ho scritto che farò.
Farò.
Come dire: tutto quello che scrivi sui blog potrà essere usato contro di te.
Paura, eh?











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lunedì, dicembre 15, 2003

 

La memoria dei luoghi
(Dei tre miracoli e di come i non luoghi diventano luoghi - segue dai giorni scorsi)

Tallin, Estonia, quartiere russo

Tallin, quartiere russo, Antonio Sofi, Novembre 2003I nonluoghi sono il prodotto di una modernità sterile, senza memoria, che non crea identità singole, o relazioni significative, ma similitudine (e talora una sorta di rassicurante solitudine, consolante anonimità). Pensa ad un centro commerciale, ad un aeroporto, o ad una autostrada con la sua bella area di servizio.
Luoghi che potrebbero essere lì e anche altrove, contemporaneamente, e nessuno se ne accorgerebbe.
Teletrasporta un autogrill da Francoforte a Caserta Sud, e l’unico modo di accorgerti della differenza sarà provare il panino rustichella e controllare che non ci siano dentro i crauti.
Poi ci sono i luoghi, che tu dici «eh già, sono proprio qui, e non potrei proprio essere altrove».

Poi pensa ad uno dei quartieri periferici di nuova costruzione a margine delle grandi città, pensati come un centro commerciale (spesso intorno ad un centro commerciale), quartieri dormitorio dagli edifici tutti uguali, piantati nel bel mezzo di periferie vuote e desolate come spente candeline in una torta bruciacchiata.
Cosa sono, secondo te? Luoghi, nonluoghi?

Il punto è che è ormai praticamente impossibile scindere gli uni dagli altri. I luoghi e gli spazi, i luoghi e i nonluoghi si incastrano, si compenetrano reciprocamente. La possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo.

Ma può un nonluogo diventare un luogo?
E' una domanda che mi gira in testa da un po'. Per esempio: quale è l'impatto che ha il passare del tempo sui nonluoghi?

Un centro commerciale, una metropolitana, un'area di servizio sono nonluoghi, d'accordo.
GraffitiMa un centro commerciale continua ad essere un nonluogo anche dopo dieci, venti anni di nonluoghità? Con tutte le persone che vi hanno lavorato, che lì si servono ogni giorno, o ci andavano da bambini, che hanno lì fatto compere con la fidanzata o il fidanzato, o la prima spesa da studenti fuorisede?
Una metropolitana continua ad essere un nonluogo anche dopo che si riempie delle tag e dei disegni di generazioni di writers? (un graffito, più o meno consapevolmente, questo vuole fare: rendere un nonluogo luogo) Anche dopo che milioni di persone ogni anno la usano per andare e tornare dal lavoro, e lì leggono, pensano, si lamentano?
Un'area di servizio continua ad essere un nonluogo anche se, laddove è l'unico posto aperto anche a notte inoltrata, raccoglie i nottambuli per l'ultimo cornetto o caffè?

Come fa a rimanere asettico ciò che è vissuto, e usato? Se il problema dei nonluoghi è la sua sterilità (in altre parole, la mancanza di impatto persistente sul piano simbolico), il tempo e le persone che lo vivono caricano questi nonluoghi di simboli, di memoria, di identità.
In fondo, una specie di miracolo del tempo che passa.

Il secondo "miracolo" (quasta volta tra virgolette, perchè è un miracolo tragico) lo può fare la paura.
Ci hai mai pensato? I nonluoghi sono spesso luoghi a rischio attentato, nel mirino di terroristi. Le stazioni, gli aeroporti, la metropolitana, i grandi magazzini.
Che il rischio sia talora solo percepito o immaginato e non reale è poco significativo, e anzi sintomatico. Luoghi che, seppur asettici (e in parte proprio per questo), ci mettono in comunicazione diretta con la totalità del mondo esterno, anche magari lontanissimo. La paura innerva i nonluoghi come musica di sottofondo.
Dice Marc Augè in una intervista rilasciata mercoledì 3 dicembre 2003 a Fabio Gambaro della Repubblica:

«Dopo l'11 settembre, non esistono più luoghi preservati dal terrorismo. [...] Oggi ci sentiamo minacciati in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, anche se per fortuna non ci pensiamo continuamente. Ma c'è anche un effetto paradossale. Attraverso l'attentato o la minaccia, i nonlughi ritrovano una sorta di identità. Il World Trade Center, ad esempio, era un vero e proprio nonluogo. Con l'attentato è diventato un luogo tragicamente fondatore, un luogo di commemorazione. Da un certo punto di vista, ha acquistato un'identità e un senso che prima non aveva, si è caricato di simboli e di storia che lo hanno trasformato in un vero luogo. Allo stesso modo, le minacce e la paura conferiscono ai nonluoghi inediti significati simbolici.»
L'ultimo miracolo è giocoso.
Mi è balenato in testa sfogliando un libro di fotografie di Magnum, dal titolo Magnum Football.
Da' un'occhiata alla galleria di immagini. Ci sono bimbi che giocano in un campo nei dintorni di Teheran tra i fili dell'alta tensione, o davanti ciminiere fumanti a Cardiff, o una partita a Mostar, in mezzo ad un quartiere devastato dalla guerra, nel 1994.
Capisci cosa intendo?

Prendi un nonluogo, buttaci un pallone in mezzo, aspetta che rotoli un po', che qualcuno ci corra dietro; fai magari una porta con gli zaini o le giacche, la conta per decidere le squadre, poi sorridi pure, tira un calcio alla palla, e comincia a correre.
Il nonluogo si dissolverà all'istante, ed eccoti un campo da calcio.

(fine... non ne potevi più, eh?)





































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giovedì, dicembre 11, 2003

 
Luoghi senza memoria
(ma c'è speranza - segue da ieri)

La casa della memoria, di Giuliano Mauri
La casa della memoria di Giuliano MauriLa modernità è impunita, straniata produttrice di nonluoghi.
Centri commerciali, negozi in franchising al posto di negozi storici, autogrill, parchi giochi fatti con lo stampino, stazioni autobus che sembrano aeroporti, e viceversa. Una modernità asettica e inodore: sterile. Nel senso che non ha germi, e che nulla procrea. Una modernità sterile. Credo che, su questo, Marc Augè sarebbe d’accordo (questo è il libro da cui parto per queste disastrate tangenti): sul resto non credo.

Perchè i nonluoghi mi interessano così tanto? Cos'è che mi porta a pensare che siano snodi centrali per capire e ricostruire il mondo in cui viviamo, come è cambiato e continua a cambiare? E' forse anche una forma di irresistibile fascinazione.

I nonluoghi sono tutt'altro che il babau cattivo. E' il mondo che viviamo e che ci circonda, e che abbiamo contribuito a costruire. Sono una deriva della modernità che va di corsa, che sente il bisogno di avere spazi di interconnessione tra un qui e un altrove, mere zone di passaggio, no man’s land dove lasciar sedimentare (riposare, e un poco morire) la propria affaticata invadente identità, sempre in movimento, sempre pensante: i nonluoghi diventano concettualmente simili a camere iperbariche, in cui riequilibrare la pressione interna di mondi a diverse atmosfere.
Questo per dire che i nonluoghi sono tutt'altro che insensati, folli, o inutili.
L’identità moderna, così frastagliata, così instabile, così continuamente a rischio, così sempre in movimento, in viaggio, ha un disperato bisogno di luoghi in cui, finalmente, perdersi.

Alzi la mano chi non ha mai tirato un sospiro di sollievo camminando all’interno della zona duty free di un aeroporto, dove tutto è sempre uguale e riconoscibile, o sciogliendosi nell’anonimato rassicurante di un centro commerciale, dove niente ti viene richiesto.
Una sorta di inebriante libertà, in cui nessuna commessa ti sbircia dietro le spalle, in fondo chiedendoti di rivelarti, di identificarti.
Identificarti. Appunto. O pagare. Fammi capire cosa vuoi. Mi scusi, la posso aiutare?

Perdersi in un centro commerciale. Questo è ancora più vero, per esempio, quando si è all’estero.
Una tregua dalla sorpresa. Non voglio più essere sorpreso dal mondo. Almeno per un po’.

Eppure, poi si esagera.
I nonluoghi non conoscono confini, né zone impenetrabili, o intoccabili santuari (le zone franche, poi, son roba loro).
Spesso brandelli di città, interi pezzi di architettura urbana, edifici di nuova costruzione, nella mente di chi li pensa e li progetta, sono caratterizzati da questo vuoto storico e identitario, un horror vacui che spersonalizza le nostre città, le nostre strade, i quartieri dove viviamo.
Ho sempre pensato che noi italiani avessimo, in virtù di una mal compresa idea modernista, una abilità stupefacente a devastare tutto ciò che di vero e genuino riuscisse a sopravvivere, spesso boccheggiando, nel nostro territorio.

Mi aiuta Enrico Bianda, parlando di Lodi e dintorni, nel commento al post precedente (e sul contenuto ci ritorno):
Parlavo con un signore, difensore dei luoghi (l'artista Giuliano Mauri, che realizza enormi cattedrali di senso, in legno, negli spazi della natura) che mi raccontava di essersi trasferito in quella cittadina nel 1968, quando ancora non c'era nulla. Oggi è solo una distesa di case, tutte molto simili tra di loro, uniformate dal grigio di strade provinciali in perenne rimodellamento e allargamento, tra semafori e calzaturifici all'ingrosso. Un non luogo... mi dico, io guidando lentamente in coda dietro un caterpillar: ma poi mi domando: ma qui, tra queste case, in queste vie anonime, vivono persone, famiglie, loro sono, abitano, pensano e trasformano le loro case nel tempo. Abitano quello che noi da fuori vediamo come una distesa di non luoghi, eppure loro resistono, combattono, forse senza saperlo, ma animano di vita e pensiero il grigio invernale bagnato da una fitta pioggerellina di questa cittadina inerme al trasformarsi del paesaggio. E allora che fanno coloro che in un non luogo vivono? E' possibile l'idea stessa di vita e residenza in una distesa di non luoghi?
Nemmeno gli altri scherzano, però.
Centro commerciale...Ci sono più centri commerciali a Vilnius, Tallin e Riga che in qualsiasi altra città europea (forse esagero, ma insomma ci siamo capiti).

Intorno, campagne, cipolle e terra da coltivare, e autobus scalcinati che hanno le scansie per i mazzi di fiori da portare in dono ad ogni visita, e sconfinati quartieri dormitorio di cupa edilizia popolare sovietica.

Eppure nel centro di Riga, per esempio, c'è la multisala più abbacinante abbia mai visto in vita mia. Se una sera capiti da quelle parti te la consiglio.
Diventa frenesia distruttiva, questa in fondo comprensibile voglia di affrancarsi da un passato sovietico che è diventato ingombrante e insignificante.

Guarda, per esempio, la foto qui accanto: sapresti dire dove si trova?
Se a Riga, New York, Agrigento, Hong-Kong o Firenze?

Ecco cos’è un nonluogo.
Dove siamo siamo, un nonluogo siamo noi.

(mi sono allungato di nuovo, abbi pazienza: domani o dopodomani proverò a scrivere su come i nonluoghi diventano luoghi, un miracolo del tempo, della paura o di una pallone che spunta, calciato.)









































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mercoledì, dicembre 10, 2003

 
Luoghi senza memoria
Aprire il portafoglio, please.

Cos’è un luogo? Uno spazio che ha una identità precisa, spesso conformata da un passato riconoscibile che lo innerva di senso, e ne segna le relazioni interpersonali. E un nonluogo? L’esatto contrario.
Se un luogo può definirsi identitario, relazionale e storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico è un non luogo. Il contrario di una casa, una piazza, un quartiere. Sono luoghi generati dalla modernità che corre: gli aeroporti, le autostrade ma anche le stazioni di servizio, i centri commerciali, le grandi catene in franchising. Spazi che producono identità anonime e solitarie, relazioni contrattuali appiattite su un presente perpetuo: non luoghi funzionali, di volta in volta utili a utenti o consumatori. Passeggeri, per esempio, non viaggiatori. Persone mai. [...]
È l’incipit di un mio pezzullo uscito su Internet News di Dicembre, dal titolo “Il problema, nei non luoghi, è l'identità: acquistiamola!”, a corredo di un dossier sui call center. Se hai tempo e ti interessano questi argomenti, puoi leggerlo tutto qui (nella versione cartacea, purtroppo ma sono cose che succedono, il pezzo c’è ma la firma è saltata in stampa: un altro punto a favore dell'online?).

I call center, infatti (è d'altronde il mio modesto parere) sono del tutto riconducibili all’interno di una ottica perversa di pervasiva nonluoghizzazione della società. Ti giri intorno ed ecco ciò che vedi: luoghi vuoti, luccicanti, rassicuranti.
I call center, esattamente come i nonluoghi teorizzati dallo studioso francese Marc Augè ormai più di dieci anni fa, non sono né identitari, né relazionali, né storici. Si compongono di identità vuote, vivono un eterno presente, e attivano relazioni traballanti, difficoltose, ambigue.
Forse anche perché, al contrario di altri nonluoghi, non sono a pagamento.
Ecco spiegato perché, provocatoriamente ma non troppo, la soluzione da me proposta è quella di istituire numeri a pagamento - altro che numeri verde anche dal cellulare.
Per acquistarla, una identità definita, e attivare una relazione contrattuale vera, a tutti gli effetti.
Aprire il portafoglio, please, e poi ne riparliamo.

Ma il tema dei nonluoghi è un tema che (mi) porta lontano.
All’Italia e al disprezzo del territorio, ai paesi baltici, all’11 settembre, ad un pallone che ruzzola e illumina.
Continua e finisce domani...
















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lunedì, dicembre 08, 2003

 
La tecnica delle pastarelle & Druuna alla finestra
(cosine personali, sorry)
Druuna alla finestraLa tecnica delle pastarelle è di strabiliante efficacia.
La adotta mio padre ogni qual volta, durante pranzi o cene, ci siano buste o contenitori contenenti cibarie da offrire ai convitati. In questi casi inutile chiedere se il cibo da scartare sia più o meno gradito, e se vada quindi scartato o meno. Inutile aspettare cioè una esplicita dichiarazione di intenti. Una apertura al buio. Occorre invece aprire il pacco strappandolo con vivace teatralità (onde non far credere che si possa semplicemente richiudere senza segni di apertura, ove non apprezzato), e mettere i commensali davanti al fatto compiuto. La fragranza delle pastarelle farà il resto, convincendo flebili o sazi appetiti.
Io ho appena adottato la tecnica delle pastarelle con alcune foto che ho scattato ad una cara amica poco più di anno fa. Le foto sono tutte qui.
Messa davanti al fatto compiuto, ho ricevuto l’assenso della splendida modella a rivelarne l’identità (perché è una blogger e ha una deliziosa casetta su excite), per rendere onore alla sua bellezza, e alla più che decennale pazienza, ché ce ne vuole tanta per rimanermi amica.
Grazie Druuna.
P.S. preventivo: è sposata, guardare e non toccare, insomma non c’è trippa per gatti.








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domenica, dicembre 07, 2003

 
Un amore
racconto di Antonio Montanaro

Amoriflessi 01, Roma 2002, foto di Antonio SofiI ricordi sono come monete, persi al gioco della memoria
(Vinicio Capossela, Suite delle quattro ruote - All'una e trentacinque circa)

Non ricordo l’ultima volta che ci siamo incontrati. Forse è stato cinque anni fa. O forse sei, sette. I giorni ti passano addosso e ti riempiono di nuove immagini, di nuovi odori, che scaraventano in una polverosa soffitta mentale ciò che hai vissuto appena qualche milione di attimi prima: le ore non dovrebbero passare così in fretta.

Ricordo che c’era vento. Ed era inverno. Gli ultimi giorni d’inverno. Probabilmente era marzo. Sì, questo lo ricordo. Io ero imprigionato in un caldo cappotto di lana blu, me lo aveva passato mio padre perché non gli entrava. Ingrassava così velocemente da dover cambiare spesso il guardaroba. Per la mia gioia e per la rabbia di mia madre, vissuta sempre con l’incubo di far quadrare il bilancio della casa. Anche quando non se ne avvertiva il bisogno. "E se poi capita qualcosa all’improvviso, come ci comportiamo?", si difendeva ogni volta che io e le mie sorelle la prendevamo in giro. Veniva da una famiglia di contadini e la parsimonia era stampata nel suo dna, come una preziosa eredità. >>

Continua a leggere Un amore di Antonio Montanaro

Foto: Amoriflessi di Antonio Sofi (l'intera serie di 8 foto su photowebgol)













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sabato, dicembre 06, 2003

 
La memoria
vista da Maus
Memoria, disegnato da Maus
n.d.r.: nel deprecabile caso in cui non non conosciate le meraviglie della penna - del mouse - di Maus innanzitutto vergognatevi, e poi andate a dare un'occhiata. Poi tornate a ringraziarmi, chè la dritta è quasi impagabile. Io ringrazio lui, intanto, per questa deliziosa interpretazione della memoria, fatta apposta per webgol. (a.s.)




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giovedì, dicembre 04, 2003

 
Un giorno un mio amico mi disse «nulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose»
di Franco Bellacci

il Grande TorinoSe chiedete alle persone che mi conoscono un esempio di persona dotata di memoria, molto probabilmente diranno il mio nome. Non lo so se io sono una persona con molta memoria, vediamo un po'? Comincio subito col dare alcuni elementi che dimostrano l'opposto: a parte il «mi illumino d'immenso» credo di sapere dall'inizio alla fine non più di 4/5 poesie oltre alla formazione del Grande Torino, 3 o 4 canzoni (da recitare senza musica), conosco la parte più importante dell'inno d'Italia, ma questo è facile alle medie il frate che ci insegnava musica ce lo ha fatto cantare tutte le settimane.
Da quando esistono i cellulari non più ho imparato un numero di telefono, di numeri di cellulari ne conosco 2, di cui 1 è il mio. Un po' meglio riesco con le mail, in questo caso arrivo ad una decina. Anche con le targhe sono un disastro, fino a che c'era la provincia e il numero, me le ricordavo facilmente, ora al massimo ricordo le prime due lettere. Credo di ricordarmi in fila tutte le squadre che hanno vinto la Coppa Campioni, ma questa è una cosa che potrei dimenticare e che non serve veramente a niente. Però diciamo la verità, non sono cose importantissime: non sono un vigile urbano, se devo scrivere una mail probabilmente avrò anche il modo di reperire l'indirizzo, nei cellulari c'è la rubrica, se c'è la musica in sottofondo le canzoni si ricordano facilmente, e le stesse poesie non è poi fondamentale impararle a memoria.
In altri casi però avere una buona memoria è fondamentale per evitare brutte figure: se ad esempio conoscete una persona «ciao, io sono Mario», gli date il numero di telefono, e un giorno vi arriva una telefonata «ciao, sono Mario», è importante ricordarsi chi è questo Mario.
Io probabilmente non lo ricorderò.

Come non ricordo le facce delle persone che ho appena intravisto, e per questo non riesco a capire come ci sia qualcuno che riesca a ricordarsi di aver incrociato una persona che non aveva mai visto, un anno prima in un tale posto. Io per questo spero, per il bene delle persone che rischierei di mettere nel mezzo, di non dover mai essere chiamato a testimoniare in qualche processo. Allora, perché ci sono persone disposte a giurare che io sono una persona dotata di grande memoria, fino al punto che qualcuno più di una volta mi abbia chiamato per chiedermi dove eravamo quel giorno e cosa abbiamo fatto di preciso? Perché per i misteriosi meccanismi che regolano la memoria, gli eventi della mia vita li ricordo benissimo, anche nei particolari più apparentemente più irrilevanti.
corpions a Firenze, 1984, fotografati da Bellacci in persona...Qualche giorno fa un mio amico mi fece questa domanda «te lo ricordi il primo concerto?», «come no? - risposi - 7 novembre '84 gli Scorpions al teatro Tenda, prendemmo il treno alle 4,10 da Campo Marte al Teatro Tenda andammo a piedi (sic!)…» (segue narrazione di circa un'ora) «...al ritorno prendemmo il treno di mezzanotte e quaranta e a chi aveva fatto il biglietto andata e ritorno il controllore fece la multa, perché il biglietto non era più valido».
E' vero che il primo concerto non si dimentica facilmente, ma così potrei raccontare tantissimi eventi che riguardano la mia vita: dal gol di Sanon all'Italia, alle magnifiche sconfitte juventine in Coppa Campioni, passando per il gol di Bertuzzo al Toro il primo ottobre del '75. Da quando arrivò la tv a colori in casa, all'esame di maturità: non solo l'esame, ma dove eravamo quando uscirono le materie, fino ai giorni successivi all'esame. E questi sono solo pochi esempi.

Insomma quando qualcosa mi entra dentro, non esce più.
Avere una memoria così ha i suoi vantaggi, ti ricordi di tante cose belle, ti chi ti ha voluto bene, di chi ti ha aiutato, come ti ricordi dei torti e di chi te li ha fatti, e questo magari è meno bello. Una memoria così credo, ma non ho la riprova, complichi il superamento degli affetti, ma forse no.
Avere una grande memoria porta con sé una grande fatica: un confronto perenne con il passato. Per voi, comunque è importante sapere una cosa, se passate un giorno con me, segnatevelo nell'agenda, che se poi qualcuno vi dovesse chiedere conto di quel giorno, io un alibi ve lo fornisco di sicuro.















postato da g.o.l. | 20:09 | feed rss! | + - | commenti (8)


mercoledì, dicembre 03, 2003

 
Il mio primo ricordo
Nel settembre del '43 non avevo ancora compiuto due anni...
di Giuseppe Masi, storico

Italian campaignDa sempre la guerra ha rappresentato, a mio parere, un macrocosmo, arricchito di elementi fantastici e popolari e questa componente è entrata nell’immaginario collettivo, segnando una svolta precisa nella comune percezione del vissuto personale. In ognuno di noi, grande o piccolo, le fratture, introdotte dagli eventi bellici, hanno lasciato un ricordo diretto, un’immagine più o meno concreta, richiamati alla mente come testimonianza soggettiva di un’infanzia o di una giovinezza lontane.
In coloro i quali vissero quelle giornate da fanciulli, oggi, uomini maturi, permane, ancora (è il mio caso), un labile segno, che, pur localizzato nello spazio e nel tempo, si mantiene vivo, quasi a rievocare che quel momento non è trascorso invano. D’altra parte cancellare il ricordo di queste “schegge” significherebbe rimuovere una stagione della propria esistenza.

Nel settembre del ’43 non avevo ancora compiuto due anni.
Il 3 gli inglesi attraversavano lo stretto di Messina e si apprestavano a risalire la penisola per ricongiungersi con gli americani, che nella mattinata del 9 sbarcavano a Salerno. Nel primo pomeriggio di una bella giornata settembrina giocavo sul ballatoio davanti casa, con acqua e sabbia a fare il “muratore”. Il mio gioco venne distratto dal passaggio di camions militari inglesi (fino a quando non ho studiato la Storia li ho creduti americani).
Il paese era attraversato da un’unica strada, la statale 18 tirrenica calabrese, un’arteria che, allora, seguiva un percorso lungo le colline, collegando i piccoli paesi affacciati sul mare. Ho, subito, invocato una “Ckenny” (un gergo in uso in quei giorni) e, in cambio, un soldato, appoggiatosi al finestrino, mi ha buttato un qualcosa. Sono corso dentro a far vedere il contenuto a mio padre. Era una cioccolata.
E’ una storia che non si ritrova nei documenti, ma essa, tuttavia, ci consente di scriverne una, nella quale l’uomo (allora un fanciullo) diventa il protagonista.











postato da g.o.l. | 16:05 | feed rss! | + - | commenti (6)


martedì, dicembre 02, 2003

 
Memento
di Massimo Salto del Canale
Memento di Christopher NolanSveglia!
Prendi una penna e scrivi
Tatuati il corpo
Ricomponi il tuo mosaico di verità
Fotografa ad occhi chiusi un fluido ricordo lontano
Svegliati Sammy!

Arrenditi all’evidenza di un nome indelebile
Perditi nella frenesia di una ripetitiva quotidianità
Piegati alla tua fantasia bugiarda
Replica l’errore dell’effimero
Confondi le carte della vita
Fuggi e cambiati destino
Nutriti di oblio perenne
Ma non fermarti mai
Una ricerca senza meta ti porterà lontano dall’unica foto che non hai mai scattato
Sorridi!



















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lunedì, dicembre 01, 2003

 
La vendetta è un piatto che si consuma freddo
...o della persistenza (cinematografica) della memoria
di Enrico Bianda

Kill Bill Volume 1, di TarantinoQuattro anni di coma, solo qualche frammento di vissuto percepito al di la delle palpebre abbassate. Il silenzio di una stanza d’ospedale. Poi il risveglio improvviso, trattenendo il fiato come dopo uno spavento. Black Mamba-Uma Thurman inizia così il suo recupero di coscienza e vita progettando una vendetta sanguinosa che consumerà quasi religiosamente, con serenità e consapevolezza. La tranquillità che le permetterà di essere pressoché invincibile maneggiando sapientemente una spada in acciaio finissimo e resistentissimo.
E’ la vendetta che si trasforma in arte e segreto di auto-rappresentazione e significazione; vendetta come processo di costruzione di una propria consapevolezza, strumento analitico di appropriazione di un super-io perduto.
Black Mamba sa attendere, come deve saper attendere un buon samurai, che cura i suoi strumenti fino a farne un’ossessione quasi terapeutica.
La sua vendetta è una vendetta compiuta, mai rapace, ma che si gusta lentamente come un piatto che, come detto, va consumato freddo: un sushi analitico ed emotivamente contenuto.
Il guerriero freddo e calcolatore, il tema della vendetta perseguita con tenacia torna al cinema, guarda al suo passato cinematografico con lucidità e spirito citazionistico e smuove le sue membra annichilite da un politically correct prolungato.

Kill Bill, Mystic River, Cantando dietro i paraventi, Zatoichi e Matrix Revolution; Tarantino, Eastwood, Olmi, Kitano e Wachowsky: quintetto vendicativo che inneggia al mantenimento della memoria.
E’ la contemporaneità che alimenta i cineasti più sensibili al divenire del tempo, al trasformarsi delle sensibilità del presente che vive sulle ali della vendetta ipertrofica post 11 settembre. Le sue radici, le loro radici cinematografiche restano salde nel passato, che va dal Kurosava de I sette samurai al Sergio Leone di Per qualche dollaro in più con il primo Eastwood che ritroviamo oggi a scavare nell’animo americano in un percorso difficile e controcorrente di demistificazione-celebrazione dell’innocenza perduta di un paese vendicativo con la memoria corta.
Mentre per la vendetta occorre la memoria lunga, persistente.

Si affaccia allora, in una prospettiva quasi agnostica, quando non palesemente opposta ai dettami cristiani, la possibilità di rivestire di smalto etico la vendetta: un’etica-estetica della violenza pensata, consumata e motivata a freddo, lentamente, preterintenzionalmente; la vendetta diviene dunque colpa, trasforma la propria natura di istinto primordiale in atto innaturale, a-sociale, penalmente perseguibile.
Eppure la vendetta oggi è perseguita da alcuni Stati con maestoso dispiego d’armi; eserciti che si muovono alla ricerca di una vendetta da consumare in diretta televisiva.
Tarantino in Kill Bill spoglia il gesto e l’azione vendicativa della retorica nazionalista, spettacolarizzando, estetizzando la ricerca e l’uccisione quasi rituale del colpevole.
Ci sorprende per la sua sensibilità politica, affrontando una riflessione politica sul suo paese, dove non è bene “esibire” la propria contrarietà verso una guerra duratura contro terroristi e infedeli. Lui invece esibisce la sua ritualità iconoclasta dello smembramento del corpo del nemico.
Olmi, che dopo Il mestiere delle armi torna a riflettere finemente sull’uso e commercio delle stesse, con il suo Cantando dietro i paraventi ci propone la storia ancora di una donna e della possibilità di una vendetta eticamente consumata, nell’attesa di una pace, questa si cristiana, e nell’attesa di poter tornare a cantare, ma solo dopo aver consumato, più o meno simbolicamente, la propria vendetta.
L’Eastwood di Mystic River guarda alla predestinazione quasi calvinista, con sguardo freddo e compatto, dove la vendetta non ha possibilità di riscatto: ciò che si è si sarà.
Il fato allora detta le regole della vendetta, la possibilità di aspettare, conservando ed alimentando la memoria, metaforicamente affilando l’acciaio di una spada tagliente che si trasforma in oggetto infallibile ed implacabile proprio come il fato nelle mani di Zatochi nel film di Takeshi Kitano.
(e.b. - Rosso Fiorentino, dicembre 2003)






















postato da g.o.l. | 18:17 | feed rss! | + - | commenti (4)


 
Webgol featuring 5 bloggers
(Com'è la memoria? Piovosa. Sorprendente. Ricca.)

Per chi si fosse già dimenticato, una breve sintesi delle puntate precedenti.

Webgol si trasferisce per una decina di giorni nelle fredde regioni baltiche, invece di chiuder bottega, lascia il blog nelle mani di cinque blogger. A mo’ di ringraziamento o supplizio, dipende dai punti di vista. Quello che esce fuori è una settimana piena di splendidi interventi, sul tema della memoria, che hanno allargato e insieme approfondito il tema, che meritano ulteriore seganalazione, casomai qualcuno se le fosse perse (sebbene, se così fosse, bisognerebbe lasciare loro nella beata ignoranza). Noi ne andiamo giustamente fieri.

Il ricordo e il suo doppio, (carnefresca), Come si sceglie un ricordo? e cosa obliare (Proserpina), Cos’è la memoria per i bimbi, lo scrivono loro stessi (Gaia Capecchi), Falsi ricordi (Lorenza Contaminazioni), Il mistero della cozza (Antonella Fulci), Cinque sensi un ricordo (Pros), I ricordi si conservano, scontrini usati e biglietti del treno(Carn), Due (Gaia), Italo svevo, vita lettaturizzata (Cont), La casa dei doganieri (Gaia), Javier Marìas (Carn), Quando è il momento di ricordare (Pros), La memoria è come un guanto (Gaia), Memoria storica e l'amore per il racconto della storia (Cont)







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